Rachel Goldberg-Polin: tra il nuovo libro e le ultime interviste, il racconto straziante di una madre dopo la morte del figlio ucciso

Personaggi e Storie

di Marina Gersony
“When We See You Again”, uscito in questi giorni, è un viaggio devastante nella frattura irreparabile tra il “prima” e il “dopo” di Hersh Goldberg-Polin, il ventitreenne rapito durante l’attacco del 7 ottobre e ucciso in prigionia. Un memoir che trasforma il lutto in testimonianza universale, dando voce con misura e potenza a un dolore che non trova parole ma continua a cercarle. Tra le pagine emergono anche inattesi spiragli di luce: «un sussurro di sole», un’emozione intima che suggerisce come la speranza, pur cambiando forma, possa continuare a esistere.

Dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas e l’inizio della guerra, troppe madri – palestinesi e israeliane – hanno perso i propri figli. Questa è la storia di una di loro. Rachel Goldberg-Polin. È un’israeliana americana che si è trasferita a Gerusalemme 18 anni fa con il marito, Jon Polin, e i loro tre figli. Il loro unico figlio maschio, il ventitreenne Hersh, è stato gravemente ferito e poi rapito da Hamas il 7 ottobre insieme ad altri cinque ostaggi, o «I Sei Belli», come li chiama lei.

Rachel e Jon hanno lavorato instancabilmente per riportarlo a casa, insieme agli altri ostaggi. Ma al 328º giorno di prigionia, Hirsch è stato ucciso in un tunnel a Gaza.

Ora, come tante altre madri, Rachel si trova davanti alla domanda più impossibile: come si continua a vivere quando il proprio figlio non c’è più? Sopravvivere a un figlio significa attraversare la forma più estrema del lutto, una frattura che non si ricompone ma ridefinisce ogni cosa. È un dolore che non conosce confini né tregua, un’angoscia che non si esaurisce, ma si dilata nel tempo, trasformando ogni respiro in memoria.

E sapere che quel figlio, prima di morire, è stato torturato, affamato, umiliato, esposto alla crudeltà più disumana, aggiunge al dolore una ferita ulteriore, quasi indicibile: non solo la perdita, ma l’eco incessante della sua sofferenza, che continua a vivere nella mente di chi resta.

«Ciò che mi colpisce profondamente è che, quando ci hanno comunicato che Hersch era stato ucciso, ho capito che quei 330 giorni erano stati la parte “migliore”, perché lui era ancora vivo. Adesso mi trovo in questo luogo – prosegue Rachel in una toccante intervista pubblicata in questi giorni su Youtube del famoso programma televisivo 60 Minutes – questo è il resto della mia vita. Come si attraversa tutto questo senza una parte di sé? Se qualcuno lo capisce, lo dica anche a me. Sto cercando di ridefinire cosa significhi vivere in questo mondo. Siamo in milioni, oggi, ad aver seppellito dei figli. Non c’è nulla di unico in me. Ma per me è una forma di luce cercare di dare parole a questo dolore», dice, ricordando sempre che in situazioni così devastanti ed estreme «le lacrime sono tutte uguali».

Colpisce il volto intenso di questa donna, attraversato dal dolore ma mai spezzato. Uno sguardo insieme saldo e dolce capace di tenere dentro la tempesta senza smarrire la luce. Nelle tante interviste rilasciate in questi anni, è riuscita in qualcosa di raro: dare forma all’inesprimibile. E nel farlo, non ha mai alzato barriere, ma ha aperto uno spazio in cui chi ascolta si sente coinvolto, chiamato dentro. Non è solo testimonianza, è connessione profonda: un linguaggio emotivo che supera le parole e diventa empatia condivisa.

Rachel ha girato il mondo per parlare con i leader della terra, come Joe Biden e Papa Francesco, è stata premiata dal Time che l’ha inserita nella lista annuale delle 100 persone più influenti del pianeta, ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite a Ginevra, ha rilasciato interviste alle maggiori testate mondiali partecipato a tante iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla liberazione degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, tra i quali suo figlio Hersh.

E adesso, proprio in questi giorni, è uscito il suo nuovo libro di memoria che descrive con struggente intensità il calvario della perdita di un figlio, in un’immersione nel “prima” e nel “dopo” della vita del giovane ucciso. Si tratta di un memoir crudo e toccante che trafigge il cuore e la mente del lettore in tutte le sue pagine. (When We See You Again; postfazione Jon Polin; copertina rigida $ 30.00; pp. 288; Editore Penguin Random House; data di pubblicazione 21 aprile 2026).

Le grandi testate americane lo hanno definito senza esitazioni. Il New York Times parla di un’opera «raffinata, precisa, cesellata», capace di trasformare la quotidianità in qualcosa di luminoso anche nel buio più fitto. Il Los Angeles Times la chiama «una testimonianza bruciante, senza filtri». Il Washington Post la descrive come «uno scavo nel lutto di una madre per il suo unico figlio».

Di fatto c’è qualcosa, tra le righe di questo libro, che va oltre la cronaca e oltre la letteratura stessa. È come se ogni parola fosse stata scavata con fatica, come se fosse stata strappata a una ferita ancora aperta. Rachel non racconta soltanto una storia: ci consegna un’esperienza emotiva totalizzante, un viaggio dentro l’irreparabile.

Il cuore pulsante del memoir è la frattura. Una linea netta, invalicabile, che separa l’esistenza in due territori temporali inconciliabili: prima del 7 ottobre 2023, la vita era fatta di gesti quotidiani, di una normalità quasi invisibile nella sua semplicità: una famiglia, abitudini rassicuranti, piccole gioie. Una «calda monotonia», come la definisce l’autrice, che oggi assume i contorni di un paradiso perduto.

Poi, improvvisamente, tutto si spezza.

Il figlio Hersh, ventitré anni, viene rapito durante un festival musicale che celebrava la vita, l’unità, la libertà. Da quel momento, il tempo cambia consistenza. Non scorre più: si dilata, si contorce, si trasforma in attesa. Un’attesa fatta di speranza ostinata, di appelli pubblici, di incontri con leader mondiali, di notti insonni e di giorni sospesi tra la paura e la determinazione.

Goldberg-Polin diventa, suo malgrado, un simbolo. Il volto di una madre che non si arrende, che continua a chiedere, a implorare, a credere. Ma dietro quella voce pubblica c’è una dimensione privata che il libro riesce a restituire con una sincerità quasi disarmante. È lì che il memoir trova la sua forza più autentica: nei dettagli minimi, nelle memorie intime, nei frammenti di vita condivisa con suo figlio.

Hersh non è mai solo una vittima. È una presenza viva, concreta, piena di sfumature. Lo conosciamo attraverso particolari teneri e imperfetti: i capelli arruffati, le abitudini adolescenziali, i momenti familiari, le passeggiate del venerdì sera. È in questi ricordi che il dolore si amplifica, perché ciò che è stato perduto diventa improvvisamente tangibile.

E poi arriva il momento che nessun genitore dovrebbe mai attraversare: la conferma della morte. Dopo 328 giorni di prigionia, Hersh viene ucciso. Colpito da sei proiettili sparati dai suoi rapitori, il suo corpo restituito ridotto a scheletro, con i capelli cosparsi di polvere da sparo. La speranza, che fino a quel momento era stata “obbligatoria”, si infrange contro una realtà definitiva e brutale.

«Da qui, il racconto cambia ancora. Non è più solo una storia di attesa, ma una discesa dentro il lutto. Un lutto che non ha forma stabile, che invade tutto, che si insinua nei pensieri, nei gesti, nel corpo stesso. Rachel descrive giorni interi passati a piangere, come se il dolore fosse una sostanza fisica impossibile da contenere. «Ci sono giorni in cui mi spezzo completamente – scrive –. Ho pianto per un’intera giornata senza sosta. Non pensavo fosse fisicamente possibile, ma il pianto non si fermava mai. È un tempo lunghissimo per piangere. Continuavo a sperare che le lacrime finissero».

Eppure, tra queste pagine così dure, emergono anche bagliori inattesi.

Piccoli spiragli di luce. Non nel mondo esterno, ma dentro di sé. «Un sussurro di sole», lo chiama. È una delle immagini più potenti del libro, perché suggerisce che la speranza non scompare del tutto, ma cambia forma. Diventa fragile, intermittente, quasi impercettibile, ma continua a esistere.

Il memoir è attraversato da riflessioni profonde, che intrecciano esperienze personali e riferimenti culturali, spirituali, filosofici. Dalla tradizione ebraica al pensiero di Viktor Frankl, il testo cerca continuamente un senso, o almeno una direzione, dentro l’assurdità del dolore. Ma non offre risposte semplici. Anzi, insiste su una verità scomoda: alcune ferite non si rimarginano.

E forse è proprio questa onestà radicale a rendere il libro così potente.

Goldberg-Polin non tenta di consolare il lettore con facili redenzioni. Non costruisce una narrazione edificante. Racconta, invece, cosa significa continuare a vivere quando qualcosa di essenziale è stato distrutto. Cosa significa essere «una madre di un figlio morto», come lei stessa si definisce, senza filtri, senza attenuazioni.

E tuttavia, nel mezzo di questa devastazione, emerge anche una forma di resistenza.

Non eroica, non spettacolare, ma profondamente umana. È la scelta, quotidiana e faticosa, di restare. Di continuare ad amare. Di custodire la memoria. Di imparare, lentamente, a leggere una nuova mappa dell’esistenza, in cui nulla è più come prima ma qualcosa, in modo diverso, può ancora avere senso.

When We See You Again non è un libro facile. È un libro necessario.

Perché ci obbliga a guardare in faccia il dolore senza distogliere lo sguardo. Ma, allo stesso tempo, ci ricorda che anche nelle tenebre più fitte può esistere una forma di luce. Non quella che cancella il buio, ma quella che ci permette, almeno, di attraversarlo.