L’informazione che vorrei

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La cronaca della serata.
“Il Bollettino è, insieme alla scuola, la cosa che unisce tutta la comunità ebraica di Milano, per altri versi frammentata”; questa potrebbe essere la sintesi estrema del dibattito tenuto nell’aula magna Benatoff su L’informazione che vorrei.

Annie Sacerdoti, direttrice del Bollettino della Comunità ebraica di Milano e di Mosaico, il sito della stessa Comunità, aveva dichiarato il 5768 anno dell’informazione e il primo atto è stato il dibattito del 25 ottobre. Comunicare, diffondere notizie e commentarle, è uno strumento per raggiungere l’obiettivo di unire gli ebrei tra loro e metterli in relazione con il mondo in cui vivono, rendendo questi contatti sempre più consapevoli e fruttuosi. È un’esigenza questa evidentemente sentita se la risposta del pubblico è stata positiva, sia in numero di presenze, circa 120, sia in qualità degli interventi. E il pungolo per una serata non banale è venuto anche dagli ospiti, Fiona Diwan (Geo), Daniele Moro (TG5), Vittorio Ravà (Libero /Economy), Davide Romano (Repubblica /Shalom), giornalisti che hanno fatto una critica puntuale e sincera, a tratti impietosa e qua e là perfino ingiusta, ai media della Comunità, dando spunti e consigli da tenere comunque in debita considerazione.

Un giornale unico nazionale che sostituisca il Bollettino di Milano e Shalom di Roma e venga diffuso in tutte le comunità italiane, lasciando alle singole realtà locali solo alcune pagine di servizio: è questa una eventualità emersa nel corso della serata e un progetto che l’Unione delle Comunità sta valutando. Ma sono disposti gli ebrei milanesi a rinunciare al loro mensile, che ha seguito le vicende comunitarie dal dopoguerra ad oggi ed è la più antica testata ebraica italiana? (si legga a questo proposito il commento di Andrea Jarach nel Prima di tutto)

Ma al Bollettino sono arrivate anche specifiche richieste: dare voce a tutte le anime della comunità, a tutti gli ebrei di Milano, compresi i gruppi riformati; ampliare lo spazio per le attività dei movimenti giovanili; dare conto del drammatico fenomeno dell’assimilazione, in modo che chi può fare qualcosa di concreto per aiutare i giovani sia spinto a farlo.

Ma andiamo con ordine: Yoram Ortona, che moderava la serata, ha presentato gli ospiti e dato per prima la parola ad Annie Sacerdoti (vedi L’intervento) poi agli altri rappresentanti dei media nati all’interno della Milano ebraica: David Piazza (Morashà), rav Shlomo Bekhor (Shabbat Shalom), Benjamin Oskar (Ghetton).

Dopo i loro interventi, che pubblichiamo in calce a questa cronaca, introdotti da Riccardo Hofmann, che aveva il compito di organizzare le voci della platea, gli ospiti sono entrati nel vivo del dibattito.
“Oggi l’informazione non è più controllabile”, ha esordito Vittorio Ravà, “le aziende parlano di marketing virale, non esiste più una comunicazione interna diversa da quella esterna”, perché tutto filtra e si contamina, tutto è di dominio pubblico immediatamente dopo essere stato prodotto. “Internet è la più grande rivoluzione mai avvenuta nella storia. La barriera è semmai generazionale, tra chi accede a internet e chi, nato prima del 1946, ne resta in genere fuori”. Internet ha cambiato il mondo della comunicazione e tutto va riprogettato in questo senso. La comunicazione oggi non può che essere digitale, deve passare dalla carta stampata al web. La proposta di Vittorio Ravà è quella che, ha rivelato, è in questo momento in fase di progettazione all’Unione delle Comunità ebrache italiane, cioè un unico giornale ebraico nazionale che superi il bipolarismo Roma/Milano e tenga conto delle piccole comunità. Un giornale unico in cui vi sia una netta separazione tra pagine di opinione e pagine di servizio, che riguarderanno le singole comunità e saranno stampate e distribuite separatamente.
Il mondo dell’editoria ebraica si deve ripensare: “un unico mezzo di riferimento per il mondo esterno e pagine di servizio per l’interno”.
L’editoria della carta stampata attraversa una crisi irreversibile, conclude Ravà, di cui i giornali a distribuzione gratuita sono un sintomo.

