La donna israeliana che salva una bambina araba: il volto di Israele che il conflitto non racconta

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Talia Eden, ricercatrice della Bar-Ilan University, ha donato parte del proprio fegato a una neonata araba di Gerusalemme in pericolo di vita. Un gesto che riporta al centro un Israele meno visibile: quello della medicina d’avanguardia, della convivenza quotidiana e delle scelte morali che attraversano il sistema sanitario. Dalla storia della donazione alle cure offerte anche a pazienti provenienti da contesti di conflitto, fino al dibattito sulle terapie ai terroristi: un viaggio dentro l’etica medica israeliana, tra principio di umanità e tensioni di sicurezza.

Nel rumore incessante delle polemiche, delle accuse reciproche e delle forti contrapposizioni che accompagnano il dibattito pubblico internazionale quando si parla di Israele, esistono anche storie che raramente trovano spazio. Storie che non diventano virali sui social, che difficilmente aprono i telegiornali e che finiscono spesso sommerse dal peso della cronaca quotidiana. Eppure esistono. Sono le storie di medici, volontari, ricercatori e cittadini israeliani che ogni giorno lavorano per salvare vite umane senza guardare alla religione, all’etnia o alla provenienza delle persone che hanno davanti.

Israele, infatti, non è soltanto il Paese dei conflitti e delle tensioni geopolitiche che monopolizzano le cronache internazionali. È anche una nazione all’avanguardia nella ricerca medica, nella tecnologia, nella scienza e nell’innovazione sanitaria. Un Paese che negli anni ha sviluppato cure, tecnologie e sistemi di assistenza utilizzati in tutto il mondo. E soprattutto è un luogo dove, spesso lontano dai riflettori, continuano a compiersi gesti di straordinaria umanità.

Come quello raccontato dal quotidiano britannico Jewish News in un articolo pubblicato nei giorni scorsi: la vicenda di una docente universitaria israeliana che ha scelto di donare parte del proprio fegato per salvare la vