“Non conosco una storia più vincente, anche se nel dolore, di quella di Israele e del popolo ebraico”

di Davide Romano
Contrariamente a tanti giornalisti che si danno alla politica, lui ha fatto il percorso inverso, passando da fare il politico (eletto in Parlamento una prima volta con i Radicali, e poi un’altra con il PDL di Berlusconi) alla direzione editoriale di un giornale come Libero. In questi cambiamenti lavorativi ha sempre mantenuto salda la sua appartenenza al mondo Occidentale, e in particolare agli USA e Israele. E proprio da qui vogliamo iniziare questa intervista a Daniele Capezzone.

Ci racconta come nasce il suo rapporto con Israele e il mondo ebraico?

Sorridendo, potrei dire che nel mio percorso, da quando avevo poco più di vent’anni fino a oggi, mi sono comportato come quegli uccelli che ripetono sempre lo stesso verso, magari modulandolo appena un poco. Scherzi a parte, sono orgogliosamente occidentale; ritengo che l’esperimento “democrazia politica più mercato”, pur pieno di difetti, sia la cosa migliore inventata dagli esseri umani per convivere; e sono convinto che questo modello andrebbe fatto conoscere e promosso (concetto diverso da “esportato”). Israele è l’incarnazione di questo miracolo realizzato peraltro nel contesto più difficile.

Il giornale che dirige è così schierato dalla parte delle democrazie e contro le dittature, da potere apparire come un quotidiano di minoranze fastidiose. Un po’ come vengono percepite ultimamente le comunità ebraiche a causa del loro sostegno a Israele. Secondo lei l’opinione pubblica si è davvero bevuta tutta la disinformazione anti-israeliana, o crede che la “maggioranza silenziosa” degli italiani resti dalla parte di Israele nella sua lotta contro il terrorismo islamico?

Si mescolano molte cose. Da un lato certamente molta cattiva informazione, e forse anche qualche detestabile pregiudizio che di tanto in tanto carsicamente riaffiora. Dall’altro c’è però qualcosa che va umanamente compreso, e cioè la paura delle persone normali verso la guerra. C’è l’illusione – di questo si tratta – che la dimensione antagonista e l’eventualità bellica possano essere cancellate dal nostro orizzonte. Ecco, invece si tratta di spiegare alle persone in buona fede che purtroppo le cose non stanno così, e che nei prossimi lustri il mondo promette di essere un posto difficile e insicuro, carico di insidie. Il motto da tenere presente è “estote parati”, siate pronti, in ogni senso.

La politica italiana sta cambiando, proprio a partire da Israele. A destra abbiamo scoperto una premier Meloni sempre più filoisraeliana (e filo USA), mentre a sinistra il PD della Schlein sta tornando a una politica anti-israeliana (e anti occidentale, si vedano anche le posizioni sempre meno vicine al popolo ucraino). Come spiega questi cambiamenti?

Anche il centrodestra, in alcune sue aree, ha di tanto in tanto delle scivolate: ma complessivamente il posizionamento del governo in politica estera è eccellente.
Dall’altra parte, invece, la sinistra vive indubbiamente contraddizioni ben maggiori e decisamente più lancinanti. Si paga il prezzo di un lungo viaggio antioccidentale – io lo chiamo così – che ha portato spezzoni del mondo progressista, negli ultimi trent’anni, a simpatizzare con qualunque posizione o istanza, nel mondo, esprimesse pulsioni anti-Occidente: terzomondismo, generica contestazione anti-Usa e anti-Anglosfera, presentazione dell’Islam come “religione di pace” e negazione/rimozione degli aspetti meno rassicuranti di tante situazioni. Poi però la realtà si incarica di presentare il conto e i nodi arrivano al pettine…

Prima di intervistarla ho voluto sentire amici correligionari, per sapere come la valutano quando va in Tv a difendere Israele. I pareri vanno da: “finalmente uno che sa difendere Israele e sbugiardare la propaganda palestinese in maniera efficace” al meno entusiasta “Non è della mia parte politica, ma quando parla di Israele è bravo”. Insomma, nel merito, tutti riconoscono la sua preparazione sul tema. Cosa risponde ai più critici?