Fiona Diwan ha esordito dicendo che criticare il Bollettino è difficile perché ormai è un oggetto d’affezione, una presenza casalinga, ma volendo disgiungere lo sguardo affettivo da quello professionale, dice: “vorrei vedere uno sguardo alle comunità ebraiche nel mondo”, “una serie che il Bollettino ha pubblicato qualche anno fa ma che dovrebbe riprendere in modo più sistematico e attuale”. Ha suggerito di prendere contatto con gli inviati all’estero dei media italiani per avere servizi sulle diverse realtà nel mondo. “Nel numero di novembre del mio giornale, Geo, ho fatto fare un ampio servizio sull’Iran con uno spazio per la comunità ebraica, i 25.000 ebrei di Persia”. Oggi le notizie e le informazioni reperibili su Internet sono infinite, basta riprendere e tradurre articoli da tutto il mondo per avere materiale più interessante. Dal Bollettino Fiona Diwan si aspetta “più creatività, più professionalità, più idee e uno sguardo a 360° sul mondo ebraico lontano e vicino”. Cioè anche dare più visibilità a tutte le anime della comunità di Milano.

Daniele Moro ha ricordato di quando lavorava a Shalom di Roma, vent’anni fa, con Annie Sacerdoti, “era un fior di giornale, sotto la direzione di Luciano Tas e Lia Levi, mentre il Bollettino di Milano era proprio un ‘bollettino locale’. Oggi le parti si sono invertite. Il consiglio che ho dato a Renzo Gattegna, presidente Ucei, è di fare un giornale unico nazionale con inserti per le varie Comunità. Sarebbe un risparmio economico notevole, mentre la stessa Newsletter della Comunità di Milano, che già oggi copre il nord Italia, potrebbe diventare nazionale”. Secondo Moro una cosa che manca nell’informazione ebraica è il lavoro di comunicazione sul Medio Oriente rivolto all’esterno, che veniva condotto qualche anno fa dall’Irdi. Sarebbe a questo proposito importante che l’ambasciata di Israele invitasse a visitare il Paese giovani giornalisti della stampa gratuita. Moro ha concluso sottolineando l’ottimo lavoro svolta da Informazione-corretta (www.informazionecorretta.com) nel monitorare la stampa sul Medio Oriente.

Davide Romano ha raccontato il suo percorso a Repubblica, dove ha iniziato raccontando di “cose ebraiche” e poi è passato a commenti su Israele, Islam, Medio Oriente, comunità nel mondo, in particolare nell’Europa dell’Est.
“Sono d’accordo con l’idea del giornale nazionale, che ottimizzi le risorse tra Milano e Roma. Il Bollettino è perfetto come giornale della Comunità ebraica di Milano, ma lo vorrei con più cuore, che si schierasse, che non fosse così neutro”. Secondo Romano la serata dimostra che i media comunitari non hanno il polso dei propri lettori. Da giornale della Comunità dovrebbe diventare giornale della comunità, cioè della gente, dando spazio alle diverse edòt. Comunque il Bollettino è insieme alla Scuola ebraica un fattore di unità, qualcosa che tutti aspettano.

Riccardo Hofmann ha dato a questo punto la parola al pubblico. Aldo Luperini di Lev Chadash, il movimento degli ebrei riformati a Milano, riallacciandosi all’ultimo intervento di Romano, ha detto che “il Bollettino è apparentamente neutro. I riformati, le attività di Lev Chadash, non vengono mai citati. La Comunità è ortodossa e il Bollettino quindi non ci dà spazio. A chi giova la censura?”, si chiede Luperini.

Giulia Temin ha parlato a nome dell’Hashomer Hatzair e del difficile momento che il movimento sta attraversando per la mancanza di una sede. Ha chiesto che il Bollettino dedichi stabilmente spazio ai movimenti giovanili per aiutarli a far conoscere le proprie iniziative.

Daniela Sassoon ha lamentato che il Bollettino non ha dato spazio neppure all’altra congregazione riformata di Milano, il Beth Shalom, che ha recentemente ospitato una personalità dell’ebraismo mondiale.

Guido Vitale ha detto che le comunità italiane dovrebbero fare un ragionamento su investimenti e risultati nel campo dell’informazione. “A Milano sono in campo professionalità importanti che andrebbero coinvolte”.

