di Ugo Volli
[Scintille. Letture e riletture] Nella memoria popolare dell’ebraismo europeo e americano vi è un mito così radicato che è difficile contraddirlo, quello dell’integrità sociale e religiosa, dell’armonia, della saggezza, perfino della felicità del mondo yiddish, in particolare degli shtetl, i piccoli centri in cui viveva la maggior parte della popolazione ebraica dell’Europa orientale, e della centralità della sua variante popolare di ebraismo, il chassidismo.
Bisogna dire che questo mito è piuttosto recente, la sua origine si può far risalire all’esaltazione da parte di Buber dell’insegnamento dei maestri chassidici (a partire da Le storie di Rabbi Nahman pubblicato nel 1906 e da La leggenda del Baal-Shem, uscito nel 1908) e per quanto riguarda invece la vita comunitaria al libro di viaggi di Joseph Roth Ebrei erranti del 1927.
In precedenza gli “Ostjuden”, come venivano chiamati in Germania, erano diffamati e discriminati anche dagli ambienti ebraici che spesso provenivano da situazioni altrettanto problematiche sul piano economico e sociale, faticosamente integrati nelle società occidentali solo da due o tre generazioni. Vi era stata certamente solidarietà e allarme per i terribili pogrom dello zarismo e la consapevolezza dell’appartenenza allo stesso popolo, ma il riconoscimento dell’originalità di quel mondo e dei suoi valori avvenne per lo più solo nel momento del rimpianto, quando già la massiccia emigrazione in Europa e in terra di Israele, ma soprattutto negli Stati Uniti, e prima i pogrom zaristi, poi le stragi della guerra civile e la repressione sistematica da parte sovietica, l’avevano in gran parte svuotato, ma soprattutto dopo che la Shoah l’aveva distrutto completamente.
È subentrata allora una lettura romantica e utopica di quella società, che ne dimenticava la miseria, la violenza quotidiana che subiva dal potere zarista, i difficili rapporti con i contadini cristiani e anche le difficoltà interne.
Paradossalmente, questa visione edulcorata può essere corretta leggendo come documenti le opere degli scrittori yiddish, che appartengono tutti alla fase della dissoluzione di quella società, ma ne conservano una memoria realistica. Per esempio il bellissimo libro di racconti Gimpel l’idiota del maggiore di questi scrittori, Isaac Bashevis Singer, ripubblicato ora da Adelphi, racconta storie di miseria, di indemoniamenti, di molestie collettive, di ricchezze effimere non godute, di tentazioni nichlistiche qualche volta respinte ma spesso accolte per vendetta, di donne oppresse, di mendicanti senza prospettive, di rabbini sopraffatti dagli impulsi collettivi, di diavoli seducenti, mogli vendicative, malattie senza perché, vagabondi aggressivi, rituali ormai poveri di senso e ripetitivi.
È una società non solo poverissima, ma claustrofobica, febbricitante, in cui la presenza della morte e della follia sono continue e la pratica religiosa è spesso venata di superstizione. Certamente in questo quadro è determinante la poetica di Singer, un’attenzione ai lati estremi dell’esistenza sotto la forma di un realismo dell’incubo. Il fascino di questi racconti viene dai ritratti di personaggi indimenticabili ma anche dalla consapevolezza del male e dal fascino per le figure marginali che li caratterizza. Non bisogna certo guardare la letteratura come un’indagine sociologica; ma leggerla come una testimonianza della memoria sì, si deve. E quel che ne emerge è più infelicità che serenità, più prigionia che completezza. Singer è un grande scrittore anche per questa sua sensibilità alla tragedia quotidiana, così diversa ma anche così consonante a quella di Kafka. Ne esce il ritratto di un mondo inquieto, disarmonico, angosciato, molto lontano dall’idilliaca immagine degli stehtl da teatro.



