Ebrei e tedeschi: il sogno spezzato dell’integrazione

di Ester Moscati

Berlino 1933

Ebrei in casa e tedeschi per strada; così dicevano di voler essere gli ebrei germanici a cavallo tra Otto e Novecento. Il destino beffardo finì per fare di loro dei tedeschi in casa e degli ebrei per strada, additati dagli altri come tali e privi della loro identità secolare tra le pareti domestiche e intorno al tavolo da pranzo. A raccontare questa tragica parabola è Israel Joshua Singer, il fratello -maggiore e meno noto al grande pubblico- del premio Nobel Isaac Bashevis Singer. Ma l’autore di Ombre sull’Hudson lo chiamava «Il mio Maestro» e non taceva il debito umano e letterario che aveva con lui.

Di sicuro, La famiglia Karnowski, che oggi Adelphi ha riscoperto – scritto in yiddish nel 1943, tradotto subito dopo in inglese e solo di recente in francese – è un capolavoro del Novecento, per la ricchezza della storia, la qualità letteraria, lo spessore dei personaggi. La tragedia che si consumava nel mondo degli Ostjuden negli stessi anni in cui Israel, in America, componeva il suo romanzo, e che al momento della sua pubblicazione non era ancora conclusa né compresa nella sua spaventevole enormità, è tuttavia sottesa e presagita. Perché era già tutta lì, nella macchina di morte che i nazisti avevano avviato e nutrivano con meticolosa e lucida barbarie.

Ma la tragedia e la commedia umana che il romanzo affronta è soprattutto quella interna al mondo ebraico-tedesco, cui approdano gli ebrei dell’Est – polacchi, lituani – per esserne emarginati e irrisi. Sono altro, con i loro cernecchi e i loro scialli consunti, dai borghesi integrati e pasciuti che relegavano la loro ebraicità all’interno delle pareti domestiche e per le strade della città pretendevano – si è visto con quali risultati – di essere tedeschi a tutti gli effetti.

In questa lacerazione dell’identità che si fa via via più violenta nelle tre generazioni della Famiglia Karnowski (David, Georg, Jegor), nella lotta contro il padre di turno e ciò che le radici ebraiche scavano nel più profondo dell’anima, c’è tutta la forza narrativa di Israel Joshua Singer, e si comprende bene perché il re dei critici letterari, Harold Bloom, ne abbia tanta stima. Perché avrebbe voluto che il Nobel degli scrittori yiddish fosse assegnato a lui e non al fratello. Purtroppo Israel morì a soli 51 anni, nel 1944, lasciando, oltre a questo romanzo, altre opere di grande valore tra cui Yoshe Kalb e le tentazioni e I fratelli Ashkenazi.

Il tema della famiglia è dunque ricorrente (e sarà ripreso anche dal fratello Isaac Bashevis ne La famiglia Moskat); consente a Israel Joshua Singer di comporre un affresco storico e umano, sociale e morale, di rara ricchezza. La sua abilità narrativa, l’intelligenza e la profondità del pensiero, l’urgenza di condividere la riflessione sul presente gli consentono di esprimere in modo mai didattico né didascalico la sua visione del mondo.

Ne La famiglia Karnowski, poi, il quadro si dilata nel tempo e nello spazio: tre generazioni, senza contare l’influenza degli “antenati”, e tre società (lo shtetl polacco, Berlino, l’America). Un viaggio simile a quello che lo scrittore intraprese con le proprie gambe, del resto. Dopo aver rifiutato il destino di rabbino nella nativa Bilgoraj, in Polonia – già scritto per lui dai genitori Pinchas Mendl Zinger, rabbino e autore di commentari, e Basheva Zylberman -, il giovane Israel, dall’animo inquieto, ribelle e tormentato, lascia la famiglia. Una famiglia, peraltro, marcata dal fuoco della scrittura: oltre al fratello minore Isaac Bashevis anche la sorella Esther Kreitman è autrice di opere in yiddish, in chiave femminile.

Israel rifiuta l’ortodossia, viene attratto – come il suo personaggio David Karnowski – dall’Haskalah di Moses Mendelssohn (l’illuminismo ebraico che aprì la strada alla Riforma); affascinato dalla rivoluzione sovietica va in Russia, per esserne presto deluso e turbato per la violenza e l’antisemitismo. Diventò corrispondente del giornale americano yiddish The Forward, visse a Varsavia e poi, nel 1934, scelse definitivamente la sua nuova patria, gli Stati Uniti, dove poi chiamò il fratello Isaac.

E così la parabola si compie.

L’America è infatti la destinazione finale anche della Famiglia Karnowski, dopo che il nazismo ha ucciso definitivamente i sogni di emancipazione e integrazione degli ebrei in Germania.

