“Buttar giù gli idoli, questo è quel che accomuna le avanguardie e l’ebraismo”

Arte

Oggi, 23 giugno, è mancato Arturo Schwarz, a 97 anni. Un personaggio in cui storia, arte, poesia, impegno politico e sociale, costituivano un unicum straordinario. Lo ricordiamo con una intervista del 2012 in cui parlava del suo rapporto con l’ebraismo, tra le molte altre cose…

 

di Fiona Diwan

Ci sono persone per le quali l’azione è tutto. Arturo Schwarz è tra queste, tutt’uno con il fare e l’agire. Tutt’uno con la capacità mercuriale di catturare ciò che gli si muove intorno senza permettergli di passargli accanto e svanire impunemente all’orizzonte, le antenne dispiegate per cogliere l’attimo creativo o per connettersi con quanto di sulfureo e controcorrente sta accadendo intorno a lui. Schwarz possiede la metis, ovvero quella qualità che la cultura greca attribuiva in sommo grado a Ulisse, una forma di intelligenza pratica e non teoretica, che è anche l’arte di trarsi d’impaccio, intuito e sagacia al servizio delle opportunità che l’attimo ci porge. Incarna la metis anche ora, a 88 anni compiuti il 3 febbraio (è nato nel 1924 ad Alessandria d’Egitto), non fosse altro che per lo spirito libertario e anarcoide che, con fare civettuolo, ama esibire ancor oggi, talmente vintage da risultare di nuovo à la page (“i miei maestri? Un po’ passati di moda: Bakunin, Marx, Engels, Malatesta. Ma soprattutto Baruch Spinoza e Andrè Breton”). Certamente un prepotente dolce, un vitalista puro, come lo definisce l’amico Philippe Daverio, “con passioni per ogni bizzarria che possa colpire la mente”, amante del travestimento tanto da firmarsi con pseudonimi vari, tra cui Tristan Sauvage, per le prime poesie, e Yehudi Schwarz, per le attività sioniste. La biografia di Arturo Schwarz potrebbe sembrare a prima vista un elenco infinito di nomi di amici e artisti e poeti illustri, personaggi che hanno incarnato la storia artistica del Novecento, mostri sacri, da Man Ray a Marcel Duchamp, da Andrè Breton a Meret Oppenheim e Tristan Tzarà, da Picabia a Mirò, da Daniel Spoerri a Matta a Piero Manzoni,.., passando per Elio Vittorini, Antonio Porta, Mario Luzi… Una nomenklatura tonitruante e interminabile, se non fosse per i 60 libri di saggistica scritti, le 90 raccolte di poesie che ha pubblicato, la sbalorditiva collezione accumulata in tre quarti di secolo e la generosità con cui ha regalato gran parte delle proprie opere -450 per la precisione-, alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, al Museo d’Arte d’Israele a Gerusalemme e a quello di Tel Aviv (800 lavori circa), l’intera opera grafica di Marcel Duchamp, e infine alla città di Ber Sheva le grafiche di Odillon Redon, di Jasper Johns e Robert Rauchenberg.

Oggi, l’ultimo testimone delle Avanguardie storiche. Uno dei grandi meriti di Arturo Schwarz -con la Libreria Schwarz di via della Spiga aperta nel 1954 e poi con l’omonima galleria di via Gesù, 1961-1972-, è stato quello di tirar fuori dall’oblio, quella scatenata stagione creativa che fu il Surrealismo e il Dadaismo, riattualizzandola, e dando voce non solo agli ultimi colpi di coda, ai sussulti finali di quella meravigliosa espressività ma anche a tutto il nuovo che andava creandosi in Europa e in Italia. In un dopoguerra che le aveva completamente rimosse, Schwarz rilanciò un patrimonio vivente di artisti, oggi inimmaginabile. Facendo di Milano il crocevia di un’arte d’avanguardia e cosmopolita “come non lo è stata nessun’altra città in Italia in quegli anni, neppure Roma che era solo facciata e cinema, una città post-fascista, vuota, modaiola, a parte qualche singola e sporadica grande personalità dell’arte. Niente a che vedere con la vivacità elettrizzante della Milano del dopoguerra, vero cuore della cultura italiana visiva, architettonica, di teatro”, dice Schwarz che ricorda quella temperie culturale, coi movimenti dell’Arte Nucleare, lo Spazialismo e Lucio Fontana, Azimut, l’Arte cinetica, la Figurazione Concreta, Fluxus…

