Sì, la vita è un trucco del cuore

di Fiona Diwan

Finzi1Ci sono Mike Bongiorno e l’alluvione del Polesine. Ci sono le Leggi Razziali, le fughe sulle Alpi e la guerra partigiana. E poi il libro Cuore di De Amicis accanto all’epopea ferrarese dei Finzi Contini, di Giorgio Bassani; e poi la Milano del dopoguerra, Fausto Coppi e Gino Bartali su su fino al Sessantotto e alla bomba di Piazza Fontana, in un’arco temporale che abbraccia i due terzi del XX secolo italiano. Nel mezzo, la famiglia Finzi-Limentani-Bassani e una galleria di memorabili donne. Una storia italiana ed ebraica a suo modo paradigmatica: c’è Matilde Bassani, bella e pasionaria, partigiana e militante, un Io eroico intriso di impegno sociale e civile, madre del narratore; c’è la zia Eugenia, scienziata folle e geniale, che partecipa al Progetto Manhattan, a Los Alamos e che poi si sfila da quell’avventura di scienza e di morte quando capisce che avrebbe causato la morte di migliaia di innocenti; c’è la nonna Lavinia Limentani, sobria, doverista, severa, una specie di generalessa vittoriana cresciuta “senza giochi e senza gioventù”. E poi, ancora, Ulisse, il papà, splendido comprimario di questo altezzoso gineceo: lui, poliglotta, cosmopolita, bon vivant, capace di sobbarcarsi senza un plissè l’onere di mantenere tutta la tribù sarà snobbato dalle donne di famiglia e ripagato da un’ostentata e sdegnosa sicumera intellettuale.
Così racconta Enrico Finzi, 68 anni, sociologo, saggista, giornalista, in un memoir autobiografico, La Vita è piena di trucchi, appena uscito per Bompiani, che è anche un secolo di storia d’Italia, con la guerra che finisce, la ricostruzione, gli anni Cinquanta e Sessanta, l’avventura pubblica e privata di «una famiglia non banale, a un tempo nevrotica e ricca di una cultura minoritaria impregnata di passione civile, di illuminismo ateo e di ebraismo marginale».
Scrivere è un trucco del cuore, diceva Scott Fitzgerald. E Finzi lo sa bene, prende la penna per ricostruire il passato umbratile di un ragazzo “difficile” attingendo alla virtù terapeutica della scrittura. E mettendoci molto cuore. La sua narrazione scorre tra cronache familiari e un senso di appartenenza ebraica indistruttibile e profonda, accompagnata da una fede antifascista senza cedimenti. Un racconto scritto con turbinosa leggerezza, pieno di humour, di affetto e di calore verso persone, luoghi, fatti, ricordi spesso dolorosi ma sempre accarezzati dal sorriso.
Del resto, Finzi ha sempre amato attraversare la vita con passo mercuriale, da bravo figlio di Ulisse, amante dei trucchi e degli artifizi, e di quella metis che è il principio di ogni abilità trasformativa, con una vis affabulatoria e vagamente circense («Di quanti artifizi abbiamo bisogno per cavarcela, a quanti espedienti ricorriamo per sopravvivere o per nascondere o per falsare la realtà!… Nel gran circo del vivere si possono fare trucchi puliti, che ci aiutano: giochi di destrezza, di abilità, quelli che sorprendono e fanno stupire, perché la vita è un trucco da disvelare nella sua ambivalenza…», scrive).
Un libro molto ebraico: per il witz e il guizzo umoristico, perché narra la storia di un’importante famiglia dell’ebraismo italiano, i Bassani-Limentani-Finzi appunto (ne fanno parte lo scrittore Giorgio Bassani, intellettuali come Eugenio Curiel, un premio Nobel per la fisica come Emilio Segrè, una zia scienziata, Eugenia Bassani, coinvolta nel Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica…). Un omaggio a una famiglia di donne fuori dal comune: non a caso, il libro si conclude con l’incontro con un’altra grande protagonista, Terry, forlivese, enigmatica e poco incline a coccolare il narcisismo di Enrico, insegnante di storia e filosofia che diventerà sua moglie.
Perché il bisogno a 68 anni, di scrivere un memoir che tuttavia si ferma ai primi anni Settanta? «Non sono andato oltre quella data per non coinvolgere persone che ancora gravitano intorno a me e perché la distanza storica non è ancora sufficiente. Ma, la verità è che ho scritto questo libro per le mie due nipotine. Un giorno, la piccola Matilde scopre che quando ero bambino non possedevo il cellulare. Sconvolta, mi chiede “nonno, ma quando eri piccolo c’era l’acqua? C’era l’automobile? Mi racconti la storia di quando eri piccolo?”. Questo libro nasce quindi come registrazione di una storia orale dedicata alla trasmissione tra le generazioni: non il dovere della memoria ma il piacere della memoria. Ho voluto raccontare anche la vicenda di una famiglia ebraica antifascista, socialista e a suo modo aristocratica, per testimoniare di un ebraismo italiano non religioso, per nulla assimilato anzi, fortemente identitario, un modello di ebraismo che forse oggi sta scomparendo ma che è stato peculiare di questo Paese. Il terzo motivo, infine, è una risposta al clima depresso e pessimista di oggi: volevo restituire quei decenni pieni di speranze, rendere conto di un tempo in cui la società italiana e l’ebraismo (quello socialista e kibbutzistico delle origini) trasmettevano fiducia nell’avvenire. Fu un momento magico, una stagione irripetibile. I racconti che arrivavano da Israele erano esaltanti: la vita nei kibbutz, l’esperimento delle case dei bambini – il bet yeladim -, la vita in comune, la fiera spregiudicatezza delle ragazze, un ebraismo egualitario, socialista, espressione di un Paese diverso dagli altri. Prima del 1967, prima degli anni Settanta, tutti avevano la convinzione diffusa che si sarebbe trovato un modo per vivere con gli arabi, forti del fatto che nell’atto di fondazione dello stesso Eretz Israel c’era l’idea di convivenza, e che si sarebbe trovato un punto di contemperamento. Oggi, tutto questo è stato spazzato via, quella fiducia, quell’ottimismo non esistono più».
