Bear Mitzvah in Meshugahland: invasione di peluche al Museo Ebraico di Manhattan fino al 6 agosto

di Nathan Greppi

Orsacchiotti, leoni, tigri, diavoletti: questi e altri ancora sono i peluche attaccati ai muri, le finestre e i lampadari del Museo Ebraico di Manhattan dal musicista e artista visuale Charlemagne Palestine per la sua nuova esposizione: Bear Mitzvah in Meshugahland.

Secondo Tablet Magazine Palestine, il cui vero nome è Chaim Moshe Tzadik Palestine, è nato a Brooklyn nel 1947 da genitori ebrei emigrati dall’Europa dell’Est ma dagli anni ’80 risiede a Bruxelles. Questa è la sua prima mostra in un museo americano da quando si è trasferito. Ha iniziato la propria carriera artistica in giovane età cantando in sinagoga, per poi dedicarsi alla musica sperimentale e d’avanguardia, riscuotendo un certo successo negli anni ’60 e ’70.

Oltre ai pupazzi già citati, ve ne sono alcuni con temi ebraici più evidenti: come Noah’s Ark, una barca gialla che Palestine afferma di aver trovato abbandonata a New York tanto da portarla con sé anche in Belgio; o come Bear Mitzvah, un orsetto che tiene un rotolo della Torah aperto e una kippah arcobaleno sul capo.

Allestire la mostra ha richiesto quattro anni e mezzo di lavoro; Norman Kleeblatt, curatore del Museo Ebraico, ha dichiarato che ciò non rientra nei normali parametri delle esposizioni di oggi: “Penso che la cosa più importante sia lasciarti avvolgere dalla mostra. È innanzitutto una questione di esperienza, e allora, dopo che ti sei veramente lasciato stringere, avvolgere, felice, infastidito o mistificato, solo allora potresti voler fare delle domande.” Domande sul ruolo che gli animali di peluche hanno sulla vita di Palestine, o sulla tua. Domande sul concetto di infanzia, e se si veramente perduta. O, mentre vaghi per la mostra, su quali domande fare.

Quando studiava al liceo, Palestine fu fortemente influenzato da registrazioni di musica folk che in quel periodo antropologi ed etnomusicologi effettuavano in giro per il mondo. “Al tempo degli hippie, negli anni ’60, eravamo tutti innamorati di tutte le alternative culturali dall’Est, dall’India, dall’Indonesia, e io vi ero totalmente dentro,” ha raccontato a Tablet. Ed è proprio interessandosi di culture orientali che ha sviluppato un particolare interesse per amuleti e statuette, spesso con forme di animali.

L’esposizione in sé è anche un omaggio alle radici ebraiche di Palestine e a una storia poco conosciuta dietro alla nascita del cosiddetto “teddy bear”, l’orsacchiotto che ha fatto compagnia a intere generazioni di bambini nel mondo. Infatti, mentre molti sono convinti che esso sia stato chiamato così nel 1902 quando il Presidente Theodore “Teddy” Roosevelt si rifiutò di uccidere un orso che era stato catturato apposta per lui, pochi sanno che il primo teddy bear è stato fabbricato da Rose e Morris Michtom, una coppia ebrea che di giorno gestiva un negozio di dolci a Brooklin, e di notte fabbricava animali di peluche. Dopo aver visto sul quotidiano Washington Star una vignetta dell’illustratore Clifford Berryman relativa al gesto di Roosevelt, la coppia decise di creare una serie di orsacchiotti da chiamare Teddy’s Bear, e per questo scrissero al Presidente stesso per avere la sua autorizzazione, che lui concesse. I Michtom misero per i primi orsacchiotti nella vetrina del loro negozio nel 1903, e le vendite furono tali che nel 1907 la loro impresa valeva milioni di dollari.

I peluche hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita di Palestine: quando era piccolo, infatti, soffriva di balbuzie, e i pupazzi gli furono molto utili per comunicare al meglio con i propri genitori. A 11 anni teneva ancora vicini i suoi “amici” come lui li chiamava, tanto che sua madre, preoccupata, se ne sbarazzò definitivamente poco prima del suo Bar Mitzvah. Ma la storia non finisce qui: un giorno, mentre lavorava al California Institute of Arts, la sua fidanzata di allora gli regalò un enorme orsacchiotto risvegliando il suo amore per gli animali di peluche. Fu così che iniziò a collezionarne in grandi quantità, comprandone in tutto il mondo per poi metterli nelle sue esposizioni o tenerli vicino nei suoi concerti, un lavoro che lui definisce “Meshugah,” come lo chiamava il padre per dargli del pazzo.

La mostra ha avuto inizio il 17 Marzo e si protrarrà fino al 6 Agosto.