di Paolo Salom
[Voci dal lontano occidente]
Vorrei affrontare qui un tema che ci riguarda tutti e che, come è comprensibile, genera allarme e timori e, per quanto angoscioso, non è possibile ignorare. Parlo, naturalmente, dell’antisemitismo, un sentimento che sta pervadendo la nostra società (più del solito, intendo) e che, con intensità differenti, è presente in tutto l’Occidente, vicino o lontano che sia. Sappiamo che la febbre dell’odio contro gli ebrei è dilagata a partire dal 7 ottobre 2023, all’indomani dell’oscena aggressione terroristica di Hamas e della guerra, inevitabile, che ha scatenato. Ora, è chiaro ormai che la sollevazione di piazze, università, istituzioni e governi (!) contro Israele e gli ebrei della Diaspora non è stato un evento spontaneo: al contrario, questo movimento d’odio, ancora in corso, è stato minuziosamente organizzato per conto degli sgherri iraniani dai loro consapevoli e inconsapevoli complici già istruiti su cosa e come fare. La potentissima macchina dei social ne ha poi moltiplicato l’effetto con i risultati che sappiamo: mostrarsi per quello che siamo, portare una kippah visibile sul capo in una strada qualunque delle città d’Europa (e degli Stati Uniti) è ormai diventato pericoloso per la nostra incolumità.
Dal momento che tutto questo fa parte di una strategia di guerra per così dire “impropria”, potevamo attenderci, considerato quanto accaduto in passato nel Vecchio Continente, una reazione differente da parte di chi fa opinione: giornali e televisioni, dopo una brevissima parentesi seguita all’emozione per le vittime israeliane dei terroristi palestinesi, si sono invece affrettati a presentare il conflitto in Medio Oriente con le solite lenti distorte che mostrano Israele sempre e soltanto quale crudele aggressore e i palestinesi (poi anche i libanesi) come le perenni vittime. E non sono mancate le classiche accuse di “genocidio” (nessuno si è accorto che proprio poche settimane fa il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, dopo aver vomitato accuse in tal senso per mesi, ha riconosciuto che “non ci sono prove” di un tale misfatto da parte di Israele), ripetute fino allo sfinimento nelle strade e nelle agorà dei tempi moderni: gli studi televisivi.
I governi europei, vista la situazione, temendo per la loro tenuta, si sono velocemente accodati, amplificando una visione che – vista da Israele, e dalla Diaspora – sembrava figlia di un universo parallelo, una nuova edizione della propaganda anti ebraica degli anni Trenta del secolo scorso. Ecco: tutto questo preambolo per arrivare alla domanda alla quale dovremmo cercare di dare una risposta: perché? Perché le voci in difesa della verità sono state così poche e così poco influenti? Perché intellettuali ebrei di fama (vi risparmio i nomi: li conoscete) si sono anch’essi accodati a questo processo degno dell’Inquisizione spagnola? Io credo che i motivi siano molteplici, non sempre chiari ma sicuramente efficaci vista la brace su cui si sono potuti diffondere con tanta virulenza.
Prima di tutto: l’ignoranza. I giornalisti che si sono trovati a coprire questi eventi, per lo più, non sono preparati, sanno poco, se non nulla, del conflitto che ha preceduto e seguito la rinascita dello Stato ebraico. Ma, di per sé, questa condizione non basterebbe a spiegare il concerto di voci anti israeliane se non uniamo detta ignoranza con la necessità di raccontare la guerra (sempre terribile, come è ovvio) con gli occhi di quelli che sono percepiti – grazie a un’antica propaganda inventata ai tempi dei sovietici – come le vere (e perenni) vittime di una potenza “coloniale”, ovvero Israele. Perché coloniale? Il motivo, e qui veniamo al substrato culturale che pervade le coscienze occidentali, è che Israele non è mai stato davvero accettato come uno Stato “normale”. Perché, lo si voglia ammettere o meno, contraddice “il corso naturale della Storia” (e qui c’è la convergenza tra mondo cristiano e Islam), dove gli originali portatori della scelta divina sono stati sostituiti (per sempre!) dai loro successori e veri interpreti del Messaggio. Un Israele sovrano nella propria terra mette in crisi questa visione. Non mi voglio addentrare oltre in questioni teologiche: basti considerare che la domanda più naturale e spontanea che viene fatta, prima o poi, a ognuno di noi, di fronte al riaccendersi del conflitto in Terra d’Israele, è: “Ma cosa ci siete andati a fare là?”. Noi la risposta la conosciamo, loro se ne sono dimenticati.
Ecco, aggiungete a tutto questo la pigrizia intellettuale dei reporter, la necessità di vendere giornali e fare ascolti in televisione, la dinamica dei politici che leggono la realtà soltanto in voti guadagnati o perduti, gli interessi internazionali degli Stati (e il fiume di denaro in arrivo da taluni Stati arabi) e capite perché ci troviamo al centro di una tempesta perfetta. Per fortuna Israele è forte, lo ha dimostrato, e continuerà ad esserlo senza timori. Più difficile per noi della Diaspora fare fronte, se non altro per logiche di numeri, a questa marea montante. Ecco perché è quanto mai necessario essere certi delle nostre ragioni, della nostra coesione e della nostra volontà di camminare a testa alta.



