Cultura pop e Shoah. Una nuova forma di memoria?

Libri

di Paolo Castellano

popshoah
Da sinistra: Maurizio Guerra (Insmili), Francesca R. Recchia Luciani, David Bidussa, Antonio Brusa

A poche settimane dal giorno della memoria, da cui si è sviluppato sui media nazionali un dibattito pubblico sul valore del ricordo e sulla tolleranza religiosa nel mondo, ci si chiede nuovamente se le giovani generazioni siano in grado di tramandare il proprio patrimonio storico nel futuro. A tal proposito si è svolto lunedì 15 febbraio, a Milano presso la Casa della Memoria, la presentazione del libro Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico, il cui titolo pone un giusto e opportuno quesito: gli insegnanti sono ancora in grado di elaborare un’efficace didattica della Shoah?

Ad incontrare i numerosi lettori nella sala principale era presente uno dei due autori, Francesca R. Recchia Luciani. La discussione ha ospitato gli interventi di Maurizio Guerri (Insmili – Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia), di David Bidussa (Fondazione Feltrinelli) e di Antonio Brusa (professore di didattica della storia all’università di Bari).

Maurizio Guerri ha dato inizio al dibattito sostenendo che in un’epoca come la nostra, pervasa da un iper-produzione e da una iper-idealizzazione della Shoah, è molto complicato formare una coscienza civile. Per preservare allora il patrimonio del ricordo, la nostra società ha intrapreso una strada che ha portato ad un’industrializzazione della memoria e si sono sviluppate nuove rappresentazioni di massa della Shoah. Guerri ha riportato l’esempio della prima serie tv legata a questo tema intitolata Holocaust; le puntante andarono in onda nel 1978. Questa miniserie televisiva fu diretta da Marvin J. Chomsky e narra la tragica vicenda dell’Olocausto dal punto di vista di due famiglie, una ebrea e l’altra sostenitrice della politica di Hitler. Indubbiamente i nuovi mezzi di comunicazione hanno avuto un impatto maggiore sulle nuove generazioni e quindi ci si chiede se la ricorrenza del ricordo sia diventata una celebrazione “noiosa” per colpa del lavoro degli storici che non hanno molta padronanza dei nuovi mezzi tecnici di comunicazione.

A questa provocazione ha cercato di rispondere David Bidussa: «Günter Anders fece alcune riflessioni su questa serie televisiva. La serie tv non fu molto pubblicizzata dalla Rai che la mandò in onda a maggio e la fece terminare a luglio. Credo che in pochi l’abbiano vista. Perché allora ce la ricordiamo ancora? La ricordiamo perché Holocaust attraverso la storia di due famiglie tedesche ci ha dato la visione di tante storie attraverso un’unica struttura. Sul piano del mercato questo prodotto è più simile ad un manuale scolastico e non è una narrazione storica che ha infatti un’altra funzione. Il libro che presentiamo oggi tenta di compiere la stessa operazione. Per raccontare la Shoah dobbiamo capire le domande che la nuova generazione vuole. Questo libro allora rappresenta una sintesi in corso d’opera che deve continuare».

Dopo l’intervento di Bidussa la parola è passata agli ultimi due relatori. Francesca R. Recchia Luciani ha sostenuto che il progetto che ha portato la creazione del libro è un lavoro in fieri e che nulla di definitivo sia stato ancora scritto sulle nuove metodologie di didattica della Shoah. «Abbiamo scritto questo volume per le giovani generazioni sul percorso della memoria partendo dall’osservazione di quanto siano preponderanti alcuni immaginari e in alcuni casi ci siamo accorti che sono più potenti del racconto storico».

Antonio Brusa infine ha chiuso il dibattito con una critica alle responsabilità educative dello Stato: «Spesso gli insegnanti si devono inventare un metodo. I manuali sono slegati dalla realtà e siamo ancora ai primi passi nella didattica della storia. Il tema della Shoah è una terra di nessuno. Non c’è ancora un metodo affermato. Esiste inoltre un’anti-didattica della Shoah che porta un ragazzo nel circuito mediatico e non lo stimola a nessuna riflessione. Negli ultimi anni ci sono stati dei disinvestimenti sulla formazione storica da parte dei governi e il risultato è che le major hanno colmato questo vuoto».