Nascoste dove c’è più luce

di Giovanna Rosadini Salom

Ana Maria Shua

“Se avessi un figlio! Un bimbo piccolo,/giudizioso e dai riccioli neri./Tenerlo per mano e camminare adagio/per i sentieri del giardino./Un bimbo./Piccolo./Uri lo chiamerò, il mio Uri!/Un breve nome, tenero e limpido./Una goccia di luce./Il mio bimbo bruno /“Uri!”/lo chiamerò. /Ancora mi affliggerò come /Rachele, nostra madre./Ancora pregherò, come Anna a Shiloh./Ancora lo/aspetterò”.

Così scrive la poetessa Rachel, vissuta fra Otto e Novecento, in una poesia diventata celebre per la sua immediatezza e semplicità. Il suo valore, e il contributo da lei portato, insieme ad autrici oggi considerate le “madri fondatrici” della poesia ebraica al femminile in Terra d’Israele, -come Anda Amir-Pinkerfeld, Esther Raab, Yocheved Bat-Miriam-, è stato riconosciuto dagli studi più recenti in materia, che allargano l’attenzione e l’indagine al di là della tradizionale letteratura rabbinica, di natura prevalentemente maschile.

D’altra parte il contributo femminile alla letteratura ebraica è stato importante -e oggi è davvero poderoso-, come ha evidenziato il convegno internazionale Letteratura ebraica al femminile, tenutosi all’Università degli Studi di Milano a metà ottobre, organizzato dalla docente Maria Mayer Modena.

Tre giornate dense di contenuti e appuntamenti, un programma ricco e di altissimo livello che ha aggiornato, e sprovincializzato, il quadro degli studi ebraici italiani, con relatori di grande preparazione e apertura culturale. In gran parte studiose, sia italiane -degli atenei di Milano, Napoli, Firenze e Venezia-, sia provenienti dalle università israeliane e internazionali. Il convegno è stato arricchito da importanti eventi collaterali: il concerto del gruppo Klezsfardit, in cui sono stati eseguiti antichi canti sefarditi in giudeo-spagnolo trasmessi per via femminile fino ad oggi, e una serata cinematografica con spezzoni di film di registe ebree, introdotti e mirabilmente commentati da Mino Chamla e da Raffaele De Berti dell’Università di Milano.

L’apertura del convegno è stata dedicata alle prime testimonianze di letteratura femminile. Maria Luisa Mayer Modena ha parlato di preghiera ebraica al femminile, sottolineandone le peculiarità e come si sia storicamente differenziata da quella maschile, che ha un carattere di obbligatorietà; la preghiera femminile rispecchia invece il ruolo elettivo della donna quale principale responsabile, in senso materiale e spirituale, della casa e della famiglia. Se, originariamente, il dovere della preghiera è uguale per entrambi i sessi, e le formule rituali sono le stesse, col tempo la preghiera delle donne diventa più intima e informale, rispecchiandone l’esperienza, il ciclo vitale e il ruolo materno. Claudia Rosenzweig, dell’Università di Bar Ilan, e Chava Turniansky, dell’Università di Gerusalemme, hanno parlato della donna ebrea nel Seicento e di poesia femminile in yiddish antico, dimostrando come la presenza e il contributo muliebre siano storicamente riscontrabili da secoli, e di fondamentale importanza per la letteratura ebraica.

Tuttavia, gran parte del convegno ha riguardato autrici (narratrici, poetesse, drammaturghe), dell’ultimo secolo, offrendo un’ampia panoramica del fenomeno, e presentando scrittrici sia della diaspora che israeliane. Ma, soprattutto, rivelando e approfondendo realtà culturali meno note, quella ad esempio sudamericana e argentina, quella canadese di Anne Michaels e la cubana, oltre al grande filone della letteratura ebraica statunitense, con una attenzione speciale per la figura di Cynthia Ozik.

Di grande interesse, le relazioni sulle scrittrici di lingua tedesca (nomi forse oggi poco ricordati come Eva Hoffman ed Emma Lazarus, per esempio, o Lea Fleishmann), che vivono una forte frattura dell’identità, fra il loro essere tedesche (e l’appartenenza al contesto culturale germanico e a una patria linguistica inestirpabile), e la loro ebraicità, che ne porterà diverse a emigrare in Israele.

Memoria e identità

Lo stesso problema si ritrova anche nel contesto argentino; lo sdoppiamento fra identità personale e identità nazionale è un tema presente anche in una delle due autrici presenti al convegno, Ana Marìa Shua, la cui relazione era intitolata, non a caso, Con tutto ciò che sono: argentina, ebrea, donna, scrittrice, in quest’ordine o in qualsiasi altro, e che così conclude: “Amo il mio paese, ed educo le mie figlie nell’amore verso il nostro suolo ed anche nella coscienza, estranea e duale, che per quanto sia grande questo amore, nessuno di noi può essere sicuro di non doversi imbarcare un’altra volta, un giorno, sul vascello dei migranti”.

Cultura ebraica che resta quindi, fondamentalmente, una cultura multiterritoriale, trasversale, ma sempre saldamente ancorata a una tradizione e alla necessità di tramandarne la memoria. E proprio la memoria (quella identitaria che si origina dai testi, ma anche quella storica, figlia di un vissuto condiviso), accomuna tutte le scrittrici prese in esame durante il convegno.

Memoria come necessità di recuperare le proprie radici ebraiche (vuoi per chi, nella diaspora, ha dovuto ricostruirle ex novo, vuoi per il drammatico azzeramento rappresentato dalla Shoah, che ha fatto tabula rasa di un tessuto di tradizioni e cultura tramandata da generazioni).

Tema fortemente sentito questo da Nava Semel, la seconda autrice ospite del convegno; personalità di primo piano del milieu culturale israeliano, ha sottolineato come, per una scrittrice, coesistano sia l’ambito -e la memoria- più intimi e familiari, sia lo sfondo sociale e storico, prerogativa abituale della letteratura maschile. «Scrivere -ha detto Nava Semel, riferendosi all’argomento tabù del lager, almeno per i figli dei sopravvissuti-, somiglia a uno scavo archeologico, scoprire, strato dopo strato, l’anima. Portando allo scoperto quelle memorie che sono state represse, e mettendo lo scrittore a diretto confronto con tutto ciò che sta così disperatamente cercando di fuggire. Forse sono diventata una scrittrice proprio perché era l’unico modo per capire la strana realtà nella quale mi trovavo a vivere».

Emozione e materia

Fiona Diwan, giornalista, direttore  dei media della Comunità ebraica Il Bollettino e Mosaico, tirando le fila dell’intero convegno, ha sottolineato come, rispetto alla letteratura ebraica in generale, quello femminile sia un ulteriore dislocamento prospettico; la letteratura delle donne offre punti di vista eccentrici e paradossali che vanno oltre il “mainstream” della letteratura maschile: dalla presenza del vissuto emotivo delle autrici alla centralità del corpo (come nel caso del desiderio di maternità espresso da alcune poetesse nello speech di Sara Ferrari. O, ancora, il tema del disgusto, esplorato da Anna Callow partendo da un racconto -tanto estremo quanto interessante per le possibilità interpretative -di Shulamit Lapid. E che dire di scrittrici contemporanee come Zeruya Shalev, pubblicata in 25 lingue, o di Orly Castel Bloom, entrata nel canone letterario ebraico a soli 27 anni con il suo ebraico pirotecnico, pieno di neologismi e slang? Diwan sottolinea quanto, in verità, sia proprio la voce femminile quella in grado di trafiggere lo spessore carnale della vita e di restituirlo nei toni della modernità, raccontando lo smarrimento e l’ibridismo della realtà israeliana: come accade, appunto, con la grande sacerdotessa della lingua ebraica contemporanea, Orly Castel Bloom, che sa perfettamente quanto, nella dimensione di Israele, ciò che è reale sia in verità scombinato. E che proprio per questo sceglie toni grotteschi e caricaturali per narrarlo. Infine, la studiosa Paola Bozzi ha parlato di “revisionismo biblico” nei testi della poetessa Rose Auslander, che opera una lettura-riscrittura della Genesi, reinterpretando il peccato originale come necessità di conoscenza. Decisamente coraggiosa, considerato che scriveva cinquant’anni fa…