L’ebreo inventato: vecchi e nuovi stereotipi dal Web ai Social

2021

 

n° 2 - Febbraio 2021 - Scarica il PDF
n° 2 – Febbraio 2021 – Scarica il PDF

“Traditori, usurai, deicidi”: tutti i pregiudizi contro gli ebrei prolificano su internet e alimentano i “discorsi di odio”. Come reagire?

Un progetto dell’UCEI e dei Giovani ebrei italiani: un libro da distribuire nelle scuole per raccontare L’ebreo inventato.

I social network sono la “bolla” preferita dagli antisemiti. Ma i gestori se ne accorgono solo ora? Ecco una mappatura dell’hate-speech in rete.

Un’inchiesta

 

Caro lettore, cara lettrice,
ci si affaccia un po’ spiumati su questo anno imbruttito che spunta da dietro l’angolo di un tempo opaco. Abbiamo imparato che la vita somiglia “a un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”, come scrive Donatella di Pierantonio nel bel romanzo Borgo Sud (Einaudi). Ci stiamo abituando a gesti intimiditi, a movimenti accorciati dalla conta delle uscite fuori casa, a uno scambio emotivo rattrappito su incontri furtivi vissuti col contagocce. Ad esempio, i 90 anni della nonna festeggiati nei giardinetti sotto casa sua, bottiglia di champagne, bicchieri di carta e pasticcini,– mica si può lasciar correre un compleanno così solenne! -. È capitato a me, con mia madre e nipotini, una mezzoretta di “tanti auguri” infreddoliti, tra panchine assiderate e alberi rinsecchiti, un rito familiare striminzito e rubato. Succede con amici, amanti, figli, colleghi, genitori, nella normalità agonica di oggi. Aspettiamo e resistiamo, come “su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”, appunto. Ma più che lamentarci del buio, urge una candela da accendere, come suggerirebbe un vecchio detto in yiddish. Una candela nell’oscurità: una piccola festicciola di compleanno ai giardinetti, un bar-mitzvà festeggiato alla chetichella in un tempio semi-clandestino (sic!), un colloquio di lavoro su Skype nella speranza che tra due mesi, quando ti sarai vaccinato, ti assumano in prova (come sognano oggi tutti i ragazzi post-laureati in cerca di un primo lavoro), un bacio rubato al parco con un antico corteggiatore che si è rifatto vivo su Facebook (vietatissimo dal protocollo sanitario vigente!). Slancio vitale, joie de vivre, incoercibili. Perché la vita sul digitale non basta più e anche quella, a volte, è urticante, respingente, mortifera. Col rischio di deprimersi ulteriormente, a star dietro ai social.

La verità è che ci vorrebbe un vaccino: contro l’idiozia e la volgarità, contro la bétise, per dirla con Flaubert. Faccio un salto indietro, al 2004, a quando nascono Facebook e i social: dopo più di un decennio di like e condividi, serpeggia e cresce una bolla d’odio che, come un virus, si sta estendendo a macchia d’olio, insediandosi nella Rete (vedi inchiesta di copertina), sullo sfondo di un paesaggio sociale depresso dall’assenza di prospettive, di lavoro, di joie de vivre e futuro. Un odio che si nutre di frustrazione e che “ingrassa” il risentimento. Non c’è bisogno di un corpo fisico, un volto particolare da prendere a bersaglio: ci sono a portata di mano i soliti ebrei, i soliti “poteri forti”, i soliti immigrati e stranieri da “mandare al rogo” sul patibolo eretto dai social. «Una regressione avviata da anni sta distruggendo tutto ciò che custodivamo nella sfera protetta dell’umano. Il virus è l’ultimo attore, per l’ultimo atto: attacca l’intera struttura di valori e di norme che ha retto la vita associata, azzerando le conquiste del nostro umanesimo, sostituendo le regole dell’immunitas a quelle della communitas», scrive il filosofo Marco Revelli.
Forse davvero non basta più “resistere aggrappati alla roccia e a un grumo di terra”. Forse, anche per la lotta al virus del pregiudizio sarebbe tempo di trovare un vaccino.

Fiona Diwan

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