Non ci resta che combattere: la posta in gioco? La nostra indipendenza morale e di tutto l’Occidente

Taccuino

di Paolo Salom

[Voci dal lontano occidente]

L’attacco del 7 ottobre contro civili inermi, le violenze degne dei peggiori atti della Shoah sono soltanto la punta dell’iceberg e hanno squarciato il velo. Come spiegare altrimenti le manifestazioni di solidarietà ai terroristi di Hamas, definiti non soltanto nel mondo arabo ma in Occidente come “resistenza”, “combattenti per la libertà”? Certo, anche gli israeliani hanno ricevuto attestazioni di simpatia, qua e là, da (pochi) coraggiosi intellettuali e politici incuranti delle minacce immediate contro di loro. Ma i numeri non mentono: da una parte un fiume di persone, dall’altra un rivolo di arditi.

Le strade, anche in Italia, hanno amplificato slogan che indicano soltanto una cosa: Israele, per il mondo, deve sparire. Non li ripeto qui, voi li conoscete e a me fanno ribrezzo. Le università, i luoghi dove i giovani plasmano il loro futuro, hanno vomitato paragoni indicibili. Negli Stati Uniti – il Paese simbolo dell’Occidente e della libertà – gli atenei più prestigiosi, quelli che chiunque conosce e sogna come templi del sapere – si sono trasformati in ripetitori di menzogne e richiami alla violenza contro gli ebrei. In modo talmente spudorato da sollecitare inchieste e interrogazioni al Congresso di Washington.

Arriviamo al punto. Perché non è difficile capire che cosa stia accadendo. Fiumi di denaro – almeno dal post-11 settembre 2001 – sono confluiti nelle università americane e occidentali, in genere da quei Paesi (in prima fila il Qatar) che hanno in odio Israele e l’Occidente, con il fine di plasmare le menti delle future generazioni di professionisti, educatori, politici del mondo che per l’universo arabo-islamico è, appunto, “Satana”. Un progetto grandioso, certo. Che, come già è accaduto nella Storia, vede gli ebrei trasformati in capri espiatori. Assurdo? Pensateci bene: l’odio antisemita si è propagato come fiamme in una pineta rinsecchita dalla siccità.

Non sono bastate nemmeno le immagini girate dai protagonisti stessi delle violenze del 7 ottobre – sadici mostri capaci soltanto di violenze contro gli inermi – per suscitare un giudizio facile come mai dai tempi del nazismo: da una parte gli assassini, i terroristi palestinesi di Hamas, dall’altra le vittime, gli israeliani ebrei e anche musulmani travolti senza preavviso nelle loro case, nei loro letti. Figuriamoci: dopo poche ore, migliaia di invasati e di commentatori senza coscienza hanno cominciato a spaccare il capello in quattro, a dire che si trattava di propaganda sionista, che le vere vittime erano gli abitanti di Gaza, “prigione a cielo aperto”, “Lager voluto da Israele”. Tutto questo appartiene in parte alla cattiveria e all’ignoranza di esseri abituati a odiare più che a pensare. Facili prede di chi ha da sempre avuto bisogno di “utili idioti” per i propri piani (e qui gli arabi sono strumenti piuttosto che ideatori). Ma è anche il risultato di un investimento decennale, di fiumi di denaro che hanno raggiunto istituzioni un tempo fiere della loro indipendenza morale e culturale.

La guerra si fa anche e soprattutto così, quando il tuo avversario non si può sconfiggere in campo aperto. Nulla è cambiato nei progetti di chi sogna la distruzione di Israele. È bene che smettiamo di illuderci. Perché, come ho scritto più volte, il destino di noi ebrei della Diaspora è legato a filo doppio con quello dei nostri fratelli del miracolo rinato nella Terra dei nostri Padri. Combattere, ognuno per come può, non è più una scelta, è una necessità.

 

In alto:
Sally Kornbluth, Liz Magill e Claudine Gay durante il confronto sull’antisemitismo, tollerato nei loro Atenei
(Wiki Commons / C-Span / Voz Media)