Addio a Rav Elia Richetti z’l: un Maestro che amava la pace e avvicinava alla Torà

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di Rav Alfonso Arbib

Vorrei provare a ricordare rav Richetti usando il metodo classico della tradizione ebraica cioè attraverso uno studio e in particolare lo studio di una Mishnà che secondo me lo rappresenta bene.
Chi parla nella Mishnà è uno dei grandissimi della tradizione ebraica ed è Hillèl. Hillèl invita tutti noi a essere allievi di Aharòn che amava la pace, inseguiva la pace, amava le creature e le avvicinava alla Torà.
La prima domanda da porsi su questa Mishnà è perché il modello debba essere Aharòn e non Moshè. In un passo del Talmùd i due fratelli Aharòn e Moshè vengono messi a confronto e il Talmùd dice che Moshè rappresenta il din cioè l’aspirazione alla giustizia, giustizia a tutti i costi anche a costo di bucare le montagne. Aharòn invece rappresenta il compromesso. Questa parola però non va capita male, non vuol dire che Aharòn non considerasse importante la giustizia ma che cercava di arrivare allo stesso risultato con metodi diversi e tentando di comprendere e venire incontro alle debolezze delle persone. Il modello Moshè è un modello altissimo ma non è alla portata di tutti, il modello Aharòn invece è un modello a cui ognuno di noi si può ispirare.
Aharòn cercava la pace e inseguiva la pace. Che cosa vuole dire?
Innanzitutto vuol dire che Aharòn attua con il suo comportamento e la sua vita uno dei principi fondamentali della tradizione ebraica, la ricerca della pace.
I Chakhamìm dicono che Dio ha cercato un recipiente che contenesse la berakhà (benedizione) e l’unico recipiente che ha trovato è stata la pace. Per questo motivo la preghiera fondamentale dell’ebraismo, la Amidà, si conclude con la berakhà della pace; e la berakhà per eccellenza, la Birkàt kohanìm si conclude con la parola Shalòm.
In Avòt deRabbi Nathan si spiega in che modo Aharòn ricercasse la pace: quando vedeva due persone che litigavano, andava da ciascuno dicendo che l’altro era pentito e avrebbe voluto una riconciliazione e i due alla fine si riconciliavano.
Sembra un espediente astuto in cui non si dice la verità, in realtà ciò che fa Aharòn è andare alla ricerca di una verità più profonda dando per scontato che nel cuore di ognuno ci sia una volontà di riconciliazione che però le circostanze impediscono di esprimere, Aharòn quindi esplicitava ciò che era nascosto nel profondo.
Credo che Rav Richetti sia stato un degno allievo di Aharòn cercando di capire ciò che si nascondeva nel cuore delle persone al di là delle apparenze e operando per l’armonia tra persone diverse e per il superamento dei conflitti.

La Mishnà parla però anche di inseguire la pace. Perché inseguire? Si insegue qualcosa che sfugge. Il Maharàl di Praga commentando questa Mishnà spiega che la pace non è naturale mentre paradossalmente lo è il conflitto, la divisione.
Il Maharàl dice che la divisione è parte integrante del mondo e nasce nel momento della creazione, quando Dio divide tra le acque superiori e le acque inferiori.
Quella divisione è stata vitale e ha permesso al mondo di vivere però ha instillato nel mondo la divisione e il conflitto rendendolo naturale. Il conflitto è l’opzione più semplice ed è per questo che è parte integrante della storia umana, lo è purtroppo anche nella storia del popolo ebraico. Le divisioni interne sono state causa spesso di tragedie. Esiste però nella tradizione ebraica un’aspirazione profonda all’unità e al superamento del conflitto, un’aspirazione all’integrità e questa è la radice della parola Shalom – shalèm, integro.
Questa pace, unità, integrità va inseguita però, non è naturale; bisogna costruirla e ha bisogno di un lavoro costante. Lavoro che deve seguire due direttive fondamentali, evitare le occasioni di conflitto ma anche tentare di ricomporre i conflitti una volta che questi si siano creati, cosa ovviamente molto più difficile.
L’ultima parte della Mishnà dice che Aharòn amava le creature e le avvicinava alla Torà. Innanzitutto un’osservazione: si indica il termine più generico possibile per indicare gli esseri umani, creature. Si vuole sottolineare che si tratta di esseri umani qualsiasi, non di persone particolari; tutti gli esseri umani sono creature divine e per questo motivo devono essere destinatarie di rispetto e di amore.

Avvicinare alla Torà
Aharòn avvicinava queste persone alla Torà. In che modo? I Chakhamìm dicono che quando vedeva una persona che si comportava male invece di rimproverarlo lo avvicinava e ne diventava amico. Questa persona apprezzava ovviamente la vicinanza di Aharòn ma contemporaneamente si sentiva in colpa dando per scontato che Aharon non sapesse dei suoi comportamenti sbagliati e questo lo portava a mettere in discussione i suoi comportamenti.
Il Talmùd racconta che nel quartiere di Rabbi Zerà (Maestro del Talmùd) operavano alcune persone poco raccomandabili. Rabbi Zerà però avvicinava queste persone e pregava per loro. Alla sua morte questi dissero: finora c’era qualcuno che pregava per noi, adesso non c’è più nessuno. È venuto il momento che lo facciamo noi stessi ed è venuto il momento di cambiare comportamento.
La storia di Rabbì Zerà ci insegna che cosa significa avvicinare le persone. Significa innanzitutto stabilire dei rapporti, preoccuparsi del loro bene (pregare per loro), senza necessariamente porsi obbiettivi a breve termine, perché porsi questi obbiettivi spesso può essere deludente. Le persone avvicinate da Rabbì Zerà non cambiano comportamento fino all’ultimo momento ma quell’avvicinamento ha portato comunque un risultato e succede in genere per ogni avvicinamento.
Aharòn avvicinava le persone alla Torà creando con loro un rapporto di amicizia, preoccupandosi dei loro problemi. Credo che questo comportamento si attagli considerevolmente all’opera di Rav Richetti. Sono state moltissime le testimonianze dopo la sua morte di persone che hanno voluto dimostrare la propria gratitudine per la sua vicinanza soprattutto in momenti difficili.
È un compito fondamentale di ogni Rav essere vicini alle persone ma ci sono rabbanìm a cui questo riesce meglio. Rav Richetti era da questo punto di vista un esempio per tutti.
Un’ultima cosa: un’osservazione del Rebbe di Lubavitch sull’espressione usata nella Mishnà. Aharòn avvicinava le persone alla Torà ma non c’è scritto che avvicinava la Torà alle persone. L’idea di avvicinare la Torà alle persone può creare un equivoco, cioè che la Torà debba essere adattata ai tempi e alle varie persone.
Non è così, la Torà è eterna ed è sicuramente adatta a ciascuno di noi, il compito di un Rav è fare in modo che le persone si rendano conto di quanto la Torà sia significativa e rilevante per ciascuno.
Anche in questo credo che rav Richetti sia stato un modello a cui dovremmo ispirarci.

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