Robert Falco, un giudice ebreo a Norimberga

2021

 

Un ritratto, da dietro le quinte, del processo del secolo.
A 75 anni da Norimberga, ecco la storia mai raccontata dell’unico giudice ebreo tra coloro che emisero le sentenze contro i gerarchi nazisti.
Escono in Francia le sue memorie.
E poi un racconto inedito di Simone Veil: francese, ebrea, deportata a Birkenau, diventò primo Presidente del Parlamento europeo

Caro lettore, cara lettrice,

c’è una storia a lieto fine che ha colpito l’immaginazione di molti: la vicenda del soldato americano Martin Adler, oggi 96 anni, che ha ritrovato dopo 76 anni i tre bambini “salvati” nel 1944, durante un’azione di guerra sulla Linea Gotica, nell’Appennino tosco emiliano.
Adler era entrato col mitra spianato in un cascinale, la zona pullulava di soldati tedeschi: in una grande cesta aveva sentito qualcosa muoversi e pochi attimi prima di sparare aveva intravisto spuntare le teste di tre bambini, Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, all’epoca di tre, cinque e sei anni. Oggi ha voluto sapere che fine avessero fatto quei tre piccoli, sapere se ricordavano anch’essi, come lui. Così li ha rintracciati, grazie ai social, in un doppio lieto fine che chiude il cerchio di quel giorno d’autunno del 1944. Quei tre ricordavano tutto, gli abbracci, la cioccolata, le fotografie…

Figlio di ebrei ungheresi emigrati negli States dopo la Prima guerra mondiale, Adler ha sentito l’urgenza di ripescare quel ricordo, di attualizzarlo, di renderlo progettuale e vivo: così, ha chiesto a sua figlia Rachel di aiutarlo nell’impresa perché, ha raccontato, quei tre bambini nella cesta erano stati una candela accesa nel buio, l’innocenza nell’orrore, un momento di gioia pura e inaspettata. Adler aveva serbato quell’emozione chiusa in un cassetto per una vita intera e, a 96 anni, aveva sentito il bisogno di farla riemergere, di presentificarla, in una forma di resistenza all’oblio, nel bisogno di riannodare la trama dei ricordi, la “trama dell’umano”, direbbe il filosofo Marco Revelli.

Non so dire esattamente perché ma questa storia ha molto di ebraico. Forse la cesta (Mosè), forse la testardaggine della
memoria, il volerla rendere presente a tutti i costi. Come il soldato Adler, anche la filosofia di Marco Revelli oggi si interroga su che cosa sia l’umano, in questa contemporaneità sempre più immateriale che ci disumanizza tutti (Umano Inumano Postumano, Einaudi). Quello da cui dobbiamo guardarci, avverte il filosofo, è il “potere impersonale del disumano”, ossia quando al posto delle persone troviamo solo dei numeri, delle sequenze, dei codici. Come accadde a Birkenau. L’umano e il disumano hanno sempre convissuto nella storia dell’uomo, spiega Revelli. Ma ci sono luoghi e momenti in cui quella tensione si squilibra. Questa certezza si era infranta sul cancello di Auschwitz, quando abbiamo scoperto che si può leggere Goethe la sera, o ascoltare Mozart, e il mattino dopo andare al lavoro nel campo di sterminio.
È il disumano che irrompe, programmato non contro, ma dentro la razionalità e la cultura, per ridurre l’uomo a nulla per l’altro uomo. Ma quante volte, nella Storia, abbiamo visto una moltitudine di uomini inciviliti impegnati a coltivare la propria crudeltà? Il soldato Martin Adler ne era consapevole.

E ne era consapevole anche Robert Falco, magistrato ebreo a Norimberga, perseguitato dalla Francia di Vichy. Che cosa deve aver pensato Falco guardando il banco dei 24 imputati tra cui c’erano i peggiori criminali-gerarchi del nazismo, da Göring a Hess, da Frank a Streicher…? Quale corto circuito deve essere scattato in lui vedendoli parlottare tra loro in aula e sorridere agli avvocati? La domanda resta lì: perché il Male? Come sconfiggere l’empietà? Il giudice e il suo boia si saranno guardati a lungo, nell’attesa del finale di partita.

Fiona Diwan

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