Gli storici e il Potere, ovvero la tentazione di “riscrivere” la Storia

Opinioni

Opinioni di Gadi Luzzatto Voghera, Liliana Picciotto, Michele Sarfatti, Carlo Ginzburg, Esterina Dana

Semplificare, banalizzare, falsificare la Storia, un pericolo su cui vigilare
Abbiamo chiesto a Gadi Luzzatto Voghera, storico e direttore del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), la situazione circa la semplificazione e la falsificazione storica ai giorni nostri: «Il dibattito oggi è molto ampio su questo argomento. Ma il tentativo da parte di tutti i poteri politici di rinarrare la storia esiste da sempre, ed è un obbrobrio che va combattuto; è un banco di prova per distinguere lo storico serio, che narra la storia obiettivamente anche mettendo a rischio la carriera o la propria incolumità, e lo storico che fa da sponda al potere politico creando delle narrazioni funzionali ad esso. Lo vediamo oggi in una nuova retorica nazionalista che si credeva superata, l’idea stessa di essere “padroni in casa nostra” come un gruppo etnico omogeneo è un falso storico. Il dibattito sulla funzione della Storia invece è più complesso: per la Shoah, ad esempio, si tende sempre più spesso a fare un paragone con le dinamiche dell’immigrazione e dei morti in mare. Questo è un interrogativo non indifferente per gli storici a livello globale: basti pensare che al Holocaust Museum di Washington hanno rilasciato una dichiarazione, molto criticata, in cui si sono espressi contro l’equiparazione tra la Shoah e altri disastri di oggi, perché dicono che così facendo la Shoah perde la sua specificità, e si etichetta come nazista chiunque abbia determinate posizioni. Questo è il tema che attraversa di più gli storici in questo momento». (N. G.)

 

«Trasmettere passione, iniziando dai bambini», di Michele Sarfatti
È noto che il corpo umano è composto per oltre metà di acqua. È meno noto che il pensare e l’agire umani sono composti per una percentuale altrettanto elevata di Storia. Ciò non significa che il nostro pensare e agire siano predeterminati o che esistano limiti alla possibilità di intraprendere percorsi nuovi e impensabili. Significa che il passato esiste e si manifesta in mille modi. Ad esempio, la rete italiana di comunità ebraiche “minori”, sparpagliate nel territorio, costituenti una situazione originalissima nell’Europa odierna, è specchio e conseguenza dello sviluppo storico di queste terre.
Su un altro piano, i dizionari etimologici (ossia: storici) ci ricordano che il nome dato secoli fa (originariamente in Francia) al fantomatico rituale boschivo orgiastico anticristiano – il sabba -,accreditato a donne eterodenominate streghe deriva proprio – ma tu guarda – da quello del giorno di riposo sacro degli ebrei.
È altresì noto che i nostri aggeggi tecnologici sono subissati dagli aggiornamenti delle app. È meno noto che la storia è un lavoro continuo di ri-indagine e ri-costruzione, insomma aggiornamento. Pensiamo, ad esempio, alla frequenza con la quale nuovi ritrovamenti di ossa o nuove metodologie di esame portano a modificare cronologie e contemporaneità delle varie specie di ominidi e uomini. Oppure pensiamo a cosa sarebbe accaduto se negli scorsi anni Settanta avessimo bloccato per sempre le ricerche sulla persecuzione antisemita fascista e nazista in Italia: saremmo oggi (quasi) tutti convinti che fu il Terzo Reich a imporre la legislazione antiebraica e a compiere gli arresti. Parafrasando un noto slogan pubblicitario (della Martini, ndr): no storiografia, no “fascismo-grafia”. Per tutto questo e per molto altro ancora, la storia è un settore di conoscenza irrinunciabile, non abbandonabile, non superabile, non restringibile, non eludibile. Se vogliamo restare umani, dobbiamo ottenere che continui a impregnare programmi ed esami scolastici. E dobbiamo anche ottenere che si tornino a insegnare l’Ottocento e il Novecento nella scuola primaria, poiché anche i bambini sono umani come gli adulti (e poiché da tempo i neofascisti che imposero quella espulsione non sono più al governo).

 

«Il “fascismo”? Ahimè, ha un futuro. Per questo serve una doppia razione di Storia»
«Qualche volta bisogna cercare di sottrarsi al rumore, al rumore incessante delle notizie che ci arrivano da ogni parte. Per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco. Oppure, ricorrendo a una metafora diversa: dobbiamo imparare a guardare il presente a distanza, come se lo vedessimo attraverso un cannocchiale rovesciato. Ma per fare quest’operazione, lo studio della Storia è fondamentale. Cancellarne la prova d’esame alla maturità, marginalizzare lo studio della Storia, è una porcheria, uno scandalo, ed è ovvio che dietro c’è un disegno politico infame». Così si esprime lo storico Carlo Ginzburg, sottolineando quanto sia importante ridare spazio non solo alla storia contemporanea, ma anche a quella antica e moderna. Ma soprattutto, Ginzburg tiene a sottolineare, come forma preventiva di igiene intellettuale, «la confusione tra Storia e Memoria». «È ovvio che si nutrono a vicenda, ma non vanno confuse né tanto meno identificate. La Memoria non si basa necessariamente sulla verità; plasma, deforma, arricchisce, si alimenta di tante cose, come scrisse Marc Bloch. Mi preme sottolineare che la memoria può essere innescata anche da un falso ricordo. La verità delle emozioni non corrisponde necessariamente alla verità storica. Il ricordo dei testimoni non coincide con la ricostruzione degli storici. Lo dico senza voler sminuire l’importanza della testimonianza, sia chiaro. Delle testimonianze lo storico non può fare a meno. Ma anche il grande studioso Yosef H. Yerushalmi nel suo libro Zakhor, distingueva la conoscenza storica dalla memoria. Ma venendo all’attualità, c’è da dire che c’è molto disorientamento. È probabile che il terrorismo, le tragedie dell’immigrazione, le loro ripercussioni, durino a lungo. Ma si tratta di problemi non solo europei. La verità è che il fascismo ha un futuro e si può incarnare in nuove forme e, in parte, paradossalmente antiche», conclude Ginzburg. Proprio per questo urge che ai nostri ragazzi vada “somministrata” una dose doppia di conoscenza storica. (Fiona Diwan)

