Ebrei di Libia, dal Sahara a Roma

di Jonathan Misrachi

tripoliAlla nostra destra il mare, alla nostra sinistra il deserto del Sahara. Il pulmino affittato da mio padre corre lungo la strada litoranea mentre il sole inizia a scaldare l’asfalto. (…) Al calar della sera arriviamo a Tripoli, a casa di nonna Urida, con tutti gli zii e cugini. È Pesach, tutti insieme faremo il seder. Fino a notte fonda si legge la Haggadah, la storia dell’uscita dall’Egitto, si cantano le canzoni tradizionali, si mangia e si racconta, e lentamente i bambini si addormentano in braccio ai genitori, sui divani o sui tappeti…”.

Così scrive Raphael Luzon, dando voce alle proprie memorie giovanili e agli ebrei di Libia. Presenti in terra libica sin dalla distruzione del Primo Tempio (586 ac.), gli ebrei di Tripoli e Bengasi hanno sofferto periodi di persecuzioni e di relativa calma fino al 1967, anno fatale per le comunità ebraiche libiche a causa dello scoppio della “guerra dei sei giorni”. Il conflitto che sconvolse gli equilibri del Medio Oriente durante il giugno del 1967 scatenò pogrom feroci nei paesi arabi in cui era ancora viva la millenaria presenza ebraica.

tramonto-libicoÈ in questa cornice storica che Raphael Luzon, ebreo bengasino, narra la sua vicenda personale in Tramonto libico – Storia di un ebreo arabo, Giuntina (138 pagine). In questo mémoir, l’autore intreccia le vicissitudini traumatizzanti che colpirono lui e la famiglia quand’era bambino a ricordi più recenti del difficile ma essenziale adattamento a Roma che accolse a braccia aperte tutti i “profughi” ebrei arabi che scappavano da scenari tragici nei luoghi dove erano nati e cresciuti: “Molti tripolini, la sera, si ritrovavano nel giardino di piazza Bologna, seduti sulle panchine, in piedi in piccoli capannelli, a fumare, a parlare arabo fino a notte fonda di quello che era successo, del perché era successo (…) e intanto la luna spariva dal cielo, le strade tornavano silenziose e l’aria si rinfrescava su quella piazza di Roma dove senza che ce ne accorgessimo si andava formando la nostra memoria collettiva, dolente e frammentata”.

Sono presenti, anche, stralci di memorie più attuali ambientate a Tel Aviv, Londra e ancora Bengasi, una città che dopo la rivoluzione della “primavera araba” stava riuscendo a ispirare una sensazione di speranza nell’autore e agli ebrei libici, una città che non smette, 50 anni dopo, di offrire colpi di scena e sorprese raccontati da Luzon. Ma Tramonto libico non è un libro di denuncia, l’autore non cerca colpevoli: attraverso la narrazione della memoria vuole raggiungere una giustizia storica ancora lontana. Scrive

Roberto Saviano, nella sua prefazione al libro, come “Luzon abbia aperto il grande vaso della memoria prima di tutto per fini terapeutici, per lenire le ferite personali dell’esilio, per dare sollievo alla nostalgia per la sua terra madre, una nostalgia che vive tra le righe di tutte le pagine del libro.” Una ferita aperta nella storia di molti ebrei italiani con queste origini, un trauma spesso dimenticato che Luzon ben racconta, con toni autobiografici da cui emergono dilemmi storici e questioni affettive personali. “Un libro sincero e pacato” scrive sempre Saviano nella prefazione “consiglio al lettore di soffermarsi, tenerlo un po’ più a lungo tra le mani, risfogliandolo e rileggendo alcuni passi, perché nelle parole di Luzon possiamo talvolta trovare l’ispirazione per intraprendere un cammino di pace e di memoria”.