La conversione di Giuseppe Flavio secondo Luciano Canfora

Eventi

di Nathan Greppi

“Un ebreo che sembra aver dimenticato gli elementi della sua religione”: questa è la definizione che viene data di Giuseppe Flavio, storico ebreo vissuto nel I secolo e. v. che si schierò con i romani contro la resistenza ebraica, e che in seguito venne riconosciuto da molti teologi ecclesiastici come un pensatore filo-cristiano per il suo testo Testimonium Flavianum sulla figura di Gesù. Un tema controverso, da sempre oggetto di discussioni anche molto accese tra gli specialisti del settore, al quale Luciano Canfora, storico e professore emerito dell’Università di Bari, ha dedicato il suo ultimo saggio, La conversione. Come Giuseppe Flavio fu cristianizzato, pubblicato da Salerno Editrice.

Il libro è stato presentato dallo stesso Canfora il 27 aprile, in un evento su Zoom organizzato dall’Università di Roma La Sapienza. Non è la prima volta che Canfora si mostra interessato al rapporto tra Giuseppe Flavio e il popolo ebraico: in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 25 gennaio 2010, spiegò come la sua decisione di non morire con le armi in pugno assieme ai suoi compagni e di sopravvivere passando dall’altra parte ha fatto sì che egli potesse tramandare la storia degli ebrei che si erano ribellati a Roma, e in particolare episodi come quello della Fortezza di Masada, che altrimenti sarebbero stati dimenticati o travisati da storici romani ben più faziosi. La decisione di scrivere La conversione, invece, Canfora l’ha presa perché Myriam Silvera, docente di Storia degli ebrei alla Sapienza, ha la “colpa storica” (come ha detto lui scherzando durante la presentazione, ndr) di averlo convinto a reimmergersi in un tema tanto complesso.

Come ha spiegato nell’introduzione del volume, all’inizio l’inserimento di Giuseppe Flavio tra gli intellettuali di riferimento del cristianesimo non fu ben accetto, soprattutto perché pensatori cristiani come Origene ed Egesippo vedevano ancora nell’ebreo un subdolo avversario; tuttavia, alla lunga prevalse la corrente legata a Girolamo ed Eusebio, che attribuirono allo storico ebreo diversi scritti ritenuti fondamentali per il cristianesimo orientale. Nel libro vengono ripercorse le varie interpretazioni date in merito da pensatori cristiani e non solo; emergono ad esempio molte riflessioni sul suo rapporto con le origini ebraiche fatte nel corso dei secoli da pensatori ebrei “eretici” come Spinoza.

Il libro “rientra in un interesse più generale di Canfora per i rapporti tra Roma e Gerusalemme”, ha spiegato il filologo Luciano Bossina, che insegna Grammatica greca all’Università di Padova. Ha ricordato che di Giuseppe si sono conservati per intero ben 30 libri, “un dato che impressiona a fronte della scomparsa di opere più celebri nel mondo antico, ad esempio di Polibio e Tacito”. Ha spiegato come Giuseppe sia stato salvato dai cristiani anche in quanto esponente di un mondo ebraico “ellenizzato”: scriveva in greco, era stato fortemente influenzato dalla cultura ellenica giunta in terra d’Israele durante la dominazione di Alessandro Magno.

Mentre la sua storicizzazione della figura di Gesù è stata interpretata come un suo “sdoganamento” in ambito ebraico, il che è bastato ai pensatori cristiani per omaggiare lo storico nonostante serbassero ancora rancore nei confronti degli ebrei. In molti si sono chiesti se il Testimonium Flavianum fosse un falso, in quanto le capacità soprannaturali che Flavio attribuirebbe a Gesù (“Uomo sapiente, sempre che si debba definirlo uomo. Era infatti ‘facitore di mirabilia’”) hanno destato molti sospetti, facendo pensare a un caso analogo all’Editto di Costantino. Il dibattito tra gli storici è sempre stato polarizzato tra chi considera il testo tutto vero e chi tutto falso, senza vie di mezzo. Se un ebreo riconosce a Gesù una natura sovrumana, perché non si convertì egli stesso al cristianesimo? La tesi appoggiata da Canfora è quella della “falsificazione mirata”, secondo la quale sarebbero stati falsificati solo alcuni passaggi del testo, sufficienti però a dare un tenore filo-cristiano al tutto. Ma è bastato questo per “cristianizzare” la figura di Giuseppe Flavio, che pur avendo tradito il popolo ebraico non si è mai convertito a un’altra religione? In realtà, come ha spiegato Emanuele Castelli, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Messina, “l’autore dell’Elenchos, un’opera di confutazione di tutte le eresie del III secolo e. v. (di cui non si conosce l’identità dell’autore, sebbene per molto tempo fosse attribuita ad Ippolito di Roma, ndr), ha un rapporto singolare con le opere di Giuseppe: egli si appropria senza scrupoli della paternità di alcuni brani dello storico ebreo, ossia commette un plagio. Inoltre, interpola i brani con aggiunte di tenore cristiano”.

Inoltre, lo stesso autore fece in modo che a Giuseppe fossero attribuiti testi di apologia cristiana che in realtà non erano suoi, ma che per secoli sono stati riconosciuti come tali. Per rendere più credibili i falsi testi di Giuseppe, vi si rivendicava la maggiore antichità dell’ebraismo rispetto alle altre religioni conosciute fino a quel momento, salvo terminare il discorso esponendo la natura divina di Gesù. A questi testi attinsero soprattutto teologi bizantini e arabi come Fozio di Costantinopoli e Giovanni Damasceno, tra i quali circolarono accreditate come opere di Giuseppe Flavio. Proprio a Giovanni Damasceno è attribuita una raccolta di scritti cristiani, dove si è salvato un estratto di un’opera attribuita a Giuseppe per il resto andata perduta. In tal modo, egli venne inserito tra gli autori cristiani soprattutto nell’Impero bizantino.

Al termine dell’incontro, lo stesso Canfora ha detto in merito ai testi dell’autore dell’Elenchos che “non hanno un’ambizione letteraria, bensì un fine militante. La disinvoltura nell’attingere, mescolare e appropriarsi è del tutto innocente”. A differenza di Castelli, non pensa che quello attuato sia un plagio nel senso che un autore ne copia un altro per interesse personale, bensì un progetto ideologico nel quale il fine giustifica i mezzi, con un modo di pensare machiavellico.

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