Un libro profondamente ebraico, non fosse altro che per la capacità di fare proprio un tono interiore, un nigun, una melodia esistenziale da canticchiare ai nipoti e da ripetere a se stessi. «Ho voluto raccontare la mia scelta di appartenenza. Mi sono iscritto, all’età di 25 anni, alla Comunità di Milano, scegliendo di rientrare in quelle istituzioni ebraiche che mia madre Matilde aveva rifiutato, in polemica con gli ebrei fascisti che erano corsi festanti incontro a Mussolini. Mia madre, finita la guerra, si cancellò dalla Comunità ma volle restare iscritta all’Adei. Questo libro è la mia riconferma adulta di un ebraismo culturale e non religioso. Sono un eterodosso, un po’ eccentrico, forse: nel libro, mi piace definirmi anche israelita e giudeo, parole connotate da un disprezzo semantico secolare. Ma sono due termini che rivendico, polemicamente e orgogliosamente, come per dire: “Sì sono ebreo, giudeo e israelita, e allora?”.
Resto convinto che l’ebraismo sia un’identità plurale, mai monadica, con patterns e modelli differenti. Ebraismi plurimi che vanno ad arricchire, non certo a indebolire, l’identità ebraica e comunitaria. Ho sempre cercato di non sentirmi “eletto”: il popolo eletto non è superiore, ma solo scelto da Dio – con cui Israele sigla un patto, un’alleanza -, per testimoniare senza privilegi (anzi, pagando prezzi salati) il monoteismo.
Infine, questo è il mio qavod, omaggio, al genere femminile. L’ebraismo mette le donne nei matronei ma poi sancisce che la discendenza è matrilineare, facendone il perno della trasmissione identitaria. Il mio libro parla di figure femminili che giganteggiano ovunque, personalità forti, donne brillanti, impegnate, generose, intelligentissime, ben più di “un oggetto complicato del desiderio”, come ebbe a dire quel misogino di Woody Allen».
Finzi si sofferma anche sulla Shoah, raccontandoci, ad esempio quanto la sua percezione e conoscenza – che oggi diamo per scontata – non fosse affatto ovvia, e quanto la consapevolezza del suo orrore siano avvenuti con lentezza, poco alla volta, come un lento affioramento nell’oceano di silenzio che circondava i sopravvissuti. La generazione degli anni Cinquanta dovrà aspettare ancora un decennio per capirne la portata tragica. Enrico bambino ricorda l’amico dei genitori invitato a cena, una sera d’estate, finestre aperte, un cane che abbaia furioso, a pochi metri, nella notte: e immediatamente la forchetta che cade, l’amico dei genitori che trema e inizia a urlare, impazzito per la paura e dal sussulto dei ricordi. Seduto a tavola, Enrico percepisce che quel numero sul suo braccio ha a che fare con quei cani che abbaiano nella notte e inizia a fare domande, sottovoce, ma nessuno parla, solo frasi mormorate a fior di labbra. «La Shoah è entrata nella nostra vita in punta di piedi, con pudore e silenzio, attraverso indizi, non prove. Ho voluto raccontare quegli ebrei che tornavano a testa bassa, con la bocca cucita e gli occhi incapaci di fissarsi nello sguardo dell’altro. Oggi abbiamo dimenticato quanto tempo c’è voluto perché la Shoah fosse verbalizzata: non se ne parlava direttamente, tutto emergeva per indizi, tutti tacevano, i sopravvissuti provavano un senso di vergogna, distrutti dal senso di colpa per aver visto morire i propri cari, sapevano che la gente non avrebbe creduto ai loro racconti», dice Finzi.
Il memoir procede con l’adolescenza e la gioventù del narratore: arrivano le lotte, le speranze, la stagione degli amori e dei primi abbandoni; e poi la politica, l’amore per lo zoo e il circo, metafore della vita. Arriva il tempo, a 25 anni, di interrogarsi, scrive Finzi, su quella «faccenda complessa che è essere ebrei… sempre diversi, ovunque eccentrici, mai inseriti in una maggioranza… Mi abituo così, fin da piccolo, ad essere minoranza di una minoranza di una minoranza…, e non ho più smesso».