In versi, la mia lotta con l’angelo

di Fiona Diwan

«Questo libro nasce 10 anni fa, prima del mio incidente, nel 2003-2004, dal dialogo libero e interiore con i cinque libri della Torà. Parashà dopo parashà, io leggevo e studiavo: e si innestava, con lo scorrere del tempo settimanale, una mia privata cronologia, quelle letture scatenavano la mia immaginazione e mi spingevano a riflettere sulla natura dei legami affettivi, sull’irriducibile primordialità dei sentimenti: tra fratelli, tra padri e figli, tra marito e moglie. Bereshit diventa così, una libera fonte di ispirazione, sorgente di immagini, emozioni, vissuti», racconta Giovanna Rosadini Salom, milanese d’adozione ma genovese di nascita, una vita passata a leggere e pubblicare poesie, per anni editor della prestigiosa, leggendaria, collana bianca Einaudi di poesia. Rosadini manda oggi alle stampe il suo terzo libro di liriche, Il numero completo dei giorni (Nino Aragno editore), poesie che scaturiscono da un dialogo intimo con il testo sacro e con lo studio-lettura settimanale della Torà. Così, l’Akedat Itzchak, nella Parashà di Va-Jerà, la legatura di Isacco, diviene lo spunto per riflettere sulla natura dei legami profondi tra genitori e figli (“Tu che mi sei paradigma, prossimo/nel tuo esistermi spasmodico, declinazione/della mia carne, legato alla fascina sempre/pronta per il fuoco: tu che mi impersoni/meglio di chiunque altro, ora, che mi dai/nuova sostanza e nuova consistenza, tu -/pietra angolare del mio basamento,/cataclisma sospeso sul mio discernimento”).

«Il legame padre-figlio, madre-figlio, è quello che più ci rende fragili, vulnerabili. Ci espone al rischio che ogni legame porta con sé: quello della perdita, di soffrire, di esporsi all’abbandono o al disamore; è il coraggio di mettersi in gioco, inermi, in balia delle emozioni. Ma è anche conflitto, urto, guerra e dissidio, “fulmine in arrivo”», spiega Rosadini. (“Non può che essere così: generare, legare,/esporre, esporsi: accogliere la morbida/potenza del ramo che si allunga, la radice/che affonda in cerca d’acqua, l’intreccio/la risonanza, la saldatura, l’urto delle cose;/scoperchiarsi al fulmine in arrivo, lasciarsi/ spogliare dalla pioggia, invadere dal mare…/ Germogliare sapendo di poter illividire”). Essere padre o madre significa appunto sapere di poter impallidire, illividire di fronte al conflitto col figlio che cresce e che non ci somiglia affatto…

«Legarsi a qualcuno significa accettare l’idea di sacrificio, di sofferenza, potenzialmente derivanti dalla vulnerabilità delle due parti in causa. Avere un figlio – Isacco – vuol dire assumersi questo tipo di responsabilità e sottomettersi all’idea di estrema vulnerabilità e questo Abramo lo sa, mentre sale col cuore a pezzi il monte Morià», spiega Rosadini. E, da sempre, la tradizione ebraica ci insegna che la legatura di Isacco rimanda appunto al legame, al sacrificio-non-avvenuto che testimonia la possibilità di iniziare una storia di generazioni in cui il passaggio tra l’una e l’altra sia trasmissione di sapere e non invece dominio e violenza del padre sul figlio: tutto il contrario di una richiesta di sacrificio, insomma.

«Il titolo del libro, Il numero completo dei giorni, allude proprio all’intero arco temporale in cui viene letta la Torà, i 365 giorni dell’anno, settimana dopo settimana, pericope dopo pericope. Ma questo libro obbedisce anche al mio bisogno di restituire all’ebraismo ciò che l’ebraismo mi ha dato: un senso di identità, un’affinità elettiva… Provo un senso di appartenenza molto forte, così come lo ha descritto una volta David Bidussa: è ebreo chi si riconosce in un corpus di testi (Torà, Mishnà, Ghemarà…), accompagnati da un margine bianco, per lasciare a chi li avvicina la possibilità della chiosa, del commento, dell’ermeneutica. L’ebraismo si gioca proprio lì, negli interstizi tra le parole e tra le pagine, nello spazio bianco e vuoto lasciato tra testo e interpretazione».

