Thomas Friedman: «Non ho mai avuto paura di dire che sono ebreo»

Personaggi e Storie

 

Sono ebreo …ma non solo. Credo nella reincarnazione e qui a Urbino sono sicuramente vissuto in una vita precedente, visto che mi sento a casa”. Chissà se Thomas Friedman, uno dei grandi columnist Usa, firma di punta del New York Times e vincitore di tre premi Pulitzer, in Italia il giugno scorso per ricevere l’’Urbino Press Award 2009, faceva parte, in una vita passata, della comunità ebraica della città marchigiana, di cui ha visitato con grande interesse la sinagoga. Cordiale, ironico, dotato di straordinaria comunicativa, scrive di politica estera (per anni le sue corrispondenze dal Medio Oriente hanno fatto scuola), globalizzazione e difesa dell’’ambiente, cui ha dedicato il suo ultimo libro: Hot, Flat, and Crowded: Why We Need a Green Revolution (Caldo, piatto, affollato, pubblicato in Italia da Mondadori).

I tre Pulitzer, gli ricevette nel 1983 e nel 1988, per i suoi reportage sull’’invasione israeliana del Libano e sulla prima intifada palestinese e poi nel 2002 per quei celeberrimi editoriali che ne hanno fatto uno dei più noti opinion leader americani.
Da sempre il conflitto israelo-palestinese e la modernizzazione del mondo arabo sono temi centrali della sua riflessione professionale e umana (ha dedicato diversi libri sull’’argomento tra cui Da Beirut a Gerusalemme). Come è accaduto a tanti giornalisti al momento del rapimento e della barbara decapitazione di Daniel Pearl, anche per Friedman quello choc fu un’occasione per fare i conti con la propria identità ebraica.

“Sono un reporter che ha lavorato nel mondo musulmano in un’’epoca dove il conflitto arabo-israeliano ha fatto diventare questa frase qualcosa di potenzialmente pericoloso. Ho sempre trovato che il miglior modo di avvicinarsi a questa situazione sia prima di tutto l’essere completamente onesto su chi si è. Ho pronunciato I am Jewish un sacco di volte senza paura di attacchi. Nella mia esperienza le persone sono sempre state più curiose che ostili nell’’incontrare un reporter ebreo , e ti rispettano di più quando è chiaro che sei orgoglioso della tua fede come loro lo sono della propria. Ti vogliono coinvolgere di più e discutere con te perché percepiscono che non sei solo un reporter ma che partecipi in qualche modo al loro dramma”.
Ma la storia di Daniel Pearl testimonia di un pericolo reale. Cos’’ha provato quando ha saputo del rapimento e della morte del suo collega nel 2002, ad opera di un gruppo di fondamentalisti islamici?
Devo confessare che ho avuto dei momenti difficili nel leggere le storie del suo rapimento. Le nostre carriere non si sono mai incrociate ma eravamo legati dagli stessi sogni e dalle stesse passioni. Eravamo entrambi due giovani ebrei americani amanti del giornalismo e con una particolare passione verso il mondo arabo e musulmano. Entrambi perseguivamo questo interesse senza considerare i pericoli contenuti nelle nostre biografie, dopotutto non eravamo solo dei giornalisti e non eravamo solo dei giornalisti americani! Danny era una persona multidimensionale e si è trovato coinvolto in un mondo monodimensionale, un mondo dove l’unica identità che aveva un’importanza era quella religiosa. Anche per Danny come per me, la religione era solo una parte della sua ricca identità, senza dubbio importante ma solo un pezzo di quello che era. Per i suoi rapitori invece questa parte era tutto, uomini pieno di odio e intolleranza, per i quali l’aspetto religioso è la chiave per definire chi è amico o nemico, buono o cattivo, chi deve vivere o morire. Hanno dovuto torturare Danny per ridurlo al loro livello. È perché Danny era ebreo e insieme un grande reporter che la sua memoria continuerà a vivere in noi, ed è perché i suoi assassini erano pieni d’odio che nessuno si ricorderà di loro.
Quanto valore ha nella sua vita l’essere ebreo?
È una parte molto importante della mia identità, ma non la sola: mi vedo come americano, come giornalista, come un cronista del New York Times, come un marito, un padre, un uomo di mondo e un ebreo. La mia fede definisce non solo il percorso che ho scelto come connessione con Dio ma anche una grossa parte della mia cultura. Essere ebreo è la radice del mio ulivo che mi tiene unito al mondo, ma non è l’unica; anche essere americano ad esempio è una radice importante. Ciascuna di esse individua dove sono stato e dove sto andando.”
Qual è secondo lei una delle caratteristiche più importanti che un giornalista deve avere?
Un buon ascolto è la più grande strategia di sopravvivenza del buon giornalismo, ne è la base. Non importa quanto potrebbero essere ostili le persone verso di te o il tuo punto di vista perché quando mostri il tuo rispetto nell’’ascolto esse vengono disarmate. L’’ascolto è il miglior giubbotto antiproiettile in un ambiente pericoloso.
L’’ambiente e lo sviluppo sostenibile, il futuro e l’economia in un mondo globalizzato, sempre più affollato, sono i temi che lei affronta nel suo ultimo libro. Che cosa ci aspetta?
Le economie asiatiche emergenti assorbono risorse notevoli, ma quando le popolazioni di quell’’area del mondo avranno le stesse esigenze dell’’occidente, allora scoppierà il vero problema. Si tratta di inventare un nuovo modello economico, fondato su tecnologie “verdi” e su nuovi prodotti non inquinanti. Dobbiamo lavorare perché l’ecologia diventi la strada maestra per la ripresa economica, e in questo le economie già sviluppate, come gli Usa e l’Europa, possono giocare un ruolo di avanguardia nella ricerca e nella sperimentazione. Il futuro è una scelta, non una fatalità. Ignorare i problemi di oggi significa perdere l’occasione di poterlo cambiare. Il presidente Obama sembra intenzionato a valutare molto seriamente questi problemi e il suo approccio è pragmatico e idealista insieme. Sarà la rivoluzione dell’’energia a riportare gli Stati Uniti a esportare speranza e ottimismo.

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