La “questione inglese” e le sfide dell’Europa ebraica

2018

 

Dal Parlamento ai giornali divampa lo scandalo di un Labour Party che va a braccetto con i terroristi, si schiera contro Israele ed è ostile al mondo ebraico. A partire dal suo leader, Jeremy Corbyn. Per i 270 mila ebrei inglesi è la resa dei conti. Parla Rav Jonathan Sacks. E lancia l’allarme

 

Caro lettore, cara lettrice,

qualche tempo prima che ci lasciasse, andai a salutare a casa la professoressa Paola Sereni. Chiacchierando di scrittori e libri, rimasi colpita dalla vivace avversione con cui aveva liquidato quello che stava diventando il best seller italiano più plaudito e celebrato del momento, ossia L’Amica geniale di Elena Ferrante: fuffa, aveva detto calando la mannaia, niente di originale, non sarà mica letteratura quella?, aveva osservato imperturbabile. Mi colpì la decisa sicurezza del giudizio critico, voce fuori dal coro tra gli osanna planetari, lettori, critici, box office, traduttori, Granta, New York Review of Books, insomma il gotha letterario liquidato con un insofferente sbuffare. Certamente la Sereni non è Harold Bloom, ma era pur sempre stata una delle più vivaci, autorevoli e appassionate insegnanti di lettere di generazioni di ragazzi della Scuola ebraica. Ricordo che fui felice di ascoltarla, poiché io stessa non sapevo bene come esternare un certo disagio nei riguardi dell’intera tetralogia di Elena Ferrante che, ad eccezione forse per il primo tomo della saga, non avevo trovato granché interessante. Che generazione di lettori può venir fuori se diamo loro da leggere questa roba? Aveva detto la Sereni passando, con quel suo fare sbrigativo e spazientito, a una veloce messa in liquidazione dell’argomento. La conversazione era proseguita con considerazioni su ragazzi e lettori, giovani e adulti, un argomento che come genitori -ed educatori-, ci faceva riflettere e preoccupare. Ci eravamo soffermate sui social media e sul pericolo di isolamento, la solitudine egoriferita e autoreferenziale che stava mettendo a rischio un’intera generazione. Ragazzi che invece di vivere preferivano condividere, che prima ancora di guardare, ascoltare, annusare pensavano a farsi un selfie, con un Sé sepolto chissà dove, prigioniero nello scafandro dell’Ego, vittima di un oscuramento percettivo totale. Il senso critico raso al suolo dalla necessità parossistica di mettersi in mostra o collezionare like. Insomma, stavamo discutendo dei millennial egocentrici, individualisti, narcisi di cui tutti parlano, ragazzi il cui rischio più grande era, ed è, la fragilità strutturale dell’edificio psichico, l’impossibilità di reggere frustrazioni e difficoltà della condizione adulta, con dietro l’angolo l’eventualità di essere ingoiati in un solo boccone nella dimensione contemporanea dell’homo homini lupus di Hobbes. Nemesi inevitabile: ovvero che ragazzi più scafati, figli di immigrati di seconda generazione, gli mangino in testa semplicemente perché più bravi, più studiosi, più affamati, più determinati, più ambiziosi, più aggressivi, self-made men del futuro a cui la vita offre ancora qualcosa da mordere e da conquistare. Elementare, Watson. Inevitabile. E anche giusto. A meno di un risveglio improvviso delle belle addormentate di Instagram che, scoprendosi ad affogare in una infelicità senza desideri, sprofondate in una affollatissima solitudine, una mattina non decidessero di spegnere social e telefonini, alzare il naso, annusare l’aria, guardare il cielo e vivere. Come la stessa Paola Sereni aveva capito, alla veneranda età di 90 anni.

Fiona Diwan

 

 

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