Marcello Pezzetti: “Il padiglione italiano ad Auschwitz? “Figlio della cultura comunista”

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Su “Il Fatto Quotidiano” di oggi, 22 aprile, un ampio spazio è dedicato al padiglione italiano di Auschwitz. Un articolo di Alessandro Ferrucci riassume la vicenda del Blocco 21 di Auschwitz, da quando il padiglione fu allestito nel 1980 dopo quasi dieci anni di studi e di lavori condotti dall’ANED che coinvolse Primo Levi per la scrittura dei testi, Luigi Nono per le musiche di sottofondo, Ludovico di Belgiojoso per l’architettura e Mario Samonà per l’opera che percorre tutte le pareti: una lunga spirale che si snoda per cinquecento metri quadrati.

I blocchi dove, prima di Birkenau, furono stipati migliaia di ebrei, per decisione delle autorità polacche, furono riconvertiti in luoghi della memoria nazionali. A Francia, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Russia, Italia: a ciascuno fu assegnato uno spazio permanente – i padiglioni, appunto – dove “fare i conti con i propri errori” scrive Ferrucci.
Il padiglione italiano tuttavia da due anni è chiuso. Chiuso per decisione degli stessi dirigenti del Museo di Auschwitz, perchè ritenuto “vecchio, illegibile, fuori contesto”.

Sulla questo argomento “Il Fatto” ha sentito l’attuale direttore del Museo della Shoah di Roma, Marcello Pezzetti, che nell’ampia intervista al giornale diretto da Marco Travaglio,  non nasconde il suo sdegno per la situazione in cui versa il padiglione italiano di Auschwitz.   Di fronte ad esso, di fronte alle tante persone che ogni anno accompagno, dice Pezzetti, “Provo imbarazzo”. Questo padiglione, dice, “è l’emblema di come l’Italia non sia ancora in grado di affrontare le sue colpe. Sembra un padiglione della Corea del Nord”. E continua: “L’allestimento è figlio della cultura imposta dall’Urss. E’ l’ultimo baluardo del socialismo reale. Pensi, fino alla caduta del comunismo, dentro Auschwitz non c’era alcun riferimento alla popolazione ebraica. Mancava proprio la parola “ebreo”. Si parlava genericamente di ‘uccisione di oppositori politici’. Basta. Per loro anche i neonati o i bambini lo erano. Ha presente? I famosi poppanti antifascisti…”.

Sui motivi di questo “oscuramento”, Pezzetti ha pochi dubbi: “In parte si è passati dall’antisemitismo, all’anti-sionismo, in particolare dopo la Guerra dei sei giorni. In questo clima è nato il padiglione italiano. Non voglio giudicare esteticamente l’opera. Non compete a me. Dico solo che è totalmente superata, fuori dai canoni. E con riferimenti poco adatti al luogo. Un esempio. Un giorno ho visto una visitatrice uscire sconvolta, aveva riconosciuto nell’installazione il volto di Togliatti, per lei colpevole di aver firmato l’amnistia dopo il secondo conflitto. Ma il punto è un altro”. “Ad Auschwitz, per il 99 per cento, sono stati deportati ebrei. Solo ebrei. Non oppositori politici come a Mauthausen. Inoltre le autorità museali hanno deciso di porre dei paletti, per me giusti, su come organizzare i vari padiglioni”.

I vincoli sono presto detti: niente opere d’arte, niente manufatti.  Spiega ancora Pezzetti: “Non si deve parlare di Auschwitz, ma della storia delle deportazioni ad Auschwitz. Ogni Stato deve fare i conti con la propria realtà. In questo caso i francesi sono stati straordinari, persino gli spazi ungheresi sono molto belli. Tutto ciò è fondamentale per offrire ai visitatori, in particolare i ragazzi, uno spazio di riflessione, di didattica. Quello che all’Italia è mancato da sempre.”

Su possibili margini di rinnovamento del padiglione a breve termine, Pezzetti osserva che che, dal punto di vista storico, tutto è pronto:  “Il centro di documentazione ebraica di Milano ha pubblicato un libro importantissimo con tutti i nomi, e sottolineo tutti, degli italiani deportati. Sa quanti sono? 7.500. Per raccoglierli ci sono voluti venti anni. E così noi del museo della Shoah di Roma. Ma il punto è anche un altro. “Rifletto su come stiamo trasmettendo la verità storica. Tutti devono sapere che il 16 ottobre del 1943 a Birkenau (pochi chilometri da Auschwitz) i più importanti gerarchi nazisti, come Mengele ed Hesse, si schierano per assistere all’arrivo del primo convoglio di ebrei romani. Gli ebrei della città del papa. Oppure che le leggi razziali non sono state abrogate con la caduta di Mussolini, ma molto dopo. Ecco, queste cosa vanno scritte là, ad Auschwitz! E le devono leggere tutti. E invece? Ci siamo sentiti solo vittime. Con un “però”: fino al 1943 in Italia non c’è stata deportazione. Ma con Salò è stata tutt’uno con la Germania nazista. Il confine è stato l’8 settembre. E lì, ad Auschwitz, dobbiamo avere il coraggio di raccontare ciò che per decenni non si è avuto il coraggio di ascoltare.”

Il riferimento non detto è alla politica, alla burocrazia. Come ricorda Ferrucci nel finale del suo articolo, l’Italia, a differenza di altri paesi, in  primis la Francia, non è riuscita a prendere alcuna decisione sul rinnovo del Padiglione. All’inizio si trattava di un problema di fondi, poi sono cominciati i contrasti fra l’ANED, il governo, la burocrazia. In particolare spiega ancora Ferruccio, l’ANED ha ha difeso strenuamente l’opera di Samonà “sostenendo che un’opera d’arte parla un linguaggio universale e sempre comprensibile”. Questo ha creato muri difficilissimi da superare.  Da qualche tempo le posizioni si sono ammorbidite e l’ANED pare disposta a spostare l’opera. Ma con finanziamenti statali stratosferici. “Servono tre milioni di euro” ha detto Gianfranco Maris, presidente dell’ANED, ex deportato a Mathausen.  “60 mila per il trasporto, 30 per il restauro, tutti gli altri per realizzare lo spazio adeguato alla sua ricollocazione. Pensiamo al comune di Milano”. Il ministro Riccardi ha chiesto specifiche ben precise su questi costi, e si è detto anche disposto a riprendere in mano il caso, sottolineando che uno degli ultimi atti del governo Prodi fu proprio uno stanziamento di 750.000 euro per il padiglione di Auschwitz – stanziamento che fu poi bloccato da un ricorso al TAr dell’ANED.

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