Festival della letteratura israeliana a Bologna

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Palazzo Poggi ospita il Festival di letteratura israeliana Lo’ ha-kol havalim – Non tutto è vanità, organizzato dal Museo Ebraico di Bologna con il patrocinio di Provincia di Bologna, Regione Emilia-Romagna e Ambasciata di Israele: una serie di quattro serate in cui attori come Ivano Marescotti, Ugo Pagliai e Gioele Dix leggeranno i grandi scrittori israeliani di ieri e di oggi, accompagnati dalle note del chitarrista Emanuele Segre.

L’Unione Sovietica e la Shoah

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Antonella Salomoni è una storica che ha già pubblicato libri ed articoli sull’ebraismo nell’Unione Sovietica (da segnalare il suo Nazionalità ebraica, cittadinanza sovietica uscito alcuni anni fa presso la Patron editore di Bologna) ed è quindi una buona conoscitrice dell’argomento, come si può evincere anche dal corposo apparato di note e di riferimenti bibliografici che accompagna il volume. La sua è quindi una ricerca storica approfondita e documentata, anche alla luce di quanto è stato reso fruibile agli studiosi negli archivi ex-sovietici dopo la dissoluzione dell’URSS.

E Dio disse: scordati il pianofo

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è una scoperta abbastanza recente dell’editoria italiana e data più o meno da quando ha avuto inizio il successo dei libri di Mordechai Richler. E sa offrire libri di piacevole lettura, in particolare romanzi di formazione (L’ultima mitzvà di Lucio Burke – pubblicato da Instar libri, ad esempio) come questo di Torgov. Il risvolto di copertina ci dice che l’autore è un noto avvocato di Toronto con la passione per la scrittura di testi comici per programmi radiofonici e miniserie televisive. In questo libro c’è molto del suo vissuto, a partire dalla cittadina immaginaria in cui si svolge la vicenda

Antisionismo, antisemitismo, antiamericanismo in un saggio di Luzzatto Voghera

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antiamericanismo: si tratta di un tema che riempie le pagine dei quotidiani con le prese di posizione dei vari opinionisti e ricorre di frequente nei cosiddetti “salotti” televisivi che (non tutti, ma sicuramente nella maggior parte) assomigliano sempre più a mercati in cui i diversi venditori si accapigliano e si insultano per piazzare in qualche modo la loro merce. E tanto meno vale la merce tanto più si urla per sovrastare l’offerta concorrenziale.

La grande mela e i suoi ebrei

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Lubavitch, chassidim, liberal, ortodossi, modern orthodox, conservative e reformed, ebrei di destra e di sinistra, repubblicani e democratici, Black Jews e Bobov, hippy e religiosi. Parlano russo, yiddish, americano, pharsi, mangiano gefilte fish, knishes, baklawa, o hamburger, patatine e kosher sushi, ascoltano rap, canti di preghiera e folk music. Sono gli ebrei di New York raccontati nell’ultimo di libro di Maurizio Molinari, corrispondente de La Stampa di Torino dagli Stati Uniti.

Non dire notte

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68 anni, tra gli scrittori più noti in Israele e a livello internazionale, che ha ricevuto due riconoscimenti a Milano: l’Ambrogino d’Oro del Comune e il premio Uomo dell’anno 2007 dalla Associazione Amici del museo d’arte di Tel Aviv. Il suo ultimo libro Non dire notte è il primo in classifica in Italia per la narrativa straniera. Mosaico lo ha intervistato e ha seguito il suo incontro con il pubblico alla libreria Feltrinelli. “Tutto in Israele è nato dai sogni e dai libri. Potrei generalizzare e dire che ogni azione umana, ogni essere umano, ogni creazione nasce dai sogni. I sogni vengono prima, i libri vengono prima”, ha detto Oz.

Noè secondo i rabbini

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di ambito cattolico esce questo volume di non grande mole ma di estremo interesse per una serie di ragioni.
Innanzi tutto è il terzo di una collana diretta da Elena Lea Bartolini, diretta a quanti in ambito cristiano desiderano conoscere ed approfondire la lettura ebraica della Torah. Prima di questo volume sono usciti il commento di Rav Elia Kopciowski allo Shemà ed un volume della stessa Bartolini su Gerusalemme nella tradizione ebraica.

Scrivere l’incomunicabile

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Il titolo di questa mia riflessione, mancando di punteggiatura, è ambiguo. Letto col punto fermo alla fine, esso si riferisce al seminario cui è stato esposto, dedicato da sei anni alla memorialistica della deportazione: lo sforzo che le vittime fecero per testimoniare la violenza inaudita di cui erano state vittime. Letto col punto interrogativo che gli era stato inizialmente attribuito, il titolo vorrebbe alludere alla difficoltà connessa al racconto dei fatti della Shoà, soprattutto nella modalità più “normale” della narrazione, quella non storica o memorialistica, ma finzionale. Vediamo le ragioni di questa difficoltà.

Sono passati più di sessant’anni dalla chiusura dei lager nazisti – un tempo che normalmente è sufficiente a decantare i fatti e ad assicurare il distacco della storia, e ancora non è semplice parlare intorno ai crimini che vi accaddero – e che chiameremo col nome attinto alla tradizione ebraica di Shoà, anche quando colpirono altre categorie di reclusi, come gli zingari e i deportati politici. Non solo perché continua ostinata la propaganda del negazionismo, che ha trovato alimento recente al di là del vecchio ambito neonazista, nei movimenti arabi e più in generale islamici che cercano attraverso la messa in dubbio della Shoà di delegittimare lo stato di Israele.

Tremila anni di poesia

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“Forte come la morte è l’amore”, struggente e terribile verso del Cantico dei Cantici, dà il titolo a questa antologia in cui sono raccolte, con il testo originale a fronte, poesie scritte in ebraico in tremila anni di storia del popolo d’Israele. Il libro non può che iniziare con il testo integrale del Cantico dei Cantici, inno alla donna e alla sua bellezza, che non è solo membra aggraziate e occhi sognanti, ma anche e soprattutto il coraggio di vivere l’amore nella piena coscienza di quanto questo sentimento possa essere terribile. È la giovane protagonista a non accettare di doversi velare per seguire il compagno, è lei a dichiararsi malata d’amore, a uscire sola in strada di notte per cercare colui che la sua anima ama, è lei a invitare l’amato a uscire nei campi per lasciar fiorire il loro sentimento insieme alla primavera.

I GIUSTI. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto

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britannici del XX secolo più noti. Come per molti altri storici anglosassoni la rigorosa documentazione e le ricerche approfondite si accompagnano nelle sue opere ad una capacità narrativa e ad uno stile espositivo di grande leggibilità, senza quell’aridità erudita che spinge il lettore non accademico o specialista chiudere il libro dopo poche pagine. In quest’opera, uscita in edizione originale nel 2002, Gilbert espone i risultati di un suo lavoro di ricerca negli archivi di Yad Vashem, nel dipartimento di Giusti, diretto per più di vent’anni da Mordechai Paldiel, cui il libro è dedicato in segno di gratitudine.

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