Un delitto letterario

Libri

Dell’autrice di questo libro sono già stati tradotti in italiano due gialli di ambientazione israeliana contemporanea, uno dal titolo Omicidio nel kibbutz e alcuni anni prima Delitto in una mattina di sabato. Il fascino di questi libri è duplice. Da una parte una storia poliziesca ben congegnata, con tutti gli sviluppi e i ripensamenti del caso, dall’altra una ambientazione unica e molto particolare: il secondo dei libri citati prima ha infatti come luogo del “delitto” un congresso di psicoanalisti a Gerusalemme. E lo stesso vale per questo libro, ambientato nel Dipartimento di Letteratura dell’Università di Gerusalemme, in cui B. Gur è stata anche docente.
Il protagonista di questo libro è il commissario Michael Ohayon, cui la scrittrice israeliana, di recente scomparsa, ha dedicato un serie di romanzi gialli. È una figura singolare di poliziotto, con una separazione coniugale alle spalle, un rapporto non facile con il figlio adolescente, una storia complicata con una donna sposata. E prima di entrare nelle forze di Polizia si è laureato proprio in letteratura contemporanea, come gli ricorda spesso il suo superiore, quando non è soddisfatto e conclude le riunioni assieme ai suoi collaboratori con un perentorio: “Perché qui non siamo all’Università!”.

Qui il commissario ha l’incarico di scoprire quali siano state le ragioni che hanno portato alla morte di due membri del Dipartimento: Saul Tirosh, il carismatico direttore del Dipartimento che è anche il più noto poeta israeliano contemporaneo, e Iddo Dudai, un giovane e molto promettente dottorando. E queste due morti avvengono dopo uno scandalo che ha sconvolto la struttura universitaria, durante una sessione seminariale, ripresa per altro dalla televisione, cui partecipano per l’appunto i due personaggi sopraccitati e Tuvia Shai, il più fedele collaboratore del grande poeta. Il tema del seminario è La buona e la cattiva poesia, ovvero se esista la possibilità di riconoscere oggettivamente, con criteri scientifici, la bellezza di una poesia. E questo sarà il tema che farà da cornice a tutta la vicenda e ne spiegherà alla fine le conclusioni. Ebbene in questa seduta seminariale il giovane assistente Iddo Dudai attacca violentemente l’opera del suo maestro e, sin lì, mentore, Saul Tirosh, che viene invece difeso dall’altro assistente, Tuvia Shai.
Nello svolgimento delle indagini il commissario Ohayon appura che all’interno del gruppo dei collaboratori del Dipartimento si sono sviluppati rapporti interpersonali molto stretti, che hanno comunque visto il passaggio nell’alcova del direttore di quasi tutte le dottorande e le docenti. Inoltre egli aveva una relazione “stabile” proprio con la moglie di Shai, cioè di colui che più degli altri ne difende le doti di sommo poeta, il quale aveva accettato questo curioso ménage à trois, proprio in nome dell’indiscussa superiorità del suo maestro.
Che però, durante il corso dell’indagine appare sempre più come una persona di sfrenato egocentrismo e con una enorme capacità di annientamento psicologico (e di carriera) di chiunque possa fargli ombra. Eppure per Shai, e anche per altri del suo team, la sua grandezza “oggettiva” di poeta è tale che sono disposti a subire qualunque affronto dal loro maestro.

A meno di cambiare completamente il coso dei suoi studi, come un professore, che Ohayon mette un po’ “sotto torchio”, e che, per non rimanere schiacciato dalla personalità e dall’egoismo di Tirosh, ha abbandonato lo studio della poesia contemporanea per dedicarsi a quello della poesia ebraica medioevale. Ma era comunque diventato amico dello studente ucciso ed aveva visto come fosse tornato sconvolto da un recente viaggio negli Stati Uniti, dove aveva intervistato un ex-detenuto dei campi staliniani, di cui Tirosh aveva pubblicato delle poesie…
L’indagine è dunque complessa. Il metodo del commissario Ohayon è un po’ il metodo di Maigret: immergersi nelle atmosfere e nei luoghi dove sono vissute le vittime, cerare in qualche modo di immedesimarsi in questi ambienti e nelle loro storie. Questo gli è in questo caso facile, poiché sono anche gli ambienti in cui ha studiato e che da giovane ha amato, semmai sono le vicende della sua vita privata a complicarsi un po’.

Il libro è intessuto di citazioni di poeti israeliani, da Alterman ad Amichai, di scrittori come Agnon e anche da riferimenti a temi e personaggi biblici, e il lettore si sente immerso in dibattiti culturali e letterari, il cui sfondo è sempre quello della possibilità di una poesia oggettivamente bella. Vi fanno capolino anche personaggi reali della cultura israeliana contemporanea, magari sotto pseudonimo: come per esempio una veloce comparsa della biblista Nehama Leibowitz.
Il libro è comunque godibilissimo, l’intrigo narrativo è ben svolto, in un crescendo continuo fino alla conclusione. E si giova anche della costruzione di un ambiente (quello del Dipartimento universitario con i suoi conflitti e i suoi problemi, anche personali) descritto, oltre che con profonda conoscenza, anche con grande maestria.
Sarebbe davvero bello potere leggere altri volumi di Batya Gur con il commissario Ohayon come protagonista, e magari veder ristampati i precedenti.

Batya Gur, Un delitto letterario, Nottetempo, pp. 462, euro 16,00

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