La Torà di Bologna: genesi di una scoperta

Eventi

di Anna Lesnevskaya

Poco si sa ancora della lunga e complessa genesi che ha portato alla grande scoperta del Sefer Torà di Bologna. A raccontarla oggi ai milanesi e alla Comunità ebraica di Milano è arrivato proprio Mauro Perani in persona, l’ebraista-paleografo protagonista della scoperta, in un incontro avvenuto al tempio Maggiore di via Guastalla e organizzato con tempismo encomiabile dal Keren Kayemet LeIsrael che ha omaggiato Perani anche di una YAD, una mano d’argento creata per l’occasione dall’artista Luigi Del Monte.

Dalla fine dell’800 ad oggi c’erano state molte occasioni per scoprire l’eccezionalità del Sefer Torah di Bologna. Non solo perché il rotolo fu catalogato nel 1889 da Leonello Modona, un colto ebreo di Cento, che lo scartò ritenendolo “scorrettissimo” e “pieno di integrazioni”, e quindi considerandolo come un manoscritto del XVII secolo, nulla di più. Prima di Modona, tenne tra le mani il rotolo Abraham Berliner, importante studioso della Scienza del Giudaismo tedesca, che nel 1875 disse di aver visto a Bologna un rotolo scritto con una “grafia orientale”, senza però aggiungere ulteriori dettagli. Nei primi anni ’60 del secolo scorso nella Biblioteca Universitaria di Bologna (BUB) è venuto in visita un team dell’Istituto dei Microfilm dei Manoscritti Ebraici della Biblioteca Nazionale di Gerusalemme, che all’epoca microfilmava tutti i manoscritti ebraici sparsi per il mondo. Però, per loro scelta, non hanno considerato i rotoli del Sefer Torah, contenendo quest’ultimo non il testo di un’opera ma il Pentateuco, senza gli accenti né la masora, ossia i commenti relativi alle proposte di lettura. Per giungere alla scoperta, si è dovuto attendere che negli anni ’60 nascesse la scienza della paleologia ebraica e che il prezioso rotolo capitasse tra le mani di uno studiso capace di interpretare la sua particolare grafia.

Questo è accaduto circa un anno fa, mentre Mauro Perani, Ordinario di Ebraico dell’Alma Mater, stava ricatalogando una piccola biblioteca ebraica (di сirca 36-38 libri) della Biblioteca Universitaria di Bologna. Quel che è successo dopo si sa già, lo scorso maggio la notizia ha fatto il giro del mondo e a giugno a Perani è stata assegnata una laurea honoris causa dall’Università di Gerusalemme per aver scoperto il Sefer Torah integro più antico del mondo.
Il rotolo, che ha un valore stimato di circa un milione di euro, fu copiato tra la seconda metà del XII e l’inizio del XIII secolo. Lo hanno confermando i test al carbonio 14, che permettono di datare il materiale di origine organica – il manoscritto fu vergato su una pelle morbidissima chiamata in ebraico gevil – svolti da ben due laboratori, quello dell’Università del Salento e dell’Università dell’Illinois. Quello di Modona, il bibliotecario ottocentesco, è stato dunque un grave errore? Nient’affatto, sostiene lo stesso Perani. Anzi, ci tiene a dire che il suo predecessore è da scusare. Visto che nel caso del rotolo di Bologna si tratta di un vero “fossile letterario”, poiché quella che Modona ha definito come “un carattere italiano piuttosto goffo”, è invece una tradizione scrittoria del Sefer Torah antichissima che è andata scomparendo dal XII secolo in poi.

