Fratelli per davvero? Un duro cammino

di Carlotta Jarach

dialogo-ebraico-cristiano“Per il cristianesimo è impossibile una fede che non sia radicata in quella originaria di Israele, ma nella quale si manifesta l’incarnazione; per l’ebreo proprio quell’incarnazione è negazione della fede originaria. Per il cristiano l’incontro con l’Ebraismo è la riscoperta delle radici della sua fede; per l’ebreo l’incontro con il Cristianesimo è la scoperta di una diversità inserita nelle sue radici. Teologicamente, il cristiano non può fare a meno di Israele; l’ebreo, se non vuole negare la propria fede, deve fare a meno del Cristianesimo”; ed ecco che – attraverso le parole del Rabbino capo di Roma, Rav Riccardo Di Segni -, Monsignor Luigi Nason delinea chiaramente quella che è la struttura asimmetrica insita nel dialogo ebraico-cristiano.

L’attesa del mondo che viene. Il dialogo tra ebrei e cristiani (Edizioni Dehoniane, Bologna), è un saggio scritto a quattro mani da Monsignor Luigi Nason e Fernanda Vaselli; lui, presbitero e biblista, responsabile per la formazione biblica dell’Arcidiocesi di Milano e collaboratore della CEI per i rapporti con l’ebraismo; Fernanda Vaselli, vicepresidente dell’Amicizia ebraico-cristiana Carlo Maria Martini, responsabile del controllo e della pianificazione della qualità dei servizi presso la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano e collaboratrice della rivista di studi ebraici Qol.

Dal concilio Vaticano II e dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate, lunga è stata la strada percorsa da cristiani ed ebrei, dopo secoli di silenzio, interrotto da episodi di violenza (da parte cristiana), e di ovvio risentimento dall’altra (quella ebraica). «Il dialogo lo fanno gli uomini», sostiene lo scrittore e saggista Amos Luzzatto citando Jules Isaac, leggendario pensatore che più di ogni altro si è contraddistinto nel percorso che questo libro tenta di descrivere. Francese, professore di storia e scampato al nazismo, Jules Isaac dedicò gran parte della sua vita ad impedire che una Shoah potesse riaccadere. Agì incontrando esponenti della Chiesa cattolica, convinto che ciò che era accaduto era dovuto in definitiva al millenario pregiudizio antigiudaico di cui la Chiesa era stata responsabile con l’accusa di deicidio.

Dice infatti Rav Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia nella sua prefazione al libro: “occorreva convincere le Chiese a riconoscere le proprie responsabilità, impostando nei confronti del popolo ebraico un approccio nuovo e rivoluzionario, che cB avesse come metodo e come meta, una ritrovata consapevolezza della propria eredità ebraica e delle radici comuni e condivise”. Partendo dalle origini dell’antigiudaismo, passando dai primi tentativi di dialogo, fino ad arrivare al confronto post Shoah e alla nascita dello Stato di Israele, il lettore viene catapultato, in poche pagine, dentro un excursus storico che riesce ad essere accattivante e che invoglia all’approfondimento. I primi secoli del cristianesimo furono un susseguirsi di episodi antigiudaici, la cui comprensione risulta fondamentale per muoversi davvero verso quel dialogo che si suole chiamare amicizia ebraico-cristiana. Un antigiudaismo che rifletteva il bisogno dei Padri della Chiesa di autoaffermarsi, come sosteneva la teologa cattolica Rosemary Radford Ruether. Un conflitto interpretazionale, su di un testo, la “Bibbia ebraica”, comune ad entrambe le parti; si deve aspettare fino al 1959 perché Giovanni XXIII tolga dalla preghiera universale del Venerdì santo i termini perfidus e perfidia judaica.

Il cammino è lungo e tortuoso, ma non deve arrestarsi, scrivono Nason e Vaselli: i problemi nella comprensione cristiana dell’ebraismo sono tutt’altro che risolti, e sono pochi, da entrambe le parti, coloro che ritengono il dialogo urgente e irrimandabile, nonostante per secoli sia stato negato. E Vaselli cita ancora rav Giuseppe Laras, a conclusione del libro: “il riportare la Bibbia, la Torà, a fondamento della cultura e dell’etica è un impegno religioso possibile, dalla fecondità straordinaria, condivisibile tra ebrei e cristiani: un impegno di cui si avverte l’urgenza impellente e drammatica in questi anni di crisi, di confusione assordante e di mediocrità”.