Storia e ricordi, vita e destino

Libri

Ripercorrere le spaventose tappe (e le motivazioni profonde) dell’Olocausto non basta mai. Saul Friedländer dà oggi un contributo fondamentale con il suo saggio Gli anni dello sterminio. Nelle quasi mille pagine del libro racconta gli eventi e i protagonisti che dal 1939 al 1945 hanno segnato gli ebrei d’Europa. Dalle prime deportazioni, ispirate dalla propaganda sociale che è stata definita “antisemitismo redentivo” di Adolf Hitler, all’eliminazione su scala industriale di Auschwitz, il meccanismo creato dalla dittatura nazista viene indagato con cifre e documenti in ogni paese del Continente. Friedländer indica con equilibrio di storico le sottovalutazioni degli Alleati e le omissioni del Vaticano; ma anche le distratte proteste di Gerusalemme di fronte alle notizie dei massacri che, di pari passo al conflitto mondiale, si diffondevano. Con l’agghiacciante contabilità delle vittime, con le microstorie commoventi dei deportati e le testimonianze di anonimi diaristi, è un libro “necessario”: che, ricostruendo un dramma collettivo, rende voce e memoria ai sei milioni di vittime.

Saul Friedländer, Gli anni dello streminio, Garzanti, 32 euro.

Quando una storia individuale è capace di scrivere una storia più grande, nasce un libro importante. Il dono di Sala di Ann Kirschner è basato su una biografia reale: partendo dalle 352 lettere familiari conservate dalla madre Sala, l’autrice ne ricompone l’odissea nel caos della Polonia sotto il giogo nazista. C’è la città d’origine, Sosnowiec; ci sono i sette campi di lavoro – nel Sistema Schmelt, ancora poco indagato – in cui Sala fu deportata, perdendo parenti e amici. La bravura narrativa di Ann Kirschner tesse, intorno a quelle missive di vita quotidiana che Sala scambia principalmente con le sorelle, i passaggi, i drammi, come le emozioni, di una ventenne che si ritrova a sopravvivere nell’inferno dell’Europa in guerra. Sala alla fine ce l’ha fatta: è arrivata viva alla fine del conflitto, è emigrata a New York, ha inaugurato una nuova generazione. Per la forza e la verità, questo “dono” è tra gli omaggi più originali a “una memoria che non si può dimenticare”.

Ann Kirschner, Il dono di Sala, Il Maestrale, 16 euro.

La musica, con la sua bellezza, salva la vita. Daniel è stato deportato da Cracovia nel “campo di lavoro dei Tre Fiumi”, ad Auschwitz. Il suo destino sembra segnato, fra terrore, punizioni, denutrizione. Ma, al centro di una scommessa, è obbligato a costruire un violino per il comandante del lager, crudele quanto melomane. Per Daniel è l’antidoto alla disumanità del “lavoro che rende liberi”. E così ritrova la sua maestria di liutaio, mentre lo strumento cresce, annullando fatica e privazioni. Quel piccolo capolavoro “di abete ungherese di sorbo” è quindi suonato da Bronislaw, un amico musicista anch’egli prigioniero. Ma questa serata di suonate, davanti a un pubblico di ufficiali delle SS e della Wermacht, è l’inizio di un’altra storia che dall’Olocausto arriva fino a oggi. Con un colpo di scena che, sulle note della “Follia” di Arcangelo Corelli, riannoda i fili di un passato doloroso e di un presente che accende la speranza… Il violino di Auschwitz di Maria Ángels Anglada emoziona con la non facile misura del romanzo breve. E il dramma di un lager, miracolosamente, si trasforma in favola.

Maria Ángels Anglada, Il violino di Auschwitz, Rizzoli, 17 euro.

Mauro Querci

Sono un centinaio le lettere raccolte nel volume curato da Zwi Bacharach Le mie ultime parole. Lettere dalla Shoah. Sono state scritte dalle vittime dell’Olocausto e hanno raggiunto i propri destinatari per vie tortuose e spesso impensate. Ciascuna di loro, ingenua, disperata, incredula, rassegnata, è testimonianza unica e senza filtri della Shoah e del suo impatto brutale sulla vita di milioni di individui; persone comuni che, fino a un attimo prima di perdere tutto, cullavano ambizioni, progetti, amori. Le hanno scritte sulla soglia delle case da cui venivano strappati, con la consapevolezza della morte incombente, o con gli occhi ancora pieni dell’orrore toccato ad altri.
Le hanno scritte sui treni piombati e fatte scivolare dalle fessure perché qualcuno potesse raccoglierle. Le hanno scritte nei ghetti in rovina e sepolte tra le macerie. Viene da pensare a quante parole, quante storie si siano irrimediabilmente perse, non abbiano trovato la strada di casa. Ma già quelle che abbiamo, con la loro sofferenza annotata in fretta, sono una memoria indimenticabile degli abissi che possono travolgerci. Ma sono anche il segno del fallimento del progetto nazista di trasformare gli ebrei in non uomini: fino all’ultimo respiro chi ha scritto queste parole ha mantenuto la sua dignità e la speranza di non essere dimenticato.
Il sentimento comune è infatti proprio il desiderio di non essere dimenticati e che il dolore e l’inferno in cui sono stati gettati sia trasformato in forza dai sopravvissuti: forza di ricordare, forza di vendicare, forza di vivere e sconfiggere così il progetto della soluzione finale.
Il volume è la versione italiana di un testo pubblicato dallo Yad Vashem di Gerusalemme; è un’edizione critica con indici e materiale prezioso.

Zwi Bacharach (a cura di), Le mie ultime parole. Lettere dalla Shoah, edizione italiana a cura di F. Gabizon, Laterza Editore, pp.336, 16,00 euro

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