Il caso Bensoussan: la vittoria di pregiudizi e stereotipi

Opinioni

di Claudio Vercelli

In una Europa malata di fondamentalismo e di “identità”,
si è perso un valore: la vera tutela delle minoranze

 

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La sgradevole, nonché deprimente, vicenda giudiziaria che aveva coinvolto lo storico e sociologo Georges Bensoussan, accusato di istigare all’avversione razziale per una frase pronunciata da un suo collega algerino Smaïn Laacher, e dal primo ripresa durante un colloquio radiofonico, si è conclusa, com’era auspicabile e plausibile, con la sua assoluzione. I lettori di queste pagine conoscono troppo bene Bensoussan, e il suo ruolo intellettuale, perché ci si soffermi ancora sulla sua figura. Parlano e parleranno ancora per lui i suoi studi, i suoi libri, la sua stessa voce. Nessuno ha il dono dell’infallibilità, sia ben chiaro. Nella concitazione di una discussione, riportando fonti terze, la citazione può anche essere risultata non completamente aderente all’originale. Ma il senso era propriamente questo: in alcune famiglie maghrebine, peraltro ben insediate e radicate nell’Islam dell’immigrazione europea, un antisemitismo di fondo passa spontaneamente e acriticamente da una generazione all’altra. Il non riconoscere questo fenomeno, per più aspetti intergenerazionale, quindi “sub-culturale”, in quanto parte di un comune sentire che non si sottopone a nessuna verifica, non aiuta ad affrontarne con serena determinazione gli effetti, cercando di ovviarne il pregiudizio che ne è invece grande parte.

 

Ora, Bensoussan, e con lui diversi intellettuali francesi, non si sono mai sognati di emettere condanne aprioristiche e generalizzanti. Piuttosto, ed è questa una delle grandi note dolenti del nostro presente, osservano con crescente preoccupazione l’irreversibile crisi del multiculturalismo, come fallace e incauta ideologia programmatica dell’integrazione. Del pari al crescere, al suo posto, di una sorta di sodalizio pericolosissimo tra fondamentalismi e identitarismi. I primi praticati da chi non si riconosce nei paesi ospiti, i secondi da chi sogna che questi paesi possano tornare ad essere “etnicamente” omogenei. Gli uni e gli altri sono segni preoccupanti della regressione della cittadinanza europea, favorendo il ritorno alle “tribù” di appartenenza, dove il diritto alla differenza viene distrutto dall’obbligo all’aderenza a una logica totalitaria di gruppo.

 

Si inscrive in queste dinamiche il fatto che a portare Bensoussan in un’aula di tribunale siano state alcune associazioni dell’antirazzismo che, in Francia, vanta da sé una lunga stagione. Un aspetto, quest’ultimo, che risulta essere più che deprimente. Poiché indica una spaccatura profonda in seno alle organizzazioni che dovrebbero combattere il pregiudizio, superando, per loro stessa natura, quelle linee di divisione che sono invece parte istitutiva del pregiudizio medesimo. La loro spregiudicata fazionalizzazione, consumatasi in questi anni, che ha comportato il ripiegamento dalle grandi battaglie civili, vissute comunemente, alla difesa di una dimensione comunitaria strettamente legata ad interessi selettivi, è l’indice del riflettersi su di esse delle logiche settarie derivanti dal tramonto della laicità e del repubblicanesimo. A Bensoussan è stata mossa l’ingiusta accusa di essere egli stesso involontario e inconsapevole fautore di una tale posizione, dal momento che studia e identifica le ragioni della minoranza ebraica. Ma lo studioso ben sa una cosa, che da sempre vale in Francia come in Europa: nella decadenza dei diritti delle minoranze si registra il declino delle libertà della maggioranza. L’antisemitismo, se obbliga gli ebrei a pagare un pesante dazio civile e sociale, porta inesorabilmente all’imbarbarimento anche di coloro che pensano di essere esenti dai suoi effetti. A partire da coloro che si immaginano signori di se stessi quando invece sono schiavi di un atavico senso comune.

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