Si tratta della tradizione babilonese, del Nord Est, che è stata sintetizzata in un libro del VIII secolo chiamato “Sefer Tagin”, ossia “Il libro delle coroncine”. È stato proprio l’uso delle coroncine, o i tagin in ebraico, decorazioni con cui il copista adorna alcune lettere, a confondere il catalogatore ottocentesco. Visto che l’altra tradizone scrittoria, quella palestinese, del Sud Ovest, che prenderà il sopravvento dal XII secolo in poi, imponeva l’uso delle coroncine soltanto su 7 lettere prestabilite. L’avrà saputo benissimo Leonello Modona, che, nell’importante comunità ebraica di Ferrara, poteva trovare molti testi ebraici scritti secondo la tradizione palestinese, quella che poi è stata canonizzata. Ecco perché il rotolo del Sefer Torah di Bologna gli è parso poco interessante. Oltre ai tagin, c’è poi tutta un’altra serie di caratteristiche per cui il rotolo, in quanto appartenente alla tradizone babilonese, si differenzia da quella della Terra di Israele assunta nei secoli successivi come standard. Che si tratti della disposizone grafica di certe pagine, come quella del cantico di Mosè, Shirat Ha Yam, dell’Esodo 15, oppure delle aggiunte marginali presenti nel nostro rotolo, che dal XII secolo in poi non saranno accettabili. Così la tradizone babilonese esemplificata dal rotolo di Bologna sarebbe scomparsa.

Un’altra domanda invece sorge spontanea: com’è finito nella Biblioteca Universitaria quel fossile letterario che è il Sefer Torah scoperto da Perani? Considerando poi che il rotolo, a parte qualche piccolo dettaglio, è in ottimo stato di conservazione. Sappiamo che la piccola collezione ebraica della BUB è diventata patrimonio pubblico grazie a Napoleone, che ordinò la soppressione delle comunità religiose nel Regno d’Italia, sequestrandone i beni. Questo riguardò anche i conventi bolognesi di San Salvatore e di San Domenico, dove prima di arrivare al BUB erano stati conservati i manoscritti ebraici.
Che cosa ci faceva in un convento cristiano il Sefer Torah? Niente di strano. Come ci racconta Perani, nel XII-XIII secolo in Occidente era in corso una grande fioritura dell’esegesi della Bibbia sia nel mondo ebraico, sia in quello cristiano. E se tra l’XI e il XII secolo è attivo in Francia, a Troyes, Rabbi Shlomo Yitzhaqi, più noto come Rashi, uno dei più famosi commentatori medievali della Bibbia, anche i monaci cristiani si consultano con i rabbini sull’interpretazione del testo biblico. I frati volevano studiare la Bibbia in ebraico, ed è molto probabile che proprio per questo motivo il rotolo di Bologna finì in un convento dove poi si è preservato magnificamente, come sicuramente non sarebbe stato, se fosse stato utilizzato come rotolo liturgico. È difficile però che il rotolo sia stato copiato a Bologna, dice Perani, più probabile invece che sia stato scritto in Babilonia, “nell’ultimo strascico del periodo gaonico” finito verso l’anno mille e così chiamato a causa dei Gaonim, presidenti delle Accademie talmudiche.

L’imporanza delle scoperta di Perani emerge tenendo presenti tre condizioni, che rendono il Sefer Torah di Bologna davvero il più antico: in primo luogo, si tratta di un rotolo e non di un codice, che aveva normalmente l’uso di studio, in secondo luogo, è un rotolo integro e non dei singoli frammenti del Pentateuco, e infine stiamo parlando di un rotolo che ha il testo consonantico, quindi di uso liturgico. Se non fosse per queste tre premesse, si potrebbero tirare in ballo altri manoscritti della Bibbia più antichi, come per esempio il Codice di Leningrado copiato nel 1008 oppure i rotoli di Qumran databili grosso modo tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. Ma in quest’ultimo caso si tratta di rotoli separati, visto che soltanto dal II sec. in poi il giudaismo rabbinico attribuì un valore sacrale alla Torah, per cui il Pentateuco doveva esser copiato su un unico rotolo.
Il rotolo della Torah che diventava santo lui stesso, e che dopo la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. durante la prima guerra giudaica si è posto al centro del giudaismo. Il vero studio del Sefer Torah sta iniziando solo oggi, e la scoperta di Perani non può che incoraggiarlo. Le cose da scoprire sono tante, visto che il testo stesso è legato ad una mistica esoterica complessissima.

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