n° 9 - Settembre 2017

Diaspora, come conciliare una tripla identità e vivere felici

2017
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n° 9 – Settembre 2017
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Caro lettore, cara lettrice,
«la coscienza si riflette nella parola come il sole in una goccia d’acqua», scriveva Lev Semionovic Vygotskij, il geniale studioso che rivoluzionò la pedagogia del XX secolo, soprannominato il “Mozart della psicologia”, un gigante a lungo misconosciuto per via della morte precoce nel 1934 e della persecuzione antisemita di Stalin.

Vygotskij pensava che sono le azioni e le parole che costruiscono la coscienza e il pensiero (e non viceversa, come ci hanno abituato a credere millenni di filosofia greca e platonica; per l’ebraismo, com’è noto, prima si agisce e poi si pensa, è il celebre Naasè venishmà, il faremo e ascolteremo…, perché si impara facendo e solo dopo si pensa e si riflette). La parola, il pensiero dialogico: per questo il Dio ebraico è così ciarliero e accetta addirittura di cambiare idea quando Mosè o Abramo insistono, sommergendolo di argomenti.

Azioni e parole che sono alla base del processo educativo e cognitivo ebraico. Vygotskij sapeva che il testo dello Shemà Israel, ad esempio, è un manifesto programmatico di come si trasmettono le idee e il senso dell’agire (… e lo ripeterai ai tuoi figli… vedibarta bam…). Si chiedeva: qual è il segreto della trasmissione ebraica, quel ledor vador che ci permette di dire oggi “eccoci ancora qui, a dispetto di tutto”? In che cosa consiste quest’arte di passare il testimone, quella scommessa sul futuro, quell’ingaggio nella continuità e nel voler durare attraverso figli e nipoti, che poi fa sì che la nostra identità non vada sciupata e dispersa come “lacrime nella pioggia”?

Oggi, alla vigilia di Rosh haShanà, questa domanda mi sollecita più che in altri momenti. Penso a Vygotskij, oggetto di una damnatio memoriae durata più di mezzo secolo e di cui oggi vengono pubblicati, per la prima volta, i Taccuini (in russo e in inglese). Adesso, le sue spoglie mortali sono state traslate accanto alla tomba di Krusciov, nel cimitero degli eroi russi. Il suo genio, finalmente riconosciuto. Ma non il suo ebraismo: negato e demonizzato ancora oggi a tal punto che persino i nipoti se ne vergognano e lo censurano. A lui, così consapevole della propria ebraicità diasporica, la sorte ha negato una discendenza veramente ebraica. A lui, dobbiamo il fatto che seppe tradurre nei linguaggi della moderna psicologia il processo educativo che ha consentito all’ebraismo di durare nella Diaspora.
Anche lui aveva capito, come noi oggi, che l’identità ebraica è un paradigma possibile della contemporaneità. Oggi più che mai, con questa moltitudine di diaspore stratificate e sovrapposte. Aveva compreso che il segreto della coscienza ebraica sta nel saper rimanere se stessi accogliendo l’Alterità e facendo della nostra ambivalenza una ricchezza. E che tutto questo sarebbe stato impossibile senza l’arte di trasmettere. Senza aver imparato a godere di una spiritualità che addolcisce, che innalza, che non fornisce risposte per ogni interrogativo ma che dà, forse, serenità, apertura mentale, capacità di accoglienza verso lo straniero, il gher che giace in ciascuno di noi.
Shanà Tovà a tutti.

Fiona Diwan

In copertina: Diaspora. Un collage di Dalia Sciama
sulla Mappa del mondo di Heinrich Bünting (1581)

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