Alberto Vigevani al Campiello, 1975. Foto di Carla Cerati

Vigevani, il poeta che scrisse romanzi

Libri

di Fiona Diwan

Alberto Vigevani al Campiello, 1975. Foto di Carla Cerati

Alberto Vigevani al Campiello, 1975. Foto di Carla Cerati

È stato il primo romanzo sulla Resistenza italiana, scritto praticamente in tempo reale (Uomini e no, di Elio Vittorini è del 1945), all’indomani dell’8 settembre, al principio della cruenta guerriglia tra partigiani, repubblichini e nazisti.

Classe 1918, milanese, Alberto Vigevani scrive nel 1944, durante l’esilio in Svizzera, a Lugano (ci arrivò scappando insieme alla moglie Anna Maria Camerini e al piccolo figlio Paolo, in fuga dalle persecuzioni razziali); ed è con il romanzo I compagni di settembre (Edizioni Endemunde, 11,90 euro, 159 pp, oggi ripubblicato 70 anni dopo la sua prima uscita), che Vigevani dimostra di essere, anche in questo caso, un vero diamante solitario, un outsider della letteratura italiana. Il romanzo racconta la storia di un gruppo di ragazzi e in particolare di Filippo, giovane artista, pittore di paesaggio, che si unisce a una brigata partigiana in montagna: rastrellamenti, turni di guardia, delatori, agguati, armi, miseria e nobiltà della guerra e la giovinezza di un ragazzo borghese che deve guardare negli occhi la possibilità di uccidere per salvarsi la vita. Epopea del coraggio, della paura, dell’avventura, ma sempre con una prosa antiretorica e asciutta. «I compagni di settembre è un libro un po’ che io rinnego, un libro che piacque a Ignazio Silone, io ero un ragazzo, lui volle pubblicarlo; è stato, in ordine di data, il primo romanzo partigiano italiano; ha un valore storico, ma, naturalmente, il fenomeno partigiano non era ancora sorto nella sua vera forma né io sono stato partigiano. Era quasi un augurio, era un libro che aveva quasi una volontà di riscatto per il Paese; anticipava i tempi, e, come tale, è un libro un po’ letterario, un po’ avulso dalla realtà. Interessante da un punto di vista schiettamente politico».

Con queste parole, Alberto Vigevani giudicò, trent’anni dopo averlo scritto sotto lo pseudonimo di Tullio Righi, questo suo romanzo così legato all’attualità, così politico ed eterodosso rispetto alla vena più lirica di altri libri («è un poeta che ha scritto romanzi», diceva di lui Lalla Romano). Influenzato dal clima neorealista alle porte, I compagni di settembre, scrive Marco Fumagalli nella postfazione, «è capace di emozionare… veicola lo spirito della Resistenza del dopo 8 settembre; un’atmosfera di passione e una volontà di partecipazione», che contagiarono lo stesso Vigevani. Per molti critici letterari, questo romanzo rimane, nella sua produzione, un episodio isolato e strettamente legato al contesto in cui nasce; un’opera apparentemente estranea al resto della sua letteratura.

A plaudirlo tra i primi ci fu il critico e scrittore Franco Fortini, osservando che «c’è l’aria, il tono e la passione di quelle giornate di settembre tremende che nessuno degli italiani dimenticherà… Ci sono delle cose davvero bellissime e il piglio e il tono è proprio vivo e sodo (e quei giorni ci sono, in tutta la loro aria)». Mentre invece il critico Giansiro Ferrata, noterà «una doppia anima del romanzo, che, per quanto più nascosti, ha ancora in sé gli elementi di un’intonazione a tratti liricizzante e… della rappresentazione della dimensione umana e intima dei personaggi». Gli amici dell’epoca, ci fa notare il figlio Marco nella bella prefazione, erano Gadda, Vittorini, Vittorio Sereni, Montale, Carlo Levi, Alberto Mondadori, Ernesto Treccani,… E leggendo i commenti, toccando con mano la circolarità delle voci e la rete di amicizie e di affinità elettive che circondavano il raffinato scrittore e bibliofilo Vigevani, ci si accorge di come esistesse in Italia qualcosa che oggi è andato irrimediabilmente perduto: una vera e propria civiltà letteraria, un mondo più o meno omogeneo, conviviale, fatto di scambi aperti, a volte ruvidi ma quasi sempre diretti; e poi la circolarità delle idee, l’amicizia, le frequentazioni private e improntate a un’affettività diffusa degli uni con gli altri. Un mondo che non esiste più, finito per sempre con gli anni Ottanta, con la Prima Repubblica, con l’avvento della post-modernità.

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