Shorashim a Sciesopoli e al Museo Memoriale dei Bambini di Selvino

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di Shorashim

Il 27 settembre il gruppo di Shorashim, guidato da Susanna Ravenna, Micol Metzinger e Silvia Luzzati, ha visitato Sciesopoli e il Museo Memoriale dei Bambini di Selvino, sulle montagne bergamasche, dove tra il 1945 e il 1948 trovarono rifugio circa settecento bambini ebrei sopravvissuti alla Shoah. Una giornata tra genitori e figli e dedicata alla scoperta di una pagina poco conosciuta della storia ebraica e italiana del dopoguerra: quella di centinaia di orfani che, dopo aver perso le famiglie, le case e le comunità nelle quali erano cresciuti, riuscirono proprio in Italia a ricominciare una nuova vita, prima di partire per il futuro Stato di Israele.

La storia comincia nell’estate del 1945. La guerra è appena finita, l’Europa è un continente di macerie e tra i sopravvissuti allo sterminio ci sono centinaia di bambini e ragazzi ebrei, soprattutto polacchi, ungheresi, romeni, lituani, russi. Molti hanno perso tutto: genitori, fratelli, amici, persino la lingua e i luoghi della propria infanzia. Alcuni neanche ricordano il loro cognome. Sono orfani non soltanto delle loro famiglie, ma di un intero mondo, quello dell’ebraismo dell’Europa centro-orientale cancellato dalla follia nazista e dei suoi solerti collaborazionisti, imbevuti di retoriche nazionaliste e di “purezza del sangue”.

A Selvino trovano una nuova casa in un grande edificio costruito durante il fascismo per ospitare i giovani balilla. È un paradosso di questa vicenda: un luogo pensato per educare i ragazzi all’ideologia del regime che aveva promulgato le leggi razziali, con all’ingresso la stele che ricorda la donazione personale anche di Benito Mussolini alla struttura, diventa un rifugio per i bambini ebrei scampati alla persecuzione.

A guidare questa esperienza è Moshe Zeiri, ebreo originario della Galizia, emigrato in Palestina negli anni ’30 e tornato in Europa come volontario nell’esercito britannico. Falegname di formazione, appassionato di teatro, educatore per vocazione, Zeiri comprende che quei bambini hanno bisogno di molto più di un tetto e di un pasto caldo. Devono ricostruire la fiducia nel mondo, ritrovare una comunità, imparare a immaginare un futuro custodendo la propria identità e assieme l’ideale socialista.

Nasce così quello che verrà chiamato il “kibbutz Selvino”: una grande famiglia collettiva nella quale i bambini studiano, lavorano, giocano, imparano l’ebraico e si preparano a partire, come detto, per la Palestina mandataria e poi per il neonato Stato di Israele. L’obiettivo non è soltanto assisterli, ma restituire loro autonomia, dignità e speranza. Trasformare dei sopravvissuti in protagonisti della propria esistenza.

È una vicenda raccontata anche dallo storico Sergio Luzzatto nel libro I bambini di Moshe (Einaudi), che ne ricostruisce la straordinaria forza umana, senza nasconderne le contraddizioni. Perché l’utopia educativa di Selvino si sarebbe poi misurata con la realtà del nuovo Stato di Israele, con i suoi conflitti e i suoi rapporti di forza.

La visita di Shorashim ha permesso di ripercorrere questa memoria proprio nei luoghi in cui tutto accadde. Un’esperienza particolarmente significativa per un gruppo che si occupa di educazione e trasmissione dell’identità ebraica alle nuove generazioni. A Selvino, infatti, la memoria della Shoah non è soltanto il racconto della distruzione, ma anche quello di ciò che venne dopo: la capacità di ricominciare, la solidarietà, l’uguaglianza, l’educazione come strumento di rinascita.

A ottant’anni di distanza, Sciesopoli continua a ricordare che, anche dopo la più grande delle tragedie, ricostruire una comunità e immaginare un futuro è possibile. Confidando sia questo l’eredità dei bambini di Selvino, mantenuta viva anche dalla nostra gita.