La Sinistra, Israele e il mondo ebraico: come ricucire uno strappo doloroso

2024

 

n° 5 - Maggio 2024 - Scarica il PDF
n° 5 – Maggio 2024 – Scarica il PDF

Le piazze occidentali che si infiammano per Gaza e Hamas. Politici e istituzioni
di sinistra spesso ambigui o titubanti nel pronunciare parole di condanna, in nome
di una presunta (e fuorviante) difesa dei diritti umani. E il mondo ebraico liberal sotto choc, che vive un senso di solitudine e tradimento, ricordando un passato di empatia
e condivisione di valori. La Sinistra ha forse abbandonato Israele e gli ebrei? Ne parliamo
in una intervista con Piero Fassino. Con interventi di Emanuele Fiano, Daniele Nahum

 

 

 

 

Caro lettore, cara lettrice,

ci sono dei momenti in cui diventa più difficile decodificare i segnali che giungono dalla realtà, capire le logiche che sembrano guidare le spinte sotterranee del corpo sociale. Come se la realtà cambiasse improvvisamente di segno, di colore, di tono, come se i modelli a cui siamo stati abituati sinora non reggessero più, improvvisamente obsoleti e privi di senso. Quando abbiamo smesso di capire il mondo?, ci chiediamo (cito il titolo di un bel libro dello scrittore cileno Benjamìn Labatut, nato nel 1980), quand’è che abbiamo iniziato a guardarci intorno con un moto di smarrimento?

Quello che oggi stiamo sperimentando come ebrei italiani (e occidentali) è l’amplificazione di un fenomeno che in psicologia sociale prende il nome di “dissonanza cognitiva”. Ovvero quando le nostre conoscenze più profonde e condivise vanno in rotta di collisione con una certa narrazione della realtà. Insomma, quando tutto ciò che credevamo positivo diventa negativo, quando ciò che valeva fino a ieri come orizzonte comune oggi non vale più e entra in contraddizione, generando squilibrio, dissonanza cognitiva appunto, malessere.

Una sgradevole sensazione, originata dal conflitto tra “ciò che sapevamo e pensavamo” e le nuove credenze che si stanno facendo strada nel corpo sociale. Lo abbiamo sperimentato ogni giorno davanti alla violenza delle manifestazioni Propal, con la messa al bando delle università israeliane, con albergatori che dichiarano di non voler più dare stanze a ebrei e israeliani…

Ma come spiegare il numero sempre maggiore di giovani ebrei statunitensi che prendono le distanze da Israele e si dichiarano apertamente contro lo Stato ebraico (vedi articolo a pag. 10)?, il tutto in nome dei diritti umani e della difesa degli oppressi? Com’è potuto accadere che gli aggrediti siano percepiti come aggressori, gli invasi come invasori, le vere vittime come guerrafondai? Insomma, quand’è che un sistema di credenze e valori condivisi viene ribaltato e collassa? Una domanda cruciale questa, che incontriamo negli studi di numerosi antropologi e sociologi, da Jared Diamond a Rebecca D. Costa. Come si estingue un sistema di valori? Come muoiono le società? Quando i suoi problemi superano la soglia cognitiva e diventano così complessi da paralizzare la risposta del corpo sociale. Rendendo impossibile pensare il domani e tracciare un sentiero dal presente al futuro.

 

Secondo Rebecca D. Costa, sociobiologa (autrice del saggio The watchman’s rattle, Il sonaglio del guardiano), il crollo della civiltà Maya, dell’Impero romano, egiziano, mongolo, dei Khmer, è accaduto quando i problemi divennero così complicati e numerosi da non essere gestibili dalla gente di quel tempo e quel luogo: generando un sovraccarico cognitivo i sistemi crollarono. Un’impasse che pare stia attraversando anche la nostra civiltà occidentale, incagliata in processi rapidi e complessi le cui ricadute sono fuori controllo: pandemie, cambiamenti climatici, migrazioni, innovazioni tecnologiche, terrorismo, proliferazione nucleare, Intelligenza artificiale… Quando la portata dei problemi che siamo chiamati a risolvere supera la nostra capacità cognitiva, quando abbiamo raggiunto una certa soglia, si crea un ingorgo, uno stallo (con l’inevitabile ripiegamento nell’irrazionalità).

L’idea è che produciamo complessità più velocemente di quanto il nostro cervello sia in grado di capirla e gestirla. Che fare allora? Il pensiero ebraico educa da sempre a combattere la disgregazione cognitiva, scansando il rifugio nell’irrazionale e pianificando il futuro, imparando a considerare anche le peggiori eventualità e chiedendosi come affrontarle, creando soluzioni oggi per i problemi di domani. Per dirla con rav Jonathan Sacks, «ciò che salvò il popolo ebraico fu la sua capacità di non abbandonare mai il pensiero razionale e, nonostante la sua lealtà al passato, di non aggrapparsi a esso e continuare a pianificare il futuro anche nelle condizioni più avverse». Come? Allenando con l’obbligo dello studio la capacità cognitiva, imbrigliando nella ritualità le derive irrazionali e imparando a drizzare le antenne dell’istinto quando i tempi diventano difficili.

 

Fiona Diwan