Intervista/ Liliana Picciotto: il campo di Fossoli, tra storia e memoria.

Libri

di Sara Pirotta

Elenchi di nomi, fatture, costi e causali. La ricerca storiografica si alimenta di dati e notizie ricavati da vecchi documenti che, interpretati l’uno alla luce di altri, come tasselli di un puzzle riportano in vita un passato che rischia di essere dimenticato. Dopo lunghe indagini Liliana Picciotto, ricercatrice della Fondazione Cdec di Milano, ha dato alle stampe il libro ‘L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944’ (Mondadori, 2010), che racconta la realtà vissuta dai detenuti nel campo modenese. All’autrice abbiamo chiesto come è arrivata alla stesura del libro e quali fatti ha rivelato la sua ricerca.

Il libro è frutto della scoperta di un ‘nuovo livello storiografico’. Cosa significa con precisione?

“I libri di storia sono, generalmente, di due tipi: o sono frutto di uno studio specifico e contengono novità storiografiche, ossia notizie e relazioni non in precedenza note o notate, o sono compilativi, riportano cioè in modo ordinato, magari anche originale, studi altrui. Questo libro appartiene al primo filone, per questo è importante tenerne conto in ogni ricostruzione che si farà in futuro sulla storia della Shoah in Italia. Esso rappresenta, a mio avviso, la continuazione ideale de ‘Il libro della memoria’, più focalizzato sulla ricostruzione dell’elenco delle vittime che sul meccanismo della persecuzione messa in atto per eliminare più ebrei possibile”.

Perché il campo di Fossoli viene definito ‘anticamera della morte’?

Nel libro è messo in luce come il campo di concentramento di Fossoli fosse stato istituito dal governo di Salò per raccogliere gli ebrei arrestati in tutta Italia dopo l’ordine emanato il 30 novembre 1943 proprio a questo scopo. Le notizie raccolte hanno permesso di ricostruire in che modo il campo fu trasformato, dopo negoziati italo-tedeschi, in un vero e proprio campo di transito per la deportazione.

Qual è il peso della responsabilità italiana nell’istituzione del campo e, di conseguenza, nella collaborazione al disegno nazista?

Nelle vicende legate a Fossoli si riassumono la politica antisemita di Salò e dell’occupante nazista, il loro intreccio e le reciproche influenze. Documenti alla mano, emerge molto chiaramente che autorità come il Prefetto di Modena, sotto la cui pertinenza stava il campo di Fossoli, fossero consce del ruolo che i Tedeschi intendevano dare al campo, senza mostrarsi affatto stupiti anche nel momento in cui il meccanismo fu avviato.

Quali risultati l’hanno colpita maggiormente nel corso delle ricerche?

Nel libro si tratta più volte delle forniture di cibo al campo, le cui fatture sono state ritrovate grazie a questa ricerca. Esse indicano chiaramente come, dopo ogni partenza di un convoglio di deportazione, la quantità di pane scendesse verticalmente, in perfetta corrispondenza con il numero dei deportati. Ciò che provoca grande commozione è l’ordine impeccabile delle causali riportate nelle fatture relative alle partenze dei treni dalla stazione di Carpi. Vi si può leggere che parte del pane distribuito ai deportati in partenza era ‘biscottato’ per non divenire raffermo nel giro di 24 ore e, soprattutto, che le tele necessarie al suo trasporto furono fatturate perché considerati vuoti a perdere. Nessuno sarebbe tornato da Auschwitz e tanto meno i sacchi per contenere il pane di quel tragico viaggio”.

Liliana Picciotto, lavora come storica presso la Fondazione CDEC ed è l’autrice de “Il Libro della Memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945)” (Mursia, Milano 2002, 2ª ed.). Attualmente è impegnata nella ricerca “Memoria della salvezza”, un’ampio lavoro dedicato agli ebrei salvati dai non ebrei.


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