Ma facciamo un passo indietro. Il libro parte dalla storia di David Karnowski, brillante rampollo di una famiglia di commercianti, erudito nella Torà come nella cultura profana, con una vis retorica e polemica fuori dalla norma, caparbio e un po’ insolente. David  lascia con malcelata insofferenza il paesello dove viveva presso i suoceri e trascina la giovane moglie Lea nella Berlino dell’ebraismo moderno, scrollandosi al più presto di dosso tutto ciò che avrebbe potuto farlo riconoscere per un Ostjuden, il correligionario inviso alla buona borghesia per i suoi tratti “troppo ebraici”, per la parlata yiddish così riconoscibile, per la fede un po’ troppo sentimentale. E così David “badava scrupolosamente che il suo unico figlio crescesse da ebreo in casa e da uomo per la strada. I cristiani che abitavano nella sua via, però, vedevano nel piccolo Georg soprattutto l’ebreo”.

In questa frase c’è tutta la commedia -degli equivoci, dei nascondimenti, delle frustrazioni- che sarebbe sfociata nella più immane tragedia della storia e in quella privata della Famiglia Karnowski. Ma per ora Singer ne coglie gli aspetti più ironici. E può narrare le vicende con il registro umoristico così connaturato all’approccio ebraico -e yiddish in particolare- alla vita quotidiana.

C’è un po’ di Israel J. Singer in diversi dei personaggi -indimenticabili, potenti, pennellati con dettagli irresistibili- che si affollano tra le pagine, e ne escono per fissarsi nella memoria come paradigmi morali. Nel dottor Landau c’è Israel, deluso dal comunismo, in Georg c’è Israel, ribelle all’autorità paterna e che cerca la sua strada tra esperienze diverse e cosmopolite.

E che dire dei personaggi femminili? Donne a tutto tondo, così diverse, così vere: Lea, la moglie del “patriarca” David, che si sente ancora, tanto, la giovane figlia dello shtetl di Melnitz; Ruth, passionale e devota; Elsa Landau, medico e attivista coraggiosa e indomabile; Teresa, la goyà, così capace d’amore. È suo figlio Jegor il personaggio sul quale Singer scrive le sue pagine più profonde e tormentate, che portano il lettore a dividersi tra l’ansia di correre tra le righe, per conoscere l’epilogo, e il doloroso piacere di soffermarsi su frasi così evocative e commoventi.

Non è più possibile illudersi, non è più consentito, pena la vita, pretendere di essere accettati. Fino all’ironia più tragica: Israel J. Singer mette in bocca all’erudito libraio talmudista Efraim Walder la frase che meglio sintetizza la condizione dell’ebreo diasporico in quella società che non lo ha mai integrato davvero, e per la quale invece ha rinunciato a se stesso: «La vita […] ama giocarci degli scherzi. Gli Ebrei vogliono essere Ebrei nelle loro case e uomini all’esterno, ma tutto si è complicato: noi siamo Gentili nelle nostre case ed Ebrei per l’esterno».

La famiglia Karnowski è splendidamente tradotto, dall’originale in yiddish, da Anna Linda Callow, che racconta: «Israel è uno dei grandi amori della mia vita, e trovarmelo oggi tra le mani mi ha riportato all’estate dei miei 15 anni, quando lessi I Fratelli Ashkenazi, insieme ad altri libri dei fratelli Singer. Tradurre La famiglia Karnowski è stato un lavoro emozionante e faticoso perché ho voluto renderlo al meglio, proprio per saldare un debito con l’autore che mi ha dato tanto. Lavorare con l’ebraico e lo yiddish significa curare una nicchia, poco diffusa e anche poco finanziata in università, che quindi dà soddisfazione nella qualità del lavoro. L’opera di Israel, rispetto al fratello Bashevis e ancora di più in confronto con Sholem Aleichem, presenta molte differenze. Amo moltissimo Aleichem, per la sua dolcezza, l’ironia, la sua comprensione affettuosa per le debolezze umane; mentre Bashevis gioca molto sulle ambiguità dell’animo umano. Israel scrive un’epopea con un grande senso morale, mai moralista. Rimanda alla tragedia greca per la sua potenza, ed è proprio il valore morale la sua grande forza. Ci sono temi, come il rifiuto degli Ostjuden da parte degli ebrei tedeschi assimilati, che Israel tratta senza reticenze, impietosamente. I personaggi sono piegati alla funzione dell’insegnamento morale, al “tema”; ma la grandezza narrativa di Israel fa sì che non siano mai percepiti come strumenti: conservano dall’inizio alla fine una coerenza e una verità intrinseca».

Ester Moscati

I. J. Singer, La famiglia Karnowski, Traduzione di Anna Linda Callow, Biblioteca Adelphi, 2013, pp. 498, euro 20,00