Dolfi Diwald ha sottolineato un drammatico aspetto della vita ebraica, soprattutto milanese, quello della assimilazione che è causata dalla mancanza di una struttura dedicata ai giovani, dove questi possano incontrarsi e organizzare autonomamente le loro attività, come era il Maurizio Levi, dove si sono formate oltre 100 famiglie ebraiche. I media comunitari dovrebbero dare ampio spazio al problema dell’assimilazione perché chi può si senta spronato a fare qualcosa di concreto per i giovani prima che sia troppo tardi. “Se l’assimilazione prosegue a questo ritmo, non ci saranno più lettori per i media comunitari entro i prossimi trent’anni. Gli iscritti a scuola sono passati da più di mille a circa seicento e gli iscritti alla Comunità da 10.000 agli attuali 6000. Ricordiamoci che senza futuro svanisce anche il passato”, ha concluso.

Andrea Jarach ha ribadito come il Bollettino sia una delle 2 o 3 cose della Comunità che la tengono unita, tra tanta disgregazione. La versione cartacea del Bollettino è indispensabile per una comunità “anziana” come la nostra, ma per il futuro bisogna puntare a Internet.

Riccardo Hofmann ha raccolto gli umori del pubblico: “La comunità è affezionata al suo Bollettino. Il Consiglio deve tenerne conto”.

Daniel Fishman ha detto che c’è uno scollamento tra il Consiglio e la base della Comunità e il Bollettino rappresenta il vertice che è scollato dalla base, non riesce a far emergere il dibattito che c’è in comunità. “Io lo dirigevo prima di Annie con una redazione di otto persone. Annie ha scelto una gestione diversa. Io invito il consiglio a modificare radicalmente la struttura redazionale del Bollettino”, ha concluso.



Adriana Goldstaub: “Mi associo a chi vuole aprire il Bollettino a tutte le componenti della comunità, a tutti gli ebrei di Milano. Per molti ebrei lontani ricevere il Bollettino è come la prova della loro appartenenza alla Comunità. Mi preoccupa quindi l’idea di un giornale nazionale, forse sarebbe meglio che fosse on line. Ma il Bollettino cartaceo è ancora fondamentale anche per gli ebrei lontani che lo ricevono a casa.


Gionata Tedeschi, consigliere delegato all’informazione, è intervenuto per spiegare quali siano i rapporti che regolano l’autonomia dell’informazione comunitaria.

Gli interventi degli altri media comunitari:
David Piazza, esponente di Morashà (casa editrice, sito internet e veicolo della newsletter Kolot) ha parlato della nascita, negli anni Novanta, di questa organizzazione, voluta da un gruppo di genitori per rispondere alla carenza di strumenti educativi moderni e stimolanti per i bambini e ragazzi. Una realtà che dalla prima edizione dell’Haggadà di Pesach si è sviluppata fino ad avere oggi un sito (www.morasha.it) con 850 pagine di contenuti ebraici, raccolti soprattutto nella sezione Zehut. Con la newsletter Kolot-Voci, Morashà non produce testi ma veicola quelli pubblicati dalla stampa italiana ed estera di argomento ebraico. “Abbiamo parlato di tutto”, ha detto Piazza, “dai matrimoni misti ai riformati, dall’antisemitismo al messianesimo, dai problemi legati alla Kashrut, al dibattito Stato/religione in Israele”. Con le nuove tecnologie, afferma Piazza, Kolot raggiunge 2600 persone a costo zero.

Benjamin Oskar ha presentato il sito Ghetton (www.ghetton.it) nato 5 anni fa dall’intraprendenza di Yasha Maknouz e Ico Menda, “un laboratorio di idee e iniziative intorno al quale sono nate mega feste per i giovani ebrei di tutta Europa, con 1200 presenze, il forum, che ha provocato polemiche e dibattiti, il torneo Ghetton’s League e G. Liga che mette in campo quest’anno quasi 200 tra ragazzi e ragazze. Una realtà importante per i giovani ebrei di Milano, un punto di incontro virtuale da cui nascono tante esperienze e occasioni nella vita quotidiana. Un modo anche per mettere a confronto ragazzi e adulti, che nelle pagine del forum possono affrontare anche temi che abitualmente sono sentiti un po’ lontani dai ragazzi, come la struttura della Comunità, il suo Consiglio e le decisioni che vi vengono prese.
Ghetton ha fatto crescere molti ragazzi e li ha avvicinati alla Comunità.

Rav Bekhor ha presentato le iniziative della casa editrice Mamash nella comunicazione di temi religiosi, attraverso lezioni on line (www.virtualyeshiva.it) che si possono scaricare in formato mp3, il mensile Shabbat Shalom e i testi della tradizione ebraica tradotti in italiano. Ha constatato che tra i lettori e i frequentatori del sito ci sono moltissimi non ebrei, che sono interessati a tutto ciò che riguarda l’ebraismo e che andrebbero imitati dagli ebrei stessi.

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