Kaminsky, il falsario che beffò i Servizi Segreti di tutto il mondo

di Sara Pirotta

La prima volta fu contro i nazisti: documenti falsi per salvare gli ebrei francesi. Poi per decenni ha fornito nuove identità ai perseguitati di tutto il mondo, dall’Argentina dei militari all’Algeria, dai ribelli africani agli oppositori dei colonnelli in Grecia. Con un pensiero fisso: “Se io dormo, qualcuno muore”. Storia di un chimico idealista, raccontata dalla sua amata figlia Sarah.

“Avevo cominciato le mie esperienze di chimica all’età di quattordici anni, effettuando delle ricerche sulla decolorazione degli inchiostri chiamati ‘indelebili’. In anni di analisi, non ne avevo trovato uno che lo fosse realmente: si possono cancellare tutti”. Con questa affermazione, Adolfo Kaminsky mette a disposizione le proprie conoscenze ed entra a fare parte del réseau parigino per la lotta contro l’occupante nazista. Un impegno che lo vede in prima fila, all’interno del movimento di Resistenza francese, nella produzione dei documenti falsi necessari agli ebrei ricercati dai tedeschi. Quel che il giovane falsario non sa è che, con questo passo, egli mette la firma al proprio destino, scrivendo un futuro che, in trent’anni di attività, lo vedrà impegnato al servizio di innumerevoli cause di libertà su diversi fronti internazionali. Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario (di Sarah Kaminsky, edizioni Colla, pp. 224, euro18,00) è il romanzo che, attraverso gli occhi e le parole della figlia Sarah, raccoglie la testimonianza di una vita appassionata e complessa, vissuta al limite della legalità, ma totalmente dedicata ad aiutare popoli in difficoltà e oppressi, senza badare al proprio interesse personale.

A soli diciassette anni, chiuso nel suo laboratorio per creare identità false agli ebrei in pericolo, Kaminsky sa perfettamente che ogni documento prodotto è una vita salvata e decide senza indugio di trasformare la propria in una corsa contro il tempo, senza riposo e senza tregua. “Restare sveglio. Il più a lungo possibile. Lottare contro il sonno. Il conto è presto fatto. In un’ora io fabbrico trenta falsi documenti. Se dormo un’ora muoiono trenta persone”. Tra le righe della biografia emerge tutta la violenza di un Novecento martoriato dalle guerre e dalle sopraffazioni, cui il protagonista non sa e non può sottrarsi, anche a scapito della propria vita personale, passata all’ombra della clandestinità. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo avere aiutato moltissimi ebrei a fuggire dai territori occupati dai nazisti, Kaminsky entra al servizio dell’Aliyah Beth, iniziando a produrre documenti falsi per consentire ai superstiti ai campi di concentramento di raggiungere la Palestina. “Quello che mi premeva – racconta il falsario alla figlia – era soprattutto la libera circolazione dei popoli. Forse per via dell’infanzia che avevo avuto o della mia eredità familiare, degli anni di esilio che i miei genitori avevano subito. E poi avevo ben vivo il ricordo doloroso del nostro primo tentativo di emigrazione in Francia. […] In quell’occasione compresi veramente il significato del termine ‘documento’, questo pezzo di carta indispensabile per poter circolare liberamente fra gli Stati e che, per una famiglia come la mia, errabonda da un esilio all’altro da decenni, si rivelava particolarmente difficile da ottenere”.

Nonostante l’empatia e la solidarietà che lo legano ai sopravvissuti, essendo stato rinchiuso per due volte con la propria famiglia nel campo di prigionia di Drancy, Kaminsky cade spesso preda di dubbi, tensioni e domande legate alla legittimità della propria azione. Dopo la Liberazione, per il giovane riprendere l’attività di falsario è una decisione difficile e consapevole degli innumerevoli rischi. “Avevo sempre rigorosamente badato a che le mie conoscenze e le mie capacità venissero messe al servizio solo di cause legittime. Ero sempre stato attento a non transigere con il mio senso dell’etica e della moralità. Ma ora ero di nuovo fuorilegge e mi domandavo se, dal giorno in cui avevo realizzato il mio primo falso, non fossi caduto in un ingranaggio per uscire dal quale non mi sarebbe bastata la vita”.

Nomi nuovi per l’Aliyah

I dubbi e le angosce non frenano però l’impegno di Kaminsky a favore dell’immigrazione clandestina, che si interrompe solo all’indomani della creazione dello Stato ebraico, quando egli sceglie di rimanere in Francia e di iniziare, finalmente, una vita normale, come fotoincisore e fotografo. La tregua, però, durerà ben poco, perché dopo qualche anno il falsario decide di dare il proprio sostegno all’FLN algerino, aiutando la lotta anticolonialista nel Paese maghrebino. Ancora una volta, Kaminsky si rivela l’uomo dal sapere tecnico indispensabile per riprodurre documenti considerati infalsificabili. Con estrema dedizione, tra chimica e fotoincisione, il falsario lavora alacremente nel laboratorio segreto di rue de Jeûneurs a Parigi, entrando a fare parte a tempo pieno della rete di militanti francesi a favore della causa algerina. Un impegno proseguito, nel terrore di essere arrestato dalla polizia francese e al limite delle proprie possibilità produttive, sino alla firma degli accordi di Evian, nel marzo 1962, che sancirono l’indipendenza dell’Algeria. Dopo avere formato giovani falsari che aiutassero gli spagnoli antifranchisti, Kaminsky viene contattato dai vertici del réseau Curiel, impegnato a fianco dei diversi movimenti di liberazione in Africa e nelle lotte rivoluzionarie in America del Sud. “Dovunque nel mondo c’erano popoli che si battevano per la propria libertà. […] Così, in quel 1967 fornivo documenti falsi ai ribelli di quindici Paesi diversi, e non era ancora niente in confronto a quel che sarebbe accaduto negli anni successivi, fino al 1971”. Più di una volta, stremato da una doppia vita dai ritmi insostenibili, Kaminsky pensa di abbandonare tutto e tutti, ma è il pensiero dei molti che attendono i suoi documenti a trattenerlo, assieme alla consapevolezza che, senza quel tipo di aiuto, né lui né la sua famiglia sarebbero sopravvissuti nella Francia occupata. E così il falsario dà sostegno alle opposizioni alle dittature di Franco, di Salazar e dei Colonnelli greci. La decisione definitiva di interrompere l’attività di falsario giunge nei primi anni Settanta, quando Kaminsky si rende conto, nonostante tutte le precauzioni prese, di essere troppo conosciuto e quindi in pericolo. Parte, allora, alla volta dell’Algeria con l’idea di tornare in Francia l’anno successivo per riprendere la propria attività. Ma da allora non fabbrica più alcun documento. Lì, si costruisce una vita e una famiglia, rientrando in Europa solo molti anni dopo. “A mio modo – confida Kaminsky alla figlia -, e con le uniche armi di cui disponevo, per quasi trent’anni ho combattuto una realtà troppo dolorosa perché si potesse subirla o stare lì a guardarla senza fare nulla, nella convinzione di avere il potere di modificare il corso delle cose, che un mondo migliore restava ancora da inventare, e che potevo dare il mio contributo. Un mondo in cui più nessuno avesse bisogno di un falsario. Lo sogno ancora”.