di Nina Deutsch
Telefonate controllate, accuse di vicinanza a Israele, pressioni politiche, ritorsioni e arresti: il racconto della quotidianità della comunità ebraica in Iran e nella diaspora, sospesa tra paura e silenzi forzati mentre il conflitto con Israele continua.
Come vive oggi la comunità ebraica iraniana, schiacciata tra la guerra, il controllo del regime e il timore costante di essere accusata di vicinanza a Israele? A raccontarlo è una recente inchiesta pubblicata dal Forward, che attraverso testimonianze raccolte tra Iran, Stati Uniti e diaspora persiano-ebraica restituisce il ritratto di una minoranza sospesa tra paura, sopravvivenza e silenzi forzati. Un mosaico umano complesso, fatto di storie, vissuti e sensibilità politiche non sempre uguali, ma accomunati dall’angoscia per un presente sempre più fragile e incerto. Ne emerge la fotografia di una realtà per lo più trascurata del dibattito internazionale: quella degli ebrei iraniani, in patria e all’estero, uniti dal peso di una crisi che attraversa confini, famiglie e identità.
Per molti ebrei iraniani all’estero, ogni telefonata verso Teheran è diventata un momento di angoscia. Una donna emigrata negli Stati Uniti nel 2008 racconta che, prima del cessate il fuoco, riusciva a parlare con i genitori appena una volta alla settimana e solo per pochi secondi: le chiamate costavano fino a 50 dollari al minuto, ma soprattutto c’era il timore costante che fossero intercettate.
Durante una conversazione iniziata pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, qualcosa le è sembrato immediatamente innaturale. «Sembrava che mia madre stesse leggendo un copione», racconta. Poco dopo avrebbe scoperto il motivo: membri dei Pasdaran si erano presentati a casa dei suoi genitori per chiedere spiegazioni sulle frequenti chiamate verso un numero americano. Avrebbero imposto alla famiglia di installare Bale, un’app di messaggistica iraniana sviluppata dalla Bank Melli Iran, ritenuta da molti sotto controllo governativo. I genitori si sono rifiutati. A quel punto sarebbero stati costretti a telefonare alla figlia sotto supervisione, leggendo frasi preparate per dimostrare la loro lealtà al regime e la distanza da Israele.
Da allora, il contatto si è quasi interrotto. Solo più tardi la donna ha saputo che i genitori avevano lasciato Teheran per rifugiarsi in un’area considerata più sicura dai bombardamenti.
Secondo diversi esperti citati nell’inchiesta, con la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti la pressione si è ulteriormente intensificata. Le comunicazioni sono limitate, internet viene oscurato a intermittenza e ogni conversazione può essere monitorata. Molti evitano persino di parlare di politica al telefono, limitandosi a confermare che i familiari siano ancora vivi.
In questo clima si inseriscono anche le manifestazioni pubbliche di lealtà organizzate dal regime. Lo scorso aprile, nella sinagoga Yusef Abad di Teheran si è tenuta una cerimonia in memoria dell’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso all’inizio del conflitto. Le televisioni di Stato hanno mostrato membri della comunità ebraica in lutto, circondati da slogan contro Israele e messaggi che distinguevano “ebraismo” e “sionismo”.
Ma secondo Beni Sabti, analista israeliano nato in Iran e ricercatore presso l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, queste immagini raccontano solo una parte della realtà. Per molti ebrei iraniani, partecipare a eventi filo-governativi sarebbe una necessità più che una scelta. «È una questione di sopravvivenza», spiega. Dopo la rivoluzione del 1979, accuse di legami con Israele hanno spesso portato ad arresti, torture ed esecuzioni. Per questo rabbini e leader comunitari sarebbero costretti a prendere parte a commemorazioni ufficiali e iniziative di propaganda.
Il regime, sostiene Sabti, utilizza queste apparizioni per mostrare al mondo un’immagine di tolleranza religiosa. Dietro quella facciata, però, la paura rimane costante.
La pressione economica
Anche sul piano economico la pressione sarebbe fortissima. Gran parte dell’economia iraniana dipende infatti dallo Stato e, secondo diverse testimonianze, agli ebrei verrebbe spesso chiesto di dimostrare una fedeltà assoluta per poter lavorare o mantenere incarichi pubblici. La donna emigrata negli Stati Uniti racconta il caso di un parente costretto a confiscare terreni a decine di persone per conto del governo pur di non perdere il posto. «Gli dissero chiaramente: “Hai origini ebraiche, quindi devi dimostrare fin dove sei disposto ad arrivare”».
Durante la cosiddetta “Guerra dei Dodici Giorni” del giugno 2025, secondo quanto riportato nell’inchiesta, più di trenta iraniani di origine ebraica sarebbero stati arrestati con l’accusa di avere contatti con Israele. E anche se non risultano retate sistematiche durante il conflitto attuale, il timore resta altissimo.
