Usa e Israele: Kunduz non è Gaza

Taccuino

di Paolo Salom

Qualche volta, il lontano Occidente rimane senza parole. O meglio, balbetta risposte senza costrutto quando è posto di fronte alla propria totale mancanza di coerenza. Almeno riguardo a eventi dove Israele è l’origine di un corto circuito con la logica (e l’ineluttabilità) della realtà. A mettere in crisi la prosopopea del Dipartimento di Stato americano, il sommo motore della “visione corretta” del mondo secondo i principi democratici, è stato un giornalista dell’Associated Press, Matt Lee, capace con poche domande di provocare imbarazzo e rossore sul viso del portavoce Mark Toner, come riporta – con annesso video – lo Yediot Online, nell’edizione inglese.

Lo scambio di battute sarebbe degno di un film di Totò, e farebbe davvero ridere se non fosse un tragico esempio di come Israele oggi sia messo con le spalle al muro nel momento stesso in cui si difende e difende il diritto dei propri cittadini a vivere. La sua storia è questa. Un anno fa, all’indomani del bombardamento, a Gaza, della scuola dell’Unrwa, il Dipartimento di Stato, per voce di Jen Psaki, condannò senza mezzi termini l’esercito israeliano per non aver saputo evitare vittime civili. Prima ancora di conoscere i fatti (e cioè che dalla scuola erano partiti dei missili) la portavoce Usa disse con enfasi che “gli Stati Uniti erano sconvolti dal tragico bombardamento vicino alla scuola dove sono alloggiati tremila profughi…”. Il commento proseguiva con una frase che non lasciava spazio a dubbi: “La presenza di militanti vicino alle strutture dell’Unrwa non è una giustificazione sufficiente per colpire”. Capito? Non importa se i terroristi sparano dagli ospedali, o lanciano missili dalle scuole: non devono essere presi di mira (per quanto il diritto internazionale sostenga l’esatto contrario).

Ma al lontano Occidente la logica importa poco. Così, qualche giorno fa, all’indomani del tragico (e ingiustificato?) bombardamento dell’ospedale di Kunduz, in Afghanistan, gestito da Medici Senza Frontiere, gli Stati Uniti non sono andati oltre a scuse abborracciate e alla promessa di aprire un’inchiesta. Matt Lee, e qui torniamo al punto di partenza, ha ricordato durante una conferenza stampa presso il Dipartimento di Stato, quanto dichiarato un anno fa in una circostanza analoga. Tutto quello che ha ottenuto (ma è già molto) è stata una risposta inframmezzata di “ehm”, “ah”, “ecco” che non ha però affrontato il punto nodale: perché due pesi e due misure? Perché Israele viene condannata senza mezzi termini (“bombardamento ingiustificato e terribile”), mentre gli Stati Uniti, quando rivolgono le armi (e che armi: una cannoniera volante che ha circolato per mezz’ora sull’obiettivo) sui nemici e uccidono decine di innocenti – naturalmente è vero che nell’edificio erano presenti talebani – sono al massimo “dispiaciuti” e pronti ad “aprire un’inchiesta”.

Matt Lee – guardate che ogni tanto i giornalisti fanno davvero bene il loro mestiere – non si è accontentato. E per questo merita tutto la nostra ammirazione: in fin dei conti, nel lontano Occidente, ogni tanto si leva la voce di un Giusto. Bene. Ma ancora non è sufficiente.

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