Trump attacca l’amico storico Netanyahu e dichiara: “Fuck him”

di David Zebuloni
Tra le poche, pochissime, certezze esistenti sul piano diplomatico mediorientale, vi era il sodalizio Trump-Netanyahu. Un’amicizia di lunga data iniziata prima ancora che l’ex presidente americano avesse ambizioni politiche, e culminata nel 2017, quando i due titani, ai vertici dei rispettivi paesi, hanno consolidato i rapporti tra Israele e USA più di quanto fosse mai stato fatto prima. A quasi un anno dalla sconfitta contro Joe Biden, il repubblicano Donald J. Trump ha rilasciato un’intervista esclusiva al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, attaccando ferocemente l’amico King Bibi. Durante l’intervista, infatti, l’illusione di un rapporto quasi fraterno tra i due è crollata come un castello di carte, lasciando spazio ad un titolo che sconcerta e non necessita traduzioni: “Fuck him”. 

Cosa ha portato Trump ad attaccare Netanyahu? Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso Trumpiano? Quando esattamente l’amicizia tra i due è tramutata in acerrima rivalità? Beh, tutto è avvenuto circa 24 ore dopo la vittoria dell’esponente democratico, quando l’allora premier israeliano ha pubblicato un filmato sulle proprie piattaforme sociali nel quale si congratulava con Biden per la vittoria. “Siamo amici da oltre quarant’anni e sono certo che continueremo a lavorare insieme per rafforzare il legame tra i nostri paesi”, aveva affermato Netanyahu con un grande sorriso.

Da quanto emerso dall’intervista pubblicata su Yedioth Ahronoth, Trump pare non aver molto digerito la cosa. A detta del giornalista Barak Ravid, infatti, su un’ora e mezza di intervista, l’ex presidente americano ha ripetuto quasi una decina di volte che “Netanyahu non avrebbe dovuto farlo, è stato un errore terribile, da lui non me l’aspettavo, sono rimasto molto deluso, fuck him”. In quattro pagine fitte di conversazione tra i due, quasi non si legge altro. Trump ribadisce ancora e ancora la sua frustrazione, affermando che nessun presidente americano ha mai fatto per Israele ciò che ha fatto lui: da trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, fino a riconoscere le alture del Golan come territorio israeliano. Sopra a qualunque altra cosa, tuttavia, Trump rivendica l’uscita americana dall’accordo nucleare con l’Iran, firmato tempo prima dal predecessore Obama. A detta sua: “Se non fosse stato per me, oggi Israele non esisterebbe”.  

Al termine del loro incontro, Ravid è riuscito a strappare una dichiarazione dall’esponente repubblicano circa la possibilità ch’egli si ricandidi per la presidenza. Ebbene, a detta di Trump, la possibilità c’è, non è alta, ma esiste. Se così fosse, e se Netanyahu dovesse vincere le prossime elezioni israeliane come indicato dagli ultimi sondaggi, sarebbe interessante rivedere i due ex amici all’opera, riuniti in un nuovo ed imprevedibile destino comune. 

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