Storicamente, per l’ebraismo, l’esperienza del vuoto e dell’assenza è importantissima, sempre legata alla percezione del divino e del proprio Sé più autentico – che a quel divino si riconduce -. Il Chodesh HaChodashim, il Sancta Sanctorum, è vuoto, abitato dalla presenza immateriale della trascendenza, tant’è che quando i romani distruggono il Secondo Tempio, vi fanno irruzione pensando di trovarvi chissà che cosa, per poi trasecolare stupefatti davanti al vuoto, quel nulla che è il pieno della presenza divina. Abramo rompe gli idoli e va a se stesso nel deserto; vuoto è ancora il deserto che il popolo d’Israel attraversa per diventare libero; Mosè pastore, inseguendo una pecora, incontra il roveto, sempre nel deserto; Gesù, che è ebreo, sente l’urgenza di andarvi e sperimentare anch’egli il dolore dell’assenza. «Solo gli ebrei sanno che Dio abita la tenda – abolisce il tempio di marmi e sassi», scrive il critico Davide Brullo nella bella postfazione al libro di Rosadini. Ma l’assenza e il vuoto non sono solo un’esperienza esistenziale, sono la possibilità di dire, fondano l’ermeneutica e la creatività.

Sul piano personale, non si può dire che Giovanna Rosadini Salom non abbia sperimentato, drammaticamente, l’assenza e la ferita: durante un day hospital, alla vigilia della partenza per un agognato viaggio alle Hawaii, entra improvvisamente in coma per un banale errore medico. Vi resterà per mesi, sospesa tra la luce e il buio della morte. L’esperienza del ritorno alla vita e al recupero delle facoltà motorie sarà lenta e difficile, una rinascita che Rosadini racconta nel libro Unità di risveglio (Einaudi), pieno di liriche toccanti. «Non si può guarire se non si guarda negli occhi la propria ferita. Con le mie poesie ho fatto questo. Giacobbe lotta con l’angelo e vince, riceve la benedizione, si risveglia ed è zoppo: ha fatto sua la debolezza dei forti, ha visto la forza della propria debolezza. Solo così, grazie alla ferita che lo rende zoppo, carente, Giacobbe può diventare Israele, passando dall’Io al Noi. Ecco, anche io ho lottato con l’angelo: anche io, per diventare ciò che sono, ho dovuto accettare la carenza, la debolezza». La poesia ispirata alla parashà di Va-Ischlach è esplicita: “Adesso la ferita si è fatta cicatrice, rilievo/ sulla superficie – memoria dell’ustione, segno/ di benedizione. Eppure ancora non c’è stato ritorno, ma solo un lento perdersi alla veglia,/ qualcosa che somiglia e non risolve...”

«Amo la vocazione mondana dell’ebraismo, l’essere nel qui e ora senza nessun rimando alla dimensione ultraterrena, sapendo che la partita si gioca qui sulla terra e che è la nostra responsabilità quella che conta, quell’essere a tu per tu con D-o, con la divinità, senza intermediari. L’approccio diretto ai testi ha fecondato la mia creatività: la Torà è una miniera, un tesoro  inestimabile di figure poetiche, personaggi, miti, un catalogo formidabile di tutta la gamma possibile delle relazioni  umane con le loro mille sfumature… E, ovviamente, una porta per salire nei vari livelli della spiritualità».

Alcune poesie sono quasi profetiche del dramma che Rosadini vivrà dopo averle scritte, come se qualche cosa in lei già intuisse la caduta. Del resto, poesia e profezia sono da sempre intimamente legate, capacità lirica e capacità profetica considerate nei millenni quasi fratelli gemelli. E gli antichi profeti d’Israele non sono forse quelli che dal passato, dal nocciolo oscuro della propria interiorità, bisbigliano al futuro? E che cos’è la poesia se non questo bisbiglio? Vai a te stesso, lech lechà: in Bereshit, Abramo che è un uomo ricco e potente in Ur Kasdim, abbandona tutto e sceglie l’ascolto, il bisbiglio dell’Assoluto, la via del rischio cognitivo, la via della debolezza e dell’instabilità. Deve scegliere di regredire, di uscire da ciò che lo sottrae a se stesso, di lasciare la città del potere, com’era allora Ur; per poter ascoltare e seguire la propria voce interiore deve andare appunto verso il deserto. Scegliere la debolezza. Non diceva forse Montale “noi della razza/di chi rimane a terra”? Non a caso proprio il poeta ligure è tra gli autori più amati da Rosadini, insieme alla grande poesia femminile americana del XX secolo, quella di Sharon Olds e Anne Sexton, «le loro liriche partono dalla concretezza dell’esperienza femminile per poi trascenderla e diventare universali e altissime pur restando terrene e ben piantate al suolo», spiega Rosadini.

Che cos’è la poesia?, chiedo infine. «È un dono che si riceve e non si sa perché. Il poeta è colui che si ritrova, suo malgrado, a uno snodo, a un crocevia di linee di forza che lo trascendono». O meglio, poesia come un ritrovarsi, come qualcosa che riecheggia il destino di tutti. “Siamo qui per ritrovarci./ Dove l’inverno sa di primavera/ e ogni cosa ha una fissità/ senza tempo che consegna enigmi…/ Ma dove la luce è più forte anche/ L’ombra è più densa e profonda”.