La mostra “La poesia prima di tutto”, che si è chiusa proprio qualche giorno fa a Milano, è stata in qualche modo la celebrazione dell’avventura intellettuale di un sefardita milanese che, vissuto ai margini della Comunità ebraica di Milano (“ero troppo anarchico e di sinistra per piacergli, mi hanno sempre rifiutato”), è stato fra i grandi protagonisti della vita culturale italiana, una personalità sfaccettata e poliedrica di poeta, saggista, critico d’arte, curatore di mostre, editore, studioso del Surrealismo, di Alchimia, Qabbalah, filosofie orientali,… (una laurea a Oxford in Biologia e una alla Sorbona in Psicanalisi). Le fotografie, i video, i cataloghi storici, documentano il clima creativo e politico che permeava quei tempi e la stessa galleria di Schwarz. Ma sono anche testimonianza dell’indefesso attivismo di Schwarz, nell’arte come nella politica – il sionismo e l’amore per Israele, la giovinezza in Egitto e il confino ad Abukir per attività sovversive (“Figuratevi, ero un trotzkista, ebreo, egiziano. Ve lo immaginate un fondatore della Quarta Internazionale tra le dune del Sahara? Ma ebbi fortuna: fui espulso e estradato in Italia nel 1949, dopo l’armistizio tra Egitto e Israele, e anche arrivato qui mi buttai nell’attività politica”), sono elementi e momenti imprescindibili nella vita dell’intellettuale Arturo Schwarz.

Una memoria storica vivente. Non a caso l’editore Skira gli ha commissionato un volume che uscirà la prossima primavera, 1400 pagine, 10 anni di lavoro, tutto il Surrealismo minuto per minuto (e per il 2013 vedrà la luce anche un Dizionario del Surrealismo).

“A partire dal 1944 divenni militante del Movimento Surrealista: mi incuriosiva tutto, la scrittura automatica, la psicanalisi e in particolare amavo il Dadaismo e volevo capire il legame tra Avanguardie storiche e ebraismo, e perchè tanti dadaisti come Tristan Tzarà e Marcel Janko fossero ebrei. Col tempo ho capito che nell’ebraismo non esiste principio di autorità, non esiste idolo ma anzi, è il buttar giù gli idoli l’essenza stessa dell’identità, tanto più che siamo l’unico popolo arrivato anche a litigare con Dio. Mi sono incantato davanti alla scoperta dell’umanesimo straordiario del Tanach e di quel fondamento del vivere civile contenuto nel Levitico che è l’imperativo di considerare il proprio prossimo come un simile e fratello. Mi sento profondamente ebreo; l’ebreo è un internazionalista nato ed è l’anarchico per antonomasia che si affanna ad imparare a vivere come un Giusto, e a non tradire le proprie convinzioni. Un pensiero che fluisce e che si contraddice, che non è mai dogmatico, che non si accontenta di verità di fede. Ricordo una famosa storiella: un non-ebreo si rivolge a un ebreo e gli chiede: “perché voi ebrei rispondente sempre a una domanda con un’altra domanda?”. L’ebreo lo fissa impassibile e risponde: “E perché no?”. Ecco, qui c’è tutta l’incoercibile volontà di non omologarsi al pensiero dominante. Ma attenzione: anche se sono ateo e anarchico, adoro alcuni rabbini, ad esempio Rav Arbib e Rav Laras. E credo che se esistiamo ancora come popolo lo dobbiamo proprio ai nostri rav e alla tradizione religiosa. Io non litigo con la Storia, i fatti sono cose testarde: e ci dicono che se l’ebraismo è sopravvissuto fino a oggi è grazie al sentimento religioso che è stato tenuto acceso e vivo.

Cabbalisticamente, credo che l’amour fou, l’estasi appassionata, sia la forma più alta di conoscenza del divino e dell’altro. In fondo, resto un estremista che ha sempre vissuto le proprie passioni fino in fondo, totalmente. Per me non esistono mezze misure, o tutto o niente. Conoscersi, trasformarsi. Solo se riesci a cambiare davvero te stesso un giorno, forse, potrai cambiare il mondo”.

Non a caso, il cotè esuberante e naif delle ideologie è stato parte integrante del mondo di Arturo Schwarz per il quale il Surrealismo è stato “una messa a nudo, uno strip tease spirituale, un rivelare a se stessi la propria essenza interiore. Ricordo Marcel Duchamp, a New York, un uomo semplice e affabile, il padre dell’arte contemporanea, le nostre interminabili partite a scacchi. Da lui ho imparato l’importanza del fare e del giocare, gioco come una dimensione molto seria della vita e da non  sottovalutare”. Un ottimismo messianico che si traduce nella certezza che il domani sarà migliore dell’oggi e che il “faremo” precede sempre l’ “ascolteremo”, ovvero che il fare è sempre più importante del teorizzare e dei tanti bla bla.

Per Schwarz l’identità ebraica si gioca sempre sul crinale sdrucciolevole del confronto e del rispecchiamento. “A chi mi chiede oggi se mi sento più ebreo o italiano, rispondo come Filone d’Alessandria duemila anni fa. A chi voleva sapere come facesse a essere leale verso l’Egitto e verso Israele, lui rispondeva: “Perché, non si può amare allo stesso modo il padre e la madre?”.

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