Un esperimento fallito di apartheid sovietico

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Questo libro è forse il primo in Italia ad essere dedicato esclusivamente alla curiosa e singolare (anzi unica) esperienza della regione autonoma ebraica in URSS. Quindi colma una lacuna, anche se la prospettiva da cui muove l’autore è anch’essa, per molti versi, singolare.
È noto che nel marzo 1928 una risoluzione governativa sovietica stabilì un “Distretto nazionale” riservato all’insediamento ebraico in una regione dell’estremo oriente siberiano, alla confluenza di due fiumi: il Bira (un affluente del grande Amur) e il Bidzhan. Questa scelta avvenne dopo che un apposito comitato aveva esaminato la possibilità di creare un insediamento ebraico nel Caucaso settentrionale e in Crimea. Nel 1927 fu inviata una spedizione che esaminasse il territorio, le sue risorse e le sue possibilità di sviluppo. “La relazione della spedizione descriveva il luogo come difficilmente abitabile , a causa delle condizioni climatiche, l’assenza di strade, lo straripamento frequente dei fiumi, la proliferazione di malattie e tuttavia rilevava la possibilità di coltivare grano, riso , lino ortaggi e patate.” Fu quindi deciso di stabilire proprio in questa zona, chiamata appunto Birobidzhan, dalle condizioni proibitive anche se attraversata dalla ferrovia Transiberiana, una entità amministrativo-territoriale ebraica. Il progetto, ci dice Vitale, incontrò l’approvazione delle alte gerarchie sovietiche, da Stalin a Kaganovich a Kalinin. E a questo proposito cito una interessante nota: “secondo Kalinin era del tutto naturale che gli ebrei trovassero il loro posto in URSS e potessero preservare la loro nazionalità con una vita economica stabile basata sull’agricoltura e su un insediamento localizzato. Inoltre Kalinin rinveniva la causa della persistenza dell’antisemitismo nell’eccesso di funzionari e di impiegati ebrei nelle città. Per combattere l’antisemitismo,in attesa della assimilazione a partire dalla terza generazione sovietica mediante i matrimoni misti (corsivo mio), sarebbe stato necessario l’insediamento degli ebrei nelle campagne”.

La situazione degli ebrei che vivevano nella parte europea dell’Urss intorno al 1928 stava peggiorando sensibilmente sia dal punto di vista materiale (erano in molti a dover dipendere dai sussidi delle organizzazione di solidarietà europee ed americane) sia per il risorgere di forme di antisemitismo. Erano in molti ad appoggiare il sionismo e ad auspicare una emigrazione verso Eretz Israel. Ma questa soluzione piaceva pochissimo ad un governo preoccupato per la possibile perdita di forza lavoro qualificata e preoccupato dell’affermarsi del sionismo, considerato una incontrollabile forma di identificazione nazionale, per di più definita “di origine borghese”. La dirigenza sovietica si opponeva dunque ad un insediamento ebraico in Palestina, ma appoggiava quello nell’estremo oriente siberiano, fondato su una base territoriale e di una lingua autonoma: lo yiddish. Era, da un lato, una applicazione concreta del principio staliniano delle nazionalità, dall’ altro una forma di contrasto con la nascita di un possibile Stato di Israele e anche con l’ ivrìt, considerato “tipico della borghesia ebraica”.
Prima dell’arrivo degli ebrei il Birobidzhan era una regione scarsamente popolata, con una presenza di cosacchi, trapiantati forzatamente nel corso dell’800 e da gruppi di Vecchi Credenti, ortodossi russi che non avevano accettato la riforma liturgica del 1655 e potevano godere in queste terre lontane dall’Europa della possibilità di praticare liberamente il loro culto. L’autore del libro ci fa notare che circa 170.000 coreani che si erano stabiliti nel territorio, furono forzamene trasferiti nelle steppe dell’Asia centrale al momento della formazione della Regione.
Questo è lo sfondo su cui si sviluppa la vicenda di quella che l’autore del libro, nel sottotitolo definisce la prima Israele. Egli definisce il Birobidzhan “un esperimento fallito di apartheid sovietico” , ma vede anche in questa vicenda un “possibile modello di convivenza”. Egli nota come “in questa parte del mondo non solo gli ebrei sono riusciti a salvarsi due volte dalla fame degli anni Venti e Trenta e dalla Shoah negli anni Quaranta, ma è accaduto qualcosa che nella storia moderna degli ebrei d’Europa non ha avuto paragoni: la formazione di una convivenza originale”.
Ecco perché definivo prima la prospettiva di Vitale come singolare. Egli vede infatti nella convivenza fra una minoranza ebraica quasi completamente secolarizzata e assimilata, la cui identità culturale è quella della yiddishkeit (nel senso di una minoranza etnica russo-ucraina in cui il retaggio ebraico è un dato più che altro antropologico) e altre minoranze etniche lontane migliaia di chilometri dai loro insediamenti originali, il modello possibile di soluzione per i conflitti mediorientali.
A quale prezzo? Quello di una perdita quasi totale dell’identità ebraica, ridotta a patrimonio quasi solo folklorico, e sottolineata ripetutamente con la sostituzione dello yiddish all’ ivrìt.
Egli sostiene infatti che “il Birobidzhan non è stato un tentativo di risolvere la questione ebraica, ma possedeva caratteristiche favorevoli per la sua reimpostazione, almeno in Russia”.
A parte questo, il libro è comunque una interessante fonte di conoscenze su una vicenda molto poco conosciuta.
Oggi rimane poco: nel 1989 la popolazione ebraica della città capoluogo era di 9.000 ebrei, ma nel 1996 la maggior parte è emigrata in Israele. E quindi vengono promosse iniziative per impedire che il patrimonio culturale di questa esperienza possa essere dimenticato.

ALESSANDRO VITALE, LA REGIONE EBRAICA IN RUSSIA, GIAMPIERO CASAGRANDE EDITORE, pp. 287, euro 20,00

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