La Mistica nelle tre religioni monoteiste

Eventi

di Roberto Zadik

“Mistica, carità e povertà” sembrano tre parole semplici e molto utilizzate nel linguaggio religioso, ma nascondono innumerevoli implicazioni. Questi tre concetti hanno dato il titolo all’ultimo incontro del ciclo di appuntamenti in nome del dialogo fra ebraismo, cristianesimo e islam, organizzato da  Ugei, Fuci e Coreis, mercoledì 9 aprile all’Università Statale, davanti a un pubblico molto partecipe.

Relatori della serata Rav Alfonso Arbib, Maria Pia Ghelmi – docente della Facoltà di Teologia – e il presidente di Coreis, lo Shayk Abdl Wahid Pallavicini, che hanno affrontato svariate tematiche, seguendo ciascuno i dettami della propria fede. Concentrandosi sulla mistica nei tre grandi culti monoteistici, i tre studiosi hanno concordato alla fine di tralasciare, per questioni di tempo, la “carità e la povertà” che, ha detto Ghelmi, “meritano uno spazio a parte”.

Moderata da Mustafa Roma, membro della Coreis, la discussione è partita cominciando con la mistica ebraica che, come ha sottolineato il Rabbino Capo nella sua analisi “è un concetto ostico, considerata per lungo tempo dalla tradizione ebraica come una scienza segreta; i veri mistici, infatti, solitamente non la insegnavano né la spiegavano”.

Nel suo intervento però, pur nella “impossibilità di spiegare questo concetto in soli venti minuti” Rav Arbib ha fornito diverse nozioni e citazioni interessanti, approfondendo quanto dicevano pensatori fondamentali dell’ebraismo, appartenenti al movimento chassidico, come Shmuel Bornstein o un altro grande luminare, Itzhak Luria, che contribuì alla diffusione del pensiero mistico ebraico e al suo successo popolare. Rav Arbib racconta che Bornstein nel suo libro “Shem mishmuel” riassunse le sue derashot, i discorsi che teneva di shabbat, collegando il concetto di mistica alla proibizione di scrivere di shabbat perché “scrivere quel giorno è come scrivere il nome di Dio”.

Ma cos’è la mistica ebraica e come si può definire?   Gershom Scholem, celebre studioso laico di mistica ebraica e amico del filosofo ebreo tedesco Walter Benjamin, nell’introduzione al suo saggio Le correnti della mistica ebraica definisce la mistica ebraica come  “il tentativo di scoprire l’abisso in cui si rivela la natura simbolica di ogni essere umano e questo è tanto importante per noi come per gli antichi mistici”. Fondamentale è la ricerca del “rapporto con Dio” come disse Scholem ” trovando il trascendentale nella concretezza e nell’immanente e unendolo con l’infinito”. Nella sua esposizione Rav Arbib fa riferimento a vari concetti e testi passando dai Salmi “assaggiate Dio perché è buono” (come dice un versetto dei Tehillim), alla Torah e alla parashà di Ithrò. Il Rav parla del  momento in cui Dio dal Monte Sinai si rivolge al popolo ebraico e su questo si sono interrogati due grandi figure come Rabbi Aqiva e Rabbi Ishmael per capire la distanza fra Dio e il mondo e come la mistica cerchi di “sentire il cielo”. Come ha specificato Rav Arbib, la mistica è un pensiero che ” definire complicato è un eufemismo, perché a modo suo cerca di entrare in quello che Dio fa”.

Evidenziando la complessità dell’argomento, Rav Arbib ha riflettuto su quanto sosteneva Itzhak Luria che, nelle sue teorie, riprese vari argomenti contenuti nello Zohar, libro fondamentale per la mistica ebraica, come il  concetto di “zimzum”, il restringimento di Dio per permettere la creazione e lo sviluppo del mondo. Il compito dell’uomo è di osservare i precetti nella vita quotidiana, per arrivare al “tikkun” (riparazione), il ritorno della luce divina allo stadio originario, mettendo in risalto altresì i fraintendimenti e i pericoli provocati dalla diramazione di queste idee mistiche fra la gente comune. Paradigmatica in questo senso è la vicenda del falso messia Shabtai Zvi, che fu particolarmente grave per la sua  finzione messianica. “Ogni nostra piccola azione” ha concluso Rav Arbib “può essere un’esperienza straordinaria; ad esempio anche dire le berachot (benedizioni) su quello che si mangia è riconoscere che anche il cibo deriva da Dio. Anche questo può portare alla riparazione e alla ricomposizione della luce di Dio”.