 

«La fabbrica delle bufale e l’importanza di “pensare storicamente”» di Liliana Picciotto
Imparare a districarsi nella foresta di info e notizie presenti sul web per non farsi “abbindolare”
La mancanza della traccia di Storia all’esame di Maturità 2019 non mi sembra così grave e sintomo, come da più parti si è detto, di una cultura che vuole subdolamente premiare solo le materie scientifiche. Grave sarebbe, invece, abolire del tutto il programma di Storia dato che ogni studente ha diritto di sapere da dove viene e dove va, come si è formata la sua identità di cittadino e come si sono costituite le istituzioni cardine del Paese in cui vive.
Il problema è un altro, è saper garantire che i ragazzi non siano istruiti solo sugli avvenimenti e sui pensieri filosofici del passato ma siano attrezzati a “pensare storicamente”: un fenomeno nasce da una certa congiuntura sociale, politica, economica e ha avuto per effetto questo e quello.
L’attuale giovane generazione ha tutte le informazioni possibili a disposizione, ma non sa nulla, perché non le sa mettere insieme, tutti noi viviamo in mezzo ad un surplus di informazioni, voci, rumori, storie singole non verificabili, false credenze distribuite anarchicamente in rete, con scarse possibilità di collegarle in nessi di causa ed effetto.
Ci accontentiamo di “cognizioni elementari”, esaltiamo le competenze specifiche, mentre la maggioranza della popolazione è, in realtà, incapace di elaborare principi fondamentali come concetti di democrazia, empatia sociale, solidarietà, coscienza ambientale, fiducia nell’altro. Questa è in realtà la fine della storia. Ed è questo che dobbiamo cercare di ostacolare. L’unico modo per farlo è coltivare ed apprezzare il vero medium educativo che ci rimane: la scuola. Vanno rimessi all’ordine del giorno programmi che parlino dei grandi temi della vita associata: il nesso tra legalità e giustizia, tra memoria e storia, tra politica e morale, tra colpa e perdono.
Quanto al rischio di perdita di memoria della Shoah, non penso che la scarsa conoscenza della storia sia la porta aperta per nuovi negazionismi e istigazione all’odio antiebraico. Da anni, ormai, ci tocca vedere sul web indirizzi offensivi, vignette, battute, articoli malevoli se non calunniosi su quella tragedia, il programma e l’esame di storia non hanno mai scalfito questo fenomeno che è andato, anzi, aumentando negli anni. Basta consultare il sito www.osservatorioantisemitismo.it della Fondazione CDEC. E non dimentichiamo che abbiamo, dal 2000, un dispositivo educativo specifico che è il Giorno della Memoria. Non credo dunque che qualcosa cambierà in peggio.
La storia della Shoah in rete è in balia della casualità più assoluta, dipende da che sito incrocia la persona seduta al computer, nulla più. Di nuovo, l’educazione, la scuola possono fare molto per instillare senso critico (e ci confortano gli affollatissimi corsi di aggiornamento insegnanti che ogni anno gremiscono i seminari predisposti ad hoc), ma la vera difesa della memoria della Shoah, la vera siepe (Siyagh), è l’ormai salda storiografia prodotta attorno ad essa in questi ultimi decenni.

 

Senza la prova di Maturità lo studio della storia è fortemente penalizzato di Esterina Dana
Il MIUR ha sancito la scomparsa dalle tracce della Prima prova scritta dell’Esame di Stato – Maturità della Storia, motivandola con il palese disinteresse degli studenti: solo l’1% la svolgeva. A ben vedere, la scelta è in linea con la progressiva marginalizzazione della storia nei curricola scolastici; ma nella mente di un adolescente, togliere il tema storico dallo scritto dell’Esame di Stato significa sentirsi “legittimato” a trascurare lo studio della Storia, se non abbandonarlo. La cosa può essere pericolosa sia perché azzera il concetto di historia magistra vitae, inficiando la conoscenza del passato come fondamento del futuro, sia perché dichiara implicitamente “inutile” una disciplina su cui invece si fonda l’identità del singolo e della collettività. I giovani, defraudati della memoria storica, relegati nell’eterno presente di un selfie, risultano incapaci di guardare intorno e dentro di sé, ignari delle grandi conquiste e dei grandi crimini del passato. Il rischio di questo vuoto è quello di manipolare la Storia per giustificare l’operato presente, o di evitare di farla per non rivelare che le dinamiche del passato possono chiarire il senso di ciò che accade nel presente.
La formazione della coscienza civica è imprescindibile dallo studio della Storia; analizzando la formazione di strutture ed eventi, essa offre strumenti per leggere le variazioni fenomeniche e permette di orientarsi consapevolmente nel futuro. Forse alle nuove classi dirigenti conviene avere e mantenere il popolo “ignorante” e privo di senso critico? Se questo è, difendere l’insegnamento della Storia e la memoria contro l’oblio è un dovere civico per noi “gente di scuola”, responsabili della formazione di donne e uomini pensanti e vigili contro le derive dell’umanità.

 

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