Herbert Pagani: una serata per ricordare

Eventi

di Roberto Zadik

Le grandi personalità lasciano sempre un segno, un’impronta indelebile anche se dimenticati per lungo tempo; basta un ricordo, una loro canzone o poesia, o un aneddoto ad accendere subito le emozioni.

È il caso di Herbert Pagani, geniale e profondo anticonformista; eppure molto legato alla sua identità di ebreo sefardita, cosmopolita e colto – parlava perfettamente l’italiano e il francese – , che quest’anno avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 25 aprile. Invece, quel tragico 16 agosto 1988 a Miami se n’è andato, a soli 44 anni, stroncato dalla leucemia. Fu sepolto, per sua volontà, in un boschetto a Gerusalemme, “nella Terra dei padri”.

A rinnovarne la memoria, non solo musicale di cantautore, ispirata alla scena musicale francese, ma anche artistica e personale, l’amico e collega Marco Ferradini (coautore nel 1980, assieme a Pagani, della bellissima “Teorema”) che la sera del 23 gennaio, all’Auditorium Pime, ha coinvolto una serie di artisti importanti.

Assieme a lui nello spettacolo “La mia generazione-Ferradini canta Herbert Pagani”, sotto i riflettori, si sono esibiti la sorella di Herbert, l’attrice teatrale Caroline Pagani e Anna Jenceck, artista, cantante e amica di Herbert che ha cantato una bellissima versione di “Ti ringrazio vita”, e una serie di musicisti di alto livello come Giovanni Nuti, autore dell’album in omaggio alla poetessa milanese Alda Merini conosciuta nel 1996,  il violinista Simone Rossetti Bazzaro, che ha suonato in tournée assieme a Zucchero, Carlo Fava, attore e musicista, impegnato in un progetto sulla città di Milano, Simon Luca, cantautore e produttore musicale a capo dell’associazione “Muovi la musica” e il pianista Josè Orlando.

Andato in scena più volte, “La mia generazione” è stato un grande successo alla Palazzina Liberty nel 2012; l’iniziativa-concerto è intitolata come l’album in cui Ferradini ha raccolto tutto il repertorio di Pagani, assieme a una ventina di altri artisti, ricantando anche i suoi brani meno conosciuti, vere e proprie meraviglie come l’inno alla libertà d’espressione, tema molto caro a Herbert Pagani, intitolato “L’erba selvaggia” che ha chiuso lo spettacolo ricevendo uno scroscio di applausi.

La serata è stata organizzata da Francesco Paracchini, direttore della rivista musicale “L’isola che non c’era”, in collaborazione col Pime; a fine concerto, oltre a riassumere sinteticamente le carriere degli artisti in scena, ha rivelato che “questa è la prima serata della rassegna ‘I colori della musica’ alla quale parteciperanno artisti come il gruppo Orange, che hanno affiancato artisti come De Gregori e Francesco Baccini”.

La serata è stata un alternarsi di ricordi, successi di Pagani, rare poesie interpretate dalla sorella Caroline e dalla Jenceck e riferimenti ad aspetti meno conosciuti di Pagani, come il suo impegno ecologista: “passeggiava lungo le rive del mare a raccogliere tutto quello che trovava. Collezionava rifiuti e ne faceva magnifiche opere d’arte”, ha sottolineato Ferradini.

Una vita intensa e finita troppo presto, per un personaggio, Herbert Pagani, tanto versatile, complesso e vulcanico da essere difficile da definire: fu deejay per Radio Montecarlo, cantautore, poeta, disegnatore e scultore. Insomma, come Ferradini ha sottolineato “era un artista a 360 gradi”. Assieme alla sua band, Ferradini ha eseguito “Lombardia”, adattamento italiano dell’originale di Jacques Brel “Le plat pays”,  in coppia con sua figlia Charlotte, “Albergo ad ore” traduzione della canzone di Edith Piaf “Les amants d’un jour” che ebbe problemi di censura per il testo un po’ audace per l’epoca, quando uscì nel 1969, “Cin cin con gli occhiali” “una canzone leggera” come ha specificato Ferradini scritta da Pagani in coppia con Edoardo Bennato. Poi la struggente e splendida “La mia generazione” dedicata alla sua travagliata vicenda famigliare: “il padre era un facoltoso commerciante ma lui scelse di fare l’artista. I suoi, scappati dalla Libia, si separarono appena arrivati a Roma”, rivela Ferradini.

E ancora “Una stella d’oro”. L’ebraicità di questo artista che, arrivato in Italia, ha vissuto la solitudine dell’immigrato che doveva ricostruirsi una lingua e degli amici, è ricorrente in tante sue opere, fra le quali  una poesia letta dalla Jenceck dove Pagani si definisce “ebreo errante africano”. E naturalmemnte nel  poema “Arringa per la mia terra” dal testo particolarmente pungente e espressivo, un vero e proprio inno alla tradizione ebraica e al sionismo, valori che Pagani difese fino all’ultimo.

Nella lunga lista di aneddoti, Ferradini parla dell’amico in maniera commossa ma al tempo stesso brillante, rievocando i suoi continui cambi di paese, dalla Svizzera, all’Austria, alla Francia dove ebbe grande popolarità, a Israele. Gli Stati Uniti furono la sua ultima meta, nel 1988, per un viaggio senza ritorno.

Marco Ferradini ha rievocato il suo primo  incontro con Herbert, che a quel tempo era già famoso, nella sala prove di via Ripamonti, e Pagani “sembrava un principe russo con quei riccioli neri, il maglione a rombi colorati come si usavano all’epoca e la pelliccia fino alle scarpe”; e quel week end in montagna nello chalet a Macugnaga, quando “entrambi soli, senza donne e senza la tv, di giorno passeggiavamo e parlavamo, confrontandoci su vari temi, e la sera scrivevamo canzoni”. Da quel repertorio, nacque la celeberrima “Teorema” che portò al successo Ferradini, vendendo un milione di copie anche grazie “alle parole di Herbert, che sapeva scrivere testi sostanziosi di grande contenuto”  e altri brani bellissimi come “Schiavo senza catene”. Molto riservato sulla propria vita privata, fra le tante curiosità mai rivelate sulla sua esistenza, Ferradini racconta che “Pagani aveva avuto un figlio da una donna della quale non si conosce l’identità; fra i tanti artisti che incontrò ci fu anche Luigi Tenco, suicidatosi il 28 gennaio 1967 a 28 anni. Quando venne al Festival di Sanremo fu sconvolto dalla morte di Tenco e dedicata a questo artista scrisse la canzone ‘Da Niente a niente’ “.

Uno spettacolo musicale ma non solo, dunque, che ha richiamato un pubblico non molto vasto ma estremamente partecipe, che ha reso omaggio alla figura di Pagani, riportata in auge da Ferradini e dal suo affiatato gruppo di musicisti dopo un lungo periodo di dimenticanza durato, come sottolinea amaramente il cantautore lombardo, “davvero troppi anni. Herbert ci ha lasciati nel 1988, non apparteneva a nessun partito e non ha mai avuto paura di esprimere le proprie opinioni; usava parole non convenzionali con estrema forza e integrità”.

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