Si è parlato poi degli insegnamenti della tradizione mistica cristiana, spiegati approfonditamente da Ghelmini. Cominciando dai concetti di fede cristiana e di spiritualità, Ghelmi ha specificato che la mistica cristiana “è una relazione che coinvolge sia la mente che il corpo, fra l’uomo e Dio. La vita cristiana è caratterizzata dalla speranza, dalla carità e dall’amore verso Dio e verso gli uomini. “Nel rapporto fra umano e Divino, con Gesù e Spirito Santo è racchiusa la mistica che non va mai né oltre né sopra la fede. È l’esperienza di comunione con Dio, come quella che hanno provato grandi mistici, come Santa Teresa di Avila o San Giovanni della Croce”.

Su questi personaggi  chiave si è soffermata la docente, sottolineando che non bisogna eccedere nell’attenzione verso visioni e “fenomeni strabilianti” quanto concentrarsi sull’importanza della fede, di “questa conoscenza oscura”. Come affermava Santa Teresa, “l’anima non può comprendere razionalmente quello che intende”. La mistica dunque rimane un “mistero, un’esperienza che il corpo fatica a reggere” come ha detto la Ghelmi specificando che “i mistici sono poetici, non spiegano e usano spesso e volentieri il linguaggio simbolico della poesia, come fecero dal 1600 in poi, da quando venne coniato il termine mistico”. La studiosa si è poi addentrata in vari concetti, spiegando che la mistica cristiana si divide in due categorie: la mistica dell’essenza, dove l’uomo si unisce col Divino, e la mistica sponsale, come legame matrimoniale con Dio ma al tempo stesso differenziazione dal Divino. Ci sono poi tre elementi che caratterizzano l’esperienza mistica nel cristianesimo “come la Fede in Gesù, la carità verso il prossimo e la relatività dell’esperienza mistica che non può prescindere dalla religione”.

Per ultimo ha parlato il presidente di Coreis, lo Shaykh Pallavicini che ha messo in luce le corrispondenze fra cristianesimo e islam e gli interessanti punti di contatto storici e religiosi fra le due fedi citando la corrispondenza fra Renè Guenon, scrittore e esoterista francese convertitosi alla fede islamica e lo Shaykh Ahmad al Alawi, fondatore di una confraternita islamica. In nome di un senso di comunanza e di unione fra le tradizioni religiose monoteiste, Pallavicini ha parlato di decadenza della civiltà occidentale e della dimensione spirituale  e di come sia importante tornare a “una pienezza dello spirito” come diceva lo Shaykh al Alawi “fondendo Oriente e Occidente e favorendo un’osmosi in cui i credenti d’Oriente e Occidente sappiano far rifluire le loro onde benefiche  da questo mare comune sulle cui coste si fronteggiano”. Un lungo discorso dove lo shaykh Pallavicini ha citato sia al Alawi che Guenon e il bisogno come egli diceva di “porre rimedio alle lacune degli occidentali moderni” puntando sulla necessità di parlare nel modo adatto alla capacitò di comprendere, nella speranza di riuscire a risvegliare una concezione di una realtà trascendente”.

Comunione di intenti e confronto fra religioni sono stati alla base del ciclo di appuntamenti cominciato lo scorso ottobre e riguardo ai quali sia la consigliera Ugei,Talia Bidussa che Gianluca Brigatti, presidente di Fuci si sono definiti soddisfatti “come occasione di confronto vero e non solo di dialogo forzato”.

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