di Anna Balestrieri
La selezione di circa trenta dipinti, in mostra dal 28 marzo al 15 aprile, provenienti da una raccolta privata del territorio, costruisce un percorso che accosta ai nomi fondativi del gruppo una costellazione più ampia di artisti. (Da sinistra, “Figura di fanciulla” di Cagnaccio di S. Pietro (1927) e “Nudo alla finestra” (1926) di Ubaldo Oppi)
A un secolo esatto da quella che fu, più che una mostra, una dichiarazione di poetica e di potere culturale, torna a farsi interrogare la stagione del Novecento Italiano. Non nei grandi templi museali milanesi che ne sancirono la fortuna, ma in una dimensione raccolta e riflessiva: quella di una collezione privata bresciana, ora resa pubblica nelle sale dell’Associazione Artisti Bresciani. “Sarfatti e dintorni. Il Novecento in una collezione bresciana” (dal 28 marzo al 15 aprile), non è solo un’operazione celebrativa: è un dispositivo critico che invita a riconsiderare un capitolo decisivo dell’arte italiana del XX secolo, sottraendolo tanto alle semplificazioni stilistiche quanto alle riduzioni ideologiche.
Il 1926: estetica, politica, egemonia
Per comprendere la posta in gioco, occorre tornare al 1926, quando alla Permanente di Milano Mostra del Novecento Italiano del 1926, promossa e orchestrata da Margherita Sarfatti, riunì artisti destinati a diventare canonici: Mario Sironi, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, tra gli altri. Non si trattava semplicemente di una corrente artistica, ma di un progetto culturale ambizioso: rifondare l’arte italiana su basi di solidità formale, classicità rinnovata e disciplina compositiva, in dialogo — e talvolta in tensione — con il clima politico del tempo.
Sarfatti, figura complessa e controversa, non fu solo promotrice ma interprete di un bisogno diffuso nel primo dopoguerra europeo: quello di un “ritorno all’ordine”. Dopo le avanguardie, la frattura, la guerra, si cercava una nuova stabilità. Le arti visive risposero con una grammatica fatta di volumi compatti, figure monumentali, spazi misurati. Il moderno, paradossalmente, passava attraverso il recupero di una classicità filtrata.
Brescia come laboratorio critico
La mostra bresciana non replica quella stagione: la interroga. La selezione di circa trenta dipinti, provenienti da una raccolta privata del territorio, costruisce un percorso che accosta ai nomi fondativi del gruppo una costellazione più ampia di artisti. Accanto a Sironi e Bucci compaiono figure come Felice Casorati, Ubaldo Oppi, Piero Marussig, fino a personalità eccentriche o difficilmente classificabili come Cagnaccio di San Pietro e Corrado Cagli.
Il risultato è una mappa più sfumata del Novecento italiano: non un blocco monolitico, ma un campo di forze attraversato da tensioni, divergenze, declinazioni individuali. Se esiste un denominatore comune, esso va cercato nella volontà di ricostruire un linguaggio condiviso dopo la dispersione delle avanguardie, più che in uno stile uniforme.
La collezione privata come gesto pubblico
Uno degli elementi più significativi dell’iniziativa è la provenienza delle opere: una collezione privata, resa temporaneamente accessibile. In un’epoca in cui il mercato dell’arte tende a sottrarre visibilità pubblica ai capolavori, l’apertura dei collezionisti assume un valore non solo culturale ma etico. Come sottolineato dalla vicepresidente dell’associazione, il collezionismo non si esaurisce nel possesso, ma può trasformarsi in condivisione: un passaggio dalla dimensione privata del godimento estetico a quella pubblica della fruizione.
Questo aspetto dialoga implicitamente con la stessa figura di Sarfatti, che fu mediatrice tra artisti, istituzioni e pubblico, contribuendo a costruire un sistema dell’arte in cui la circolazione delle opere e delle idee era centrale.
Tradizione e modernità: una dialettica irrisolta
Le opere in mostra restituiscono con chiarezza la tensione che attraversa tutto il Novecento italiano: quella tra tradizione e modernità. Nei paesaggi urbani rarefatti di Sironi, nelle figure sospese di Casorati, nelle composizioni eleganti di Oppi, si percepisce una volontà di ordine che non è mai mera imitazione del passato. Piuttosto, è una reinvenzione della classicità, spesso inquieta, talvolta enigmatica.
Il “ritorno all’ordine” non fu infatti un ritorno pacificato. Sotto la superficie levigata delle forme si agitano interrogativi profondi: sull’identità nazionale, sul ruolo dell’arte nella società, sulla possibilità stessa di rappresentare il reale dopo la crisi delle certezze ottocentesche.
Una riscoperta che viene da lontano
L’Associazione Artisti Bresciani rivendica, non senza ragione, una propria tradizione nella riscoperta del Novecento. Già nel 1963, con una mostra dedicata a Sironi, aveva contribuito a riaprire il dibattito su un movimento allora ancora problematico. L’iniziativa attuale si inserisce in questa linea, aggiornandola alla luce delle acquisizioni critiche più recenti.
Non si tratta più di riabilitare o condannare, ma di comprendere. Di leggere il Novecento italiano nella sua complessità, senza ridurlo né a espressione di un’ideologia né a puro fatto stilistico.
Il senso di una celebrazione
Celebrare un centenario significa inevitabilmente fare i conti con il tempo: con ciò che resta e ciò che cambia. La mostra bresciana suggerisce che il Novecento italiano continua a parlarci non tanto per le sue soluzioni formali, quanto per le domande che pone. Come si costruisce una tradizione? Qual è il rapporto tra arte e potere? È possibile essere moderni senza rompere con il passato?
Domande che, a distanza di cento anni, non hanno perso la loro urgenza. E che trovano, nelle sale raccolte di una mostra di provincia — lontano dai riflettori delle grandi istituzioni — uno spazio forse più adatto alla riflessione: quello in cui l’arte torna a essere, prima di tutto, esperienza critica.



