di Nina Deutsch
Il 2 settembre il celebre cantante e cantore chassidico israeliano si esibirà per la prima volta in Germania. Nipote di un sopravvissuto ad Auschwitz, Steinmetz porta sul palco di Francoforte una musica che unisce tradizione, fede e memoria.
Si chiama Yisrael Baruch Mordechai Steinmetz, ma per tutti è semplicemente Motty. A 34 anni è uno dei cantanti e cantori (hazan) chassidici israeliani più conosciuti e apprezzati nel mondo della musica ebraico-ortodossa contemporanea. Basta digitare il suo nome su YouTube per imbattersi nelle immagini raffinate dei suoi concerti e in quella voce potente e insieme profondamente intima che gli ha conquistato un vastissimo pubblico, in Israele come nella diaspora.
Il suo talento si manifestò già nell’adolescenza. Oggi Steinmetz è conosciuto soprattutto per le sue interpretazioni espressive di melodie tradizionali, nelle quali la tradizione della cantata ebraica si intreccia con le sonorità della musica chassidica. Il suo repertorio attinge frequentemente alle preghiere e ai testi biblici, trasformando il canto in un’esperienza che, più che spettacolare, è spirituale ed emotiva.
Mercoledì 2 settembre il giovane cantore salirà sul palco dell’Ignatz Bubis-Gemeindezentrum di Francoforte. Sarà la sua prima esibizione in Germania, un appuntamento che per lui assume un significato particolare anche per la storia della sua famiglia. Il concerto vedrà la partecipazione del Coro Zamru.
Steinmetz è infatti nipote di un sopravvissuto alla Shoah e porta con sé una memoria familiare che rende questo viaggio molto più di una semplice tournée. «Mio nonno proveniva dalla zona di confine tra Romania e Ungheria. I tedeschi deportarono la sua famiglia ad Auschwitz. Avrebbe dovuto essere ucciso nella camera a gas diverse volte, ma miracolosamente sopravvisse ogni volta. Ventidue membri della mia famiglia, invece, furono uccisi», ha raccontato in un’intervista di questi giorni alla Jüdische Allgemeine.
Per questo, poter cantare oggi proprio in Germania rappresenta per lui una sorta di risposta alla storia: «Per me significa moltissimo potermi esibire ora in Germania e dire: sono qui come ebreo. Nessuno è riuscito a distruggere il popolo ebraico. Questa è una vittoria. Il piano dei nazisti è fallito».
Chi è Motty Steinmetz?
Steinmetz è nato nel 1992 a Bnei Brak, in una famiglia appartenente alla comunità chassidica di Vizhnitz. Figlio del rabbino Moshe e di Rebecca Steinmetz, è il quarto di nove figli.
Una parte importante della sua formazione musicale arriva dal nonno, che si trasferì da Anversa in Israele quando Motty aveva quattordici anni. Fu lui a trasmettergli molte delle melodie tradizionali di Vizhnitz, destinate a diventare una componente essenziale del suo linguaggio musicale.
Ancora giovanissimo fu notato dal produttore e compositore Ruvi Banet, che in seguito sarebbe diventato il suo manager e una figura determinante nello sviluppo della sua carriera. Steinmetz interpreta canti religiosi ebraici, con testi spesso tratti direttamente dalla Torah o dalle preghiere, ai quali imprime una straordinaria intensità emotiva.
La sua è una musica che non cerca effetti spettacolari. Il suo principale strumento è la voce, capace di trasformare una melodia tradizionale in un momento di forte partecipazione collettiva, fino a far percepire il concerto quasi come una preghiera condivisa.
Nel rispetto della sua interpretazione ultraortodossa delle norme ebraiche sulla modestia, Steinmetz non si esibisce davanti a un pubblico misto di uomini e donne se non è presente una Mechitza, la barriera che separa uomini e donne.
La sua carriera si è sviluppata soprattutto negli anni 2010. Nel 2017 è uscito Haneshama Bekirbi, il suo primo album, che ha riscosso grande successo in Israele. Negli anni successivi la sua notorietà si è estesa alle comunità ebraiche della diaspora.
«La mia musica ha lo scopo di aprire i cuori»
Nell’intervista alla Jüdische Allgemeine, realizzata da Jan Feldmann, con la collaborazione di Mascha Malburg, il cantante racconta il significato più profondo della sua musica e il particolare valore del concerto di Francoforte.
L’appuntamento arriva a pochi giorni da Rosh Hashanà e proprio questa vicinanza conferisce alla serata un significato particolare. Per Steinmetz, il concerto può diventare parte della preparazione spirituale alle Alte Festività: «È un momento molto speciale prima di un giorno grande e sacro, nel quale si decide l’anno che verrà».
La preparazione, spiega, passa dalla riflessione, dalla preghiera e dalla solidarietà, ma anche dal canto. «Un altro modo è cantare parole sacre, ad esempio, dai Salmi. Spero che con questo concerto possiamo prepararci tutti insieme a Rosh Hashanà».
È proprio questa dimensione spirituale a definire il rapporto di Steinmetz con la musica. Quando canta, desidera soprattutto elevare chi ascolta, portargli gioia e «aprire il cuore». La definisce una forma di Kiruv, un modo per avvicinare una persona a Dio.
Parole e melodie possono offrire conforto e rafforzare la fede, soprattutto nei momenti difficili. Al centro c’è il concetto di Emuna, la fiducia in Dio e nella convinzione che ciò che accade faccia parte del destino della propria vita. «Nel momento in cui ti affidi al Santo, lodato sia Lui, e credi che Egli stia facendo ciò che è meglio per te, ti senti meglio. Sperimenti sicurezza e conforto. A volte, la musica può persino essere un modo per alleviare il dolore».
Le radici di questa sensibilità affondano naturalmente nell’infanzia. Le melodie del chassidismo di Vizhnitz, alle quali Steinmetz è stato introdotto fin da ragazzo, non sono soltanto parte del suo repertorio: sono parte della sua identità. «Più mi immergo nei Niggunim, nelle arie, nei canti, che cantiamo durante l’anno, più sento che una parte di essi è dentro di me. Le melodie del chassidismo di Vizhnitz, da cui proviene anche la mia famiglia, sono semplicemente nel mio sangue».
A Francoforte quella tradizione prenderà forma attraverso un’orchestra dal vivo e una formazione internazionale. Sul palco ci saranno musicisti provenienti da Israele e da Francoforte. L’orchestra sarà guidata da Ruby Bennett, che Steinmetz descrive nell’intervista come un arrangiatore di grande esperienza, attivo da oltre 35 anni. A dare ulteriore forza alla serata sarà il Coro Zamru, composto da cantanti provenienti da Anversa, con i quali Steinmetz collabora in occasione delle sue esibizioni in Europa.
Il rapporto con Francoforte, inoltre, non è soltanto artistico. Anche la famiglia di sua moglie è legata alla città. «Mio suocero è cresciuto qui. Suo padre ha costruito a Francoforte un’attività di grande successo dopo la guerra. Per me, quindi, è anche un’opportunità per conoscere meglio questa città, alla quale sono legato da vincoli familiari».
Quando cantare significa pregare
Una delle caratteristiche che possono apparire più insolite al pubblico è la separazione tra uomini e donne prevista durante il concerto. Per Steinmetz, tuttavia, non si tratta di una semplice regola organizzativa, ma di una conseguenza naturale del modo in cui vive il canto.
«Quando canto, prego», spiega. Il paragone è con la sinagoga ortodossa, dove uomini e donne siedono separati. «A casa mi piace parlare e ridere con mia moglie, ma vado in sinagoga per parlare con l’Unico. Si desidera concentrarsi e stare davanti a Dio con rispetto e dignità».
Lo stesso accade, nella sua visione, durante un concerto. «Per me è proprio questo: un momento in cui mi connetto con il sacro. Ecco perché esistono le Mechitzot. Impediscono le distrazioni».
Ed è forse proprio qui che si trova la chiave per comprendere il successo di Steinmetz: in una dimensione in cui il confine tra concerto e preghiera diventa volutamente sottile.
Una grande performance a Francoforte
La serata, in programma pochi giorni prima delle Alte Festività ebraiche, sarà dunque anche un preludio musicale a Rosh Hashanà: un incontro tra tradizione, memoria e spiritualità, affidato alla voce di un artista che ha fatto della musica un ponte tra la preghiera e il pubblico.
Steinmetz vorrebbe che al termine del concerto ciascuno portasse con sé qualcosa di più di un ricordo musicale. «Spero che le persone tornino a casa sentendosi pronte per il nuovo anno, per ricevere tutte le benedizioni che le attendono».
Il suo augurio è semplice e, insieme, universale: «Iniziare il nuovo anno con gioia e fiducia». E soprattutto lasciare che la musica faccia ciò che, secondo lui, sa fare meglio: avvicinare le persone a D-o, dare loro forza e «aprire i loro cuori».



