Una bambina a Bergen Belsen: il racconto di Hetty Verholme a Radio Popolare

di Roberto Zadik

hetty

Hetty Verholme racconta ai ragazzi la propria storia

Raccontare gli orrori della Shoah alle giovani generazioni e ai più piccoli è una sfida complessa, ma sempre più necessaria e urgente  col passare del tempo, delle generazioni e la morte degli ultimi sopravvissuti alla follia nazista. Per non dimenticare e perché non si ripeta mai più una cosa del genere. Con questo scopo, un’anziana  e energica signora, Hetty Verholme, ebrea nata in Belgio e naturalizzata olandese, è venuta a Milano dall’Australia dove ora vive.

È arrivata fino a qui da Adelaide, dove gestisce da tempo una catena di centri commerciali,  per presentare il suo libro “Hetty –una storia vera” (240 pp, Il Castoro Editore, 13euro e 50).  Lunedi 11 maggio, presso la sede di Radio Popolare, questa attempata ma vivace signora, internata a 12 anni nel lager Bergen Belsen,  ha ripercorso con lucidità, modestia e sottile ironia le proprie sofferenze sviluppando interrogativi e spunti di discussione su un argomento delicato come l’Olocausto che a settant’anni dalla sua conclusione nasconde ancora molte vicende sconosciute e emozionanti come questa.  Più che una semplice presentazione di un testo, una vera e propria testimonianza che ha  coinvolto e fatto sorridere un pubblico di grandi e piccoli che, molto partecipe, le ha posto una serie di domande e di osservazioni.

Intervistata dalla giornalista di Radio Popolare, Barbara Sorrentini e dal suo collega Matteo Corradini, la neo scrittrice ha ricostruito con estrema precisione e sorprendente tranquillità,  i terribili mesi nel lager pur ricordandoseli “come se tutto fosse accaduto ieri”, ha sottolineato la donna. Quali erano gli stati d’animo e i tormenti dei prigionieri a Bergen Belsen? Cosa ha spinto questa signora a scrivere questo libro e com’è stato riprendere la quotidianità dopo la liberazione dal lager?  La  signora Verholme ha  raccontato la paura che la paralizzava impedendole perfino di alzarsi dal letto. La fame che in tutti i lager era una costante e anche a Bergen Belsen tormentava gli internati.  “A parte una acquosa zuppa di bucce di carote e un tozzo di pane nero sottile e durissimo” ha ricordato “non avevamo niente da mangiare e le persone alte e robuste furono le prime a morire nel lager” .  La morte di tante persone, di stenti e di malattie, le file e gli inutili e sadici appelli dei soldati nazisti che duravano ore intere passate in piedi e sotto la pioggia e la neve.

hetty verolmePer  quasi un anno e mezzo da quando, dal primo febbraio 1944 fino al 15 aprile 1945, data in cui venne liberata,  lei e la sua famiglia vennero separati e portati nei campi di concentramento. Suo padre  “era un uomo molto saggio e diceva sempre che dovevamo restare uniti e non perdere la speranza”, sua mamma era una donna  forte come tante donne dei lager che lavoravano disumanamente tutto il giorno e cercavano di rassicurare i loro figli.

La signora Verholme venne catturata in piena adolescenza dai nazisti quando viveva ad Amsterdam con la sua famiglia, rinchiusa prima nel campo di smistamento di Vesterborg che come ha ricordato Corradini “era un punto di passaggio come il nostro campo italiano di Fossoli” e poi trasferita a Bergen Belsen. Il lager si trovava a nord della Germania  dove “le condizioni dei detenuti erano leggermente migliori che in Polonia” ha sottolineato la signora Verholme che per più di un anno venne internata nella cosiddetta “Baracca dei bambini”. Questa fu per lei una sorta di area protetta del campo e fu la sua prigione ma anche la sua salvezza. I piccoli infatti venivano accuditi dalle infermiere, chiamate “sorelle” – che in olandese però non significa suore – e dalla dottoressa polacca Valashka Bounko che riuscì a convincere il caporale nazista del lager che prima era ad Auschwitz a portare la Verholme in quel luogo malgrado avesse quasi superato il limite d’età per accedervi.

“Avevo quattordici anni ma mi fecero entrare lo stesso” ha ricordato la donna “ grazie all’aiuto della dottoressa Bounko e li assieme ad altri bambini vivemmo molto coesi fra di noi. A differenza dell’egoismo e dell’assenza di solidarietà fra internati che normalmente si verificava in quelle situazioni dove ognuno pensa solo a sopravvivere, fra noi piccoli c’era molta cooperazione. C’erano bambini, da un anno fino ai 14 anni, ma non si comportavano in maniera infantile come sarebbe normale bensì ci aiutavamo e ci proteggevamo fra di noi.”

Stimolata dagli interventi di Barbara Sorrentini e di Matteo Corradini e da parte del pubblico, la donna ha detto che “in mezzo ai piccoli lei si trovava bene. Sviluppai una naturale empatia con loro. Prima che scoppiasse la guerra, volevo fare la pediatra da grande ma poi tutto cambiò”. Parlando del libro, del quale sono stati letti alcuni brani durante l’incontro: “C’è voluto molto tempo – ha detto subito la signora Verholme – ho dovuto superare una serie di choc, dalla separazione dei miei genitori, alle sofferenze emotive e fisiche,  ma alla fine la voglia di raccontare quello che ho vissuto ha prevalso. Appena dopo la Shoah  non volevo sentir parlare della Germania né perdonare i tedeschi per quello che ci avevano fatto, ma dopo ho pensato che l’odio è una cosa terribile. Quando sono arrivata in Australia ho incontrato tanti tedeschi e non ci sono stati mai problemi e dissapori. Non ho nulla contro le nuove generazioni. Vorrei solo che la memoria di tutto questo restasse e che i figli dei vostri figli raccontassero tutto questo”.

Dopo la sua testimonianza vari bambini presenti in sala hanno posto una serie di domande alla signora che ha puntualmente e serenamente risposto a tutte le puntualizzazioni. Parlando del ruolo dell’ebraismo  e della sua identità ebraica prima e dopo il lager, la donna ha rimarcato il fatto che “nonostante tutto mi sono sempre sentita molto ebrea: anche se né io né la mia famiglia siamo mai stati particolarmente religiosi comunque rispettavamo le tradizioni e le feste. Credo in Dio e quando ero nel campo c’era un rabbino meraviglioso che il giorno prima di essere deportato mi ha dato la sua benedizione. Tanti si ponevano il dubbio se mangiare quel cibo che non era kasher, ma egli disse che la vita e la sopravvivenza in quella situazione venivano prima di tutto”.

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