Molte famiglie hanno trovato rifugio proprio nelle sinagoghe. Non solo luoghi di culto, ma spazi di protezione e solidarietà. Alcuni ebrei iraniani hanno trasformato questi edifici in rifugi improvvisati durante i bombardamenti. «La gente si ritrova lì per stare insieme e sentirsi meno sola», racconta ancora Sabti.
Per la comunità della storica sinagoga Rafi’ Nia di Teheran, però, nemmeno quel rifugio è bastato. Dopo le celebrazioni di Pesach, il giorno successivo l’edificio è stato distrutto da un attacco israeliano. L’esercito israeliano ha dichiarato che il bersaglio era un comandante militare iraniano presente nelle vicinanze, ma i media di Teheran hanno accusato Israele di aver colpito deliberatamente la sinagoga.
Le immagini della distruzione hanno avuto un impatto devastante su molti ebrei iraniani nel mondo. La donna emigrata nel 2008 racconta di aver visitato quel luogo anni prima e di averlo considerato uno dei simboli della continuità ebraica nel Paese. Vederlo ridotto in macerie le ha riportato alla mente la storia della sua stessa famiglia: conversioni forzate all’Islam, celebrazioni dello Shabbat in segreto, irruzioni delle Guardie Rivoluzionarie durante le festività ebraiche. Suo padre, racconta, venne arrestato dopo che i militari trovarono una menorah in casa. «Quando tornò, era un fantasma».
Secondo il suo racconto, in Iran la protezione delle minoranze religiose esiste solo finché esistono le istituzioni riconosciute dal regime. «Le sinagoghe sono l’unica vera protezione legale che gli ebrei hanno», spiega. «Buona fortuna a ricostruirla. Buona fortuna a ottenere il permesso per una nuova sinagoga».
Anche il Times of Israel ha approfondito di recente la vita degli ebrei iraniani nel pieno della guerra e della repressione interna, in un articolo pubblicato con l’approvazione della censura militare israeliana, che regola la diffusione di materiale riguardante comunità ebraiche in “Paesi ostili”.
Attraverso interviste a parenti, amici e figure vicine alla comunità ebraica iraniana, spesso sotto pseudonimo, emerge il racconto di una quotidianità segnata da paura, prudenza e dalla necessità di restare invisibili. L’articolo descrive una comunità che, oggi più che mai, cerca protezione nel silenzio e nel basso profilo.
«Oggigiorno è più sicuro non dare nell’occhio», racconta Daveed, uno pseudonimo, dopo aver parlato con i cugini a Teheran. Pur vivendo oggi a Gerusalemme e lavorando nel commercio, l’uomo di origine iraniana teme per la sicurezza dei parenti rimasti in patria, ed è consapevole del rischio che anche un semplice contatto possa esporli a conseguenze.
Secondo diverse testimonianze raccolte dai giornali, il clima di paura si sarebbe intensificato soprattutto dopo la repressione delle proteste anti-governative e l’avvio del conflitto con Israele. Alcuni media internazionali hanno riportato arresti e interrogatori di membri della comunità ebraica accusati di contatti con Israele, anche se molte informazioni restano difficili da verificare in modo indipendente.
Nel frattempo, il governo iraniano continua a sostenere pubblicamente di distinguere tra ebraismo e sionismo. Durante la guerra, rappresentanti ufficiali della comunità ebraica iraniana hanno diffuso dichiarazioni di sostegno alla Repubblica islamica e di condanna delle operazioni israeliane. Diversi osservatori sottolineano però come queste prese di posizione vadano lette nel contesto delle forti pressioni esercitate dal regime sulle minoranze.
Per molti ebrei iraniani emigrati, il conflitto ha riaperto anche una ferita identitaria. Alcuni raccontano di sentirsi sempre più lontani da un Paese a cui restano profondamente legati sul piano culturale e familiare. Altri sperano invece che un cambiamento politico possa un giorno consentire rapporti più aperti tra Iran e Israele, permettendo il ritorno senza timori nella propria terra d’origine.
Oggi in Iran vivono circa 10.000 ebrei, con stime che variano tra le 8.000 e le 15.000 persone, concentrate soprattutto a Teheran, con comunità più piccole a Isfahan e Shiraz. Si tratta della più grande comunità ebraica del Medio Oriente al di fuori di Israele. Prima della Rivoluzione islamica del 1979 erano circa 120.000. Da allora, la vita delle minoranze religiose è cambiata profondamente: gli ebrei iraniani possono continuare a praticare il proprio culto, ma devono costantemente dimostrare fedeltà alla Repubblica islamica per evitare accuse di collaborazionismo o spionaggio.
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