“Bar Atlantic”, il rifugio del fedifrago

di L.B.


“Ma come fai a pensare sempre a come uno dice le cose invece di limitarti a pensare a cosa uno dice? … queste continue interferenze del metapensiero sul pensiero finiranno per tirarti matto. E… poi chi me li farà a me i biscotti?”. È Ada che parla, anzi che rimbrotta il marito, Adàm. Poi scoppiano in una risata e si danno un bacio riparatore.
L’argomento, fra i due, si chiude con una risata. In realtà il lettore di Bar Atlantic (marcos y marcos, pp. 320, 15,00 euro), sa bene che questo è uno dei temi cardine dell’ultimo romanzo di Bruno Osimo e che l’argomento non è affatto chiuso. Anzi.
Il libro ne è pervaso dall’inizio alla fine.

Senza che ce ne rendiamo conto il “come” influisce in ogni momento sul “cosa”, anzi, ha il potere di modificarlo. Il “come” è fondamentale per esprimere il “cosa” che altrimenti rimarrebbe solo un groviglio incomunicabile di pensieri. Il “cosa” non esiste, non esisterebbe senza un esatto e preciso “come”, oppure esisterebbe, ma in modi diversi. La difficoltà, nella comunicazione con gli altri e anche nella comprensione di noi stessi, sta nel “come” dire quell’esatta “cosa” che pensiamo. Se ne deduce che il “come”, in alcune circostanze diventa più importante del “cosa”, fino a diventare “cosa” esso stesso. Sembra complicato, e lo è. Per questo il mestiere del traduttore è complesso e delicato. Adàm lo sa bene, perché di professione è un traduttore, traduce l’ebraico biblico e insegna a tradurre in cinque università italiane diverse. È insomma un precario della ricerca, come ce ne sono molti in Italia,  sbalestrato ogni giorno da un’università all’altra, da una città all’altra, per mettere insieme uno stipendio, per fare ciò che è, il traduttore, o meglio ancora l’insegnante di traduzione.
Adàm insegna a tradurre l’ebraico, e allo stesso tempo impara a tra-durre se stesso.

Adàm tra-duce, ovvero conduce il lettore da un mondo ad un altro. Il suo è un mestiere pieno di responsabilità. Perché la sua minima infedeltà all’originale può cambiare, travisare completamente il significato del “cosa” l’autore dice e intende dire, raccontare, rappresentare. Il traduttore, ci dice Adàm,  deve spogliarsi di sé, essere puro di fronte al suo autore, entrare nei suoi panni e conoscerlo così a fondo da poterne anticipare i pensieri, i ragionamenti. Fino a diventare “autore” esso stesso. Questo in fondo è quel che Adàm insegna: traducete l’originale senza pre-sapere, senza pre-giudicare.

Quando uno dei suoi studenti traduce il verso 6 dello Shir Hashirim con: “I tuoi denti son come un branco di pecore che tornano dal lavatoio”, Adàm gli fa notare subito di essere stato infedele al testo e al suo spirito: “è la versione italiana pubblicata. La si riconosce da scelte di registro esageratamente alte e formali”.

“I tuoi denti sono bianchi come pecore appena lavate” è una traduzione migliore ma ancora, fa notare Adàm, il traduttore ha prevaricato il proprio ruolo, pensa che il proprio destinatario, in quanto di madrelingua diversa , sia anche cognitivamente deficitario… “il fatto che i denti debbano essere bianchi è un costrutto culturale nostro, non è il caso di proiettarlo sulla cultura del testo biblico, se non vogliamo involgarirlo”.

“I tuoi denti sono come un gregge di pecore che sono salite dal lavaggio” è la traduzione che più soddisfa Adàm, ed è quella di uno studente che anche all’apparenza sembra il più “vicino” all’originale, con quei “modi da contadino” timido e un po’ balbettante.

Tra-duzione ma anche ri-creazione. Adàm infatti, mentre traduce se stesso da un vecchio ad un nuovo mondo, da quello israeliano del kibbutz a quello italiano, milanese, della casa e della famiglia, ri-crea se stesso o, meglio ancora, ritorna a se stesso, si scopre finalmente come l’Autore di sè. Ed è una ricreazione che avviene tutti i giorni. Ogni giorno Adàm crea qualcosa di diverso – che sia una relazione con una delle sue cinque amanti, che sia un piatto cucinato per Ada, o un sogno. Nell’atto continuo di tenere “separati” gli oggetti, gli incontri, le relazioni, la famiglia, il lavoro, Adàm procede alla creazione di sé, alla conquista di sé, o se si vuole alla riunificazione dei tanti “sé” che le vicende della sua vita – a cominciare dalla perdita della madre, mai veramente conosciuta – lo hanno portato ad essere.
La ri-creazione è un altro tema-cardine del romanzo – e non a caso il Bereshit è una delle sue bussole.

La vita di Adàm si ricrea diversa ogni giorno passando dal disordine all’ordine, e poi dall’ordine di nuovo al disordine del giorno successivo. L’ordine è quello che Adàm tiene in casa, quello che scandisce la vita con Ada/Ahva, quello che tiene dentro la borsa dai tanti scomparti; l’ordine è anche quello che sembra ritrovare nel bar Atlantic dell’Esselunga, nel bar dell’IKEA, sempre uguali in qualsiasi città ci si trovi, sempre fedeli a se stessi. Forse proprio per questo fanno sentire Adàm a proprio agio, nonostante la confusione della gente che va e che viene. Il Bar Atlantic è come un punto fermo, il punto di arrivo e di ripartenza – di arrivo dal caos dei viaggi quotidiani fra una città e l’altra, fra un’amante e l’altra; di ripartenza, verso la serata, a casa, a cucinare per Ada/Ahva.

Ada/Ahva, come tutti gli altri personaggi è solo tratteggiata, ma non abbiamo difficoltà ad immaginare il suo modo di pensare. Adàm conosce i pensieri di Ada, li anticipa. Diversamente, dalle sue cinque amanti, Adàm si fa guidare: sono loro che lo conducono a sé. E dei loro pensieri, per buona parte del romanzo, non conosciamo quasi nulla.

Ada dunque è la moglie tradita ma anche l’unica donna a cui Adàm è “fedele”. E la scelta del nome, da parte di Osimo, non è causale – niente nel romanzo di Osimo è casuale! E ancora una volta, oltre all’anticipazione dei pensieri, sono le traduzioni, o meglio le interpretazioni, anche le assonanze, a dimostrarci l’unicità di Ada. Ada per Adàm è Ahva, la donna che accudisce cucinando per lei ogni sera e ogni mattina, esaudendo i suoi desideri prima ancora che li esprima – perché li conosce, uno per uno, meglio dei propri (in questo Adàm è stato un vero e bravo traduttore); ed è la donna da cui a suo modo si sente accudito. Ada infatti gli ha dato (“l’illusione”, dice Adàm) una casa, una cucina, persino una famiglia – quella che Adàm, cresciuto in un kibbutz, non ha mai avuto e conosciuto. “Adam si sente un casalingo… un casalingo inquieto che quando viaggia lo fa per tenersi in allenamento a spostarsi, a trasferirsi e quando sta in casa in cucina lo fa per darsi l’illusione di avere una casa, di avere una patria, e quando cucina la fesa trifolata lo fa per illudersi di avere dei genitori, anche se raccogliticci, anche se d’accatto, di seconda mano, che gli trasmettono una tradizione di famiglia che lui, nato in kibbutz non ha”.

In Ada, Adàm ha trovato la sua “radice”, in ogni senso. Ada è come il “femminile” di Adàm, il suo completamento. Il nome Ada “genera” quello di Adàm; la moglie Ada, anche per via di quel nome, diventa a suo modo “madre” di Adàm, e della madre di Adàm, e del figlio di Adàm. Ed ecco che Ada, nell’ordine ritrovato, diventa davvero, alla fine, Ahva, la prima donna di Adamo.

“… e affondo in te, naufrago felice dell’amnios: madre di mia madre, madre di mia figlia” , recita la poesia che chiude il romanzo.

Bar Atlantic è un romanzo dai molteplici registri, che si presta a molteplici letture. Quella della “traduzione” è una delle tante possibili. Bar Atlantic si può leggere infatti come un libro pieno di ironia sulla società contemporanea, sulla condizione dei giovani ricercatori precari italiani; qualcuno potrebbe leggerlo anche come una storia divertente di fedeltà e infedeltà, e qualcuno potrebbe trovare anche l’ennesima conferma del fatto che i mariti che tradiscono alla fine ritornano sempre dalle mogli. Oppure come un romanzo di formazione.

Ogni chiave è lecita, dipende da quella che si vuole utilizzare, dipende dalla capacità del lettore di farsi bravo traduttore, di abbandonare cioè i propri panni per entrare in quelli di Adàm e apprezzare la leggerezza del “come” si racconta un “cosa” di straordinaria densità.