Suvvia, per la pace tra Israele e palestinesi non basterebbe “porgere l’altra guancia”?

Taccuino

di Paolo Salom

Nei giorni in cui la memoria di Anna Frank veniva sfregiata nella suburra dei tifosi, trasformata nell’ultimo insulto agli avversari, – ultras che sono stati subito imitati anche in Germania -, mi è capitato di discuterne una sera, ospite di una serata degli Amici di Israele. Non importa chi ci fosse, non importa il luogo: la cosa interessante era quello che pensava quel gruppo di persone normalissime, gente vicina a Israele e attenta alle sue problematiche pur non trattandosi di ebrei. Parlare di Israele, o di antisemitismo/antisionismo davanti a un pubblico favorevole, ben disposto e non “antagonista” può portare ad abbassare la guardia e a capire in ritardo pensieri del pubblico.

Mi spiego. Una volta esaurito l’argomento del “perché l’antisionismo sia il nuovo antisemitismo”, mi sono trovato di fronte all’intervento-domanda di una gentile signora. “Io credo fermamente che porgere l’altra guancia, se può portare alla pace, sia un insegnamento da seguire. Sono stata tante volte in Israele e ho notato come i cristiani lì vivano grandi difficoltà, come la società sia a strati, ineguale. Spesso mi è stato chiesto se ero ebrea, e al mio diniego…”, così si esprimeva la signora.

Al momento, visto il contesto di dialogo pubblico, ho potuto rispondere che Israele non è né meglio né peggio di tanti altri Paesi che si considerano parte dell’Occidente, e che comunque sta agli israeliani dibattere le proprie carenze (cosa che fanno con veemenza) e correggere ciò che non funziona: ma nulla può giustificare una campagna in corso da decenni che abbia il fine della distruzione dello Stato degli ebrei. Fine della questione? Macché. La signora non è apparsa per nulla soddisfatta della mia replica. Perché? A causa di un corto circuito diffuso NON tra i nemici ma bensì tra gli amici di Israele: “Perché non fate la pace con i palestinesi? Perché non la finite di rispondere alle loro provocazioni?”. Ecco: portando l’esempio del “porgere l’altra guancia”, uno dei paradigmi del vademecum comportamentale e teologico del cattolicesimo – la signora, che pure conosceva da vicino ebrei e israeliani, sembrava sinceramente sorpresa che non fosse recepito come un efficace mezzo per arrivare alla tanta agognata “pace”.

Disturbata dall’attaccamento di un popolo intero alle proprie radici, lei non riusciva a comprendere come mai noi non la pensassimo come lei. Insomma, la proiezione della sua formazione culturale -cattolica- agiva come una leva in un contesto dove tuttavia non poteva essere recepita. Ovvero in presenza di una forma mentis differente, appunto non cristiana ma ebraica. Come d’altronde non cristiani lo sono anche i palestinesi (a parte pochi rimasti). E qui occorre allargare la questione: perché viene chiesto soltanto agli israeliani e agli ebrei di “porgere l’altra guancia” (in soldoni: ritirarsi non si sa fino a dove e permettere la nascita di uno Stato palestinese senza contropartita)? Perché non viene chiesto anche agli arabi di fare lo stesso, e magari finirla con attentati e violenze? Immagino la risposta: “Ma Israele è la parte più forte, deve anche essere generoso”. Come è facile vivere in Occidente! Come è facile dare lezioni di vita partendo da una condizione di privilegio e di (malcelata) “superiorità morale”. Non so se c’entri la dottrina o semplicemente un pregiudizio inconscio. Tuttavia, la strada per uscire dalla millenaria gabbia che ci toglie l’aria nella golah appare ancora lunga.

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