Credo molto semplicemente che gli amici sinceri si valutino nelle giornate difficili, nei giorni di pioggia, chiamiamoli così. Raramente o mai mi vedrete nei giorni in cui tutti – a parole – manifestano vicinanza: sono ormai sufficientemente vecchio per sapere che quelle sono le circostanze in cui le parole valgono poco e pesano ancora di meno. Gli amici di Israele li vedi nelle giornate in cui il fuoco mediatico ostile è scatenato…


Il mondo della cultura italiano (e Occidentale in generale) sta rivelando un conformismo inquietante: dal mondo universitario a quello dei media (e per carità di Patria non citiamo alcuni sacerdoti cattolici), c’è un profluvio di parole malate contro ebrei e Israele a partire dal conflitto a Gaza: “genocidio del popolo palestinese”, “Israele Stato di apartheid”, il Gesù bambino che da ebreo diventa palestinese con tanto di Kefiah, paragoni tra Israele e il nazismo….com’è possibile che la realtà venga così tanto stravolta?

Non c’è da perdere la calma né da disperarsi. C’è da rispondere punto su punto. In questo – per paradosso – anche le giornate più brutte che abbiamo alle spalle hanno un valore e un significato: quello di fungere da “eye-opener”, da circostanza rivelatrice, direi perfino disvelante, delle pulsioni con cui dobbiamo misurarci e delle ipocrisie di chi se ne fa interprete. Pensiamo alla sequenza temporale post 7 ottobre: per 24-36 ore c’era apparente unanimità, poi sono subito cominciati i distinguo, i “ma”, i “però”. Tocca a noi, in quei momenti, con calma e determinazione, smontare quelle furbizie.

L’ONU sta mostrando il suo volto peggiore, in questi mesi di guerra. Il processo a Israele presso il Tribunale internazionale dell’Aja, lo scandalo dell’UNRWA, il numero spropositato di condanne ONU contro Israele. E dall’altra parte anche l’Unione Europea – che contrariamente all’Onu non ha una maggioranza di dittature – che continua a parteggiare per le dittature palestinesi. Come spiega questa deriva delle istituzioni internazionali?

È così da molto tempo. Le Nazioni Unite sono da anni uno spazio in cui le dittature si trovano a proprio agio, collaborano tra loro in modo sempre più esplicito e scoperto. Il coinvolgimento dei famigerati dipendenti UNRWA nel 7 ottobre non è un tumore isolato e imprevedibile, ma solo una delle metastasi della malattia principale. Come si fa ad accettare l’idea che Israele, sia in Assemblea generale sia nel Consiglio per i diritti umani, abbia accumulato più condanne e risoluzioni ostili di tutti gli altri paesi messi insieme, inclusi gli stati canaglia?

 

Le illustro infine alcune domande che girano all’interno del mondo ebraico per chiederle non necessariamente delle risposte, ma anche una riflessione generale: cosa possiamo fare? Siamo soli contro tutti? È il caso di mollare tutto e andare a vivere in Israele? L’immigrazione islamica nei prossimi anni ci metterà in pericolo come succede in Francia? Passata la guerra tornerà tutto come prima? Da sempre siamo vicini a minoranze come neri e LGBT, perché proprio loro ci continuano ad attaccare?

Non c’è dubbio: viviamo tempi oscuri, per alcuni versi imperscrutabili, e non ha senso negare o attenuare le ragioni di inquietudine che tutti avvertiamo. L’Occidente è in preda a un odio di sé che fa letteralmente paura. Ciò detto, non si deve avere un atteggiamento negativo o da sconfitti della storia: vale esattamente il contrario, nel senso che non conosco una storia più vincente – anche se nel dolore – di quella di Israele e del popolo ebraico.