“Bereshit-In principio”: inizia il ciclo di incontri all’insegna del dialogo interreligioso

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di Carlotta Jarach

sanfedeleMercoledì 5 novembre, presso l’Auditorium della Fondazione Culturale San Fedele ha avuto inizio il ciclo di otto incontri dal titolo “Bereshit-In Principio” su Genesi I 1-25, organizzato da Vittorio Robiati Bendaud, presidente della Fondazione Maimonide, insieme alla Fondazione Carlo Maria Martini e ai padroni di casa, la Fondazione San Fedele. A moderare l’incontro Don Cristiano Bettega, da poco nominato Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e dialogo interreligioso della conferenza episcopale italiana e creatore del più importante appuntamento di dialogo tra ebrei e cristiani dopo la Nostra Aetate del 1965.

Per la realizzazione dell’appuntamento, fondamentale il contributo del Tribunale Rabbinico e del Center for Jewish-Christian Understanding and Cooperation. Tra il pubblico, Bruno Segre, Presidente del Consiglio Direttivo della neocostituita amicizia ebraico cristiana di Milano.

Rav Giuseppe Laras, presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia, è la prima voce del dialogo della serata: “Apparentemente facili, i versetti appena ascoltati (grazie alla lettura di Gabriella Gado ndr) sono stati oggetto di varie interpretazioni”. Esse spaziano da quella midrashica non letterale, che riflette lo spirito e la religiosità del popolo ebraico, a quella mistica e cabalistica, passando da quella filosofica di Maimonide.

Quest’ultimo, ricorda il Rav, ha affrontato a partire da questi versi il tema della creazione, in contrasto con Aristotele. Egli sosteneva con forza che Mondo e Uomo non possono esistere ab aeterno a differenza di quanto affermava la dottrina aristotelica: entrambe non sono dimostrabili, ma quella della Torà risulta meno improbabile. “Io sono prodotto di un atto di libertà, e di conseguenza posseggo libertà e non ho costrizioni”. Questa considerazione, condivisibile anche dagli ambienti laici, mostrerebbe secondo il filosofo come la teoria creazionistica non sia così da respingere.

Altra interpretazione su cui Laras si sofferma è quella dei cabalisti di Safed: “Il non essere in realtà è l’essere pieno, è Dio; la creazione dal nulla è improponibile. Dio è compiutezza, è tutto, e questo tutto si chiama Nulla. Essendo Dio Tutto e Nulla, perchè venga all’essere il mondo, bisogna che sia fuoriuscito da se stesso: il Mondo deve uscire da Dio. Per creare il mondo Dio si contrae”.

Ed ecco quella tesi così ben conosciuta dello Tzimtzum, dell’autolimitazione: “C’è una negatività, una prospettiva negativa in questi primi versi in cui Dio appare limitato e il mondo non è altro che prodotto di tale limitazione”.

Complesso è il seguito dell’intervento del Rav, che si sofferma su un trattato della Mishnà, Chaghigà, che ancora rende prova dell’estrema difficoltà del testo. “La visione più moderna riflette invece in maniera formalmente diversa: i versi non vogliono insegnarci teologia, fisica o altro, ma semplicemente che il Mondo non esiste da sempre. Lo ha creato Dio e bisogna quindi che ognuno di noi faccia sua questa considerazione e si comporti di conseguenza, secondo senso etico, alimentando positivamente il rapporto con l’altro, diventando elemento che interagisce con tutto ciò che lo circonda, umano e non umano”. E questa visione, commenta Laras, è per certi aspetti più responsabile, più profonda e anche più difficile.

Interviene poi padre Philipp G. Renczes, Direttore del Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici della Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Il suo discorso, articolato in tre punti, è incentrato sull’importanza di avere un punto comune, un punto di riferimento per poter creare un dialogo: “È per me significativo che si dia per scontato che condividiamo lo stesso testo: la questione della versione dei Settanta è argomento noto”.

Il testo, ricorda padre Renczes, non è definitivo: bisogna sempre cercare l’autentico testo, l’autentica interpretazione, e questo senso di ricerca, comune all’ebraismo, ci permette di mantenere un vivo e interessante dialogo. “L’interpretazione sempre nuova che ci apre occhi senza i quali vedremmo molto meno”.

Importante è anche la Luce, luce che nasce dalla voce di Dio, e che, come fa notare il padre, non è la luce del sole, perché esso non è ancora stato creato: la luce capace di illuminare le menti, primo ponte con l’uomo, e perciò motivo di celebrazione.

Questo primo incontro ha visto anche la partecipazione di un esponente del pensiero non credente: il Professor Salvatore Natoli, docente di Filosofia Teoretica all’Università Bicocca. L’approccio di Natoli è radicalmente diverso: “ Mi accosto al testo come a un testo sapienzale e non sacro, un testo che serve per interpretare lo stare al mondo: una Sapienza”.

La costruzione del testo, ricorda Natoli, è antologica, e consta di varie fonti ed è appunto raccolta di vari testi liturgici. Rifacendosi a Steiner, il professore identifica la Bibbia come retorica di creazione, “in antitesi alla cosmogonia greca che era erotica di generazione”.

“La creazione non è importante, ma è conseguente: il punto di vista giudaico infatti sulla Creazione è soteriologico e si scrive nell’ambito della redenzione di Israele e poi del Mondo. Presupposto che regge la Creazione è etico e non cosmologico”.

La fede nella Creazione non è né l’oggetto né il fine del contenuto della Genesi; il fine è la garanzia del Patto.

Dio è garante e si fa carico del possibile fallimento degli uomini: “Il tema sotteso è quindi il fallimento di Dio, poichè la creazione gli può fallire”.

Dio come garante di un Mondo sempre sull’orlo dell’Abisso, del Caos che può sempre riemergere.

“Avere a che fare con questo Nulla equivale ad avere a che fare con un possibile fallimento; il nulla dell’Infinità dell’Origine è, per usare un’espressione del Qoelet, il Nulla dell’eternità come Olam, dove non si può collegare l’Inizio e la Fine. E questo è molto importante anche per un laico, perchè in questa dimensione abissale si guadagna l’impossibilità di diventare superbi”.

A chiudere la serata i ringraziamenti di Don Cristiano Bettega: “Difficilmente si può comprendere l’esperienza Cristiana e quella umana ancora di più, se non si è disposti a rivivere nella profondità di se stessi l’esperienza di Israele. Todà rabà”.

Prossimo appuntamento mercoledì 12 alle 18:30 in Sala Ricci con Alexander Rofé e Donatella Scaiola su Genesi I, 26-I, 31 e Genesi II, 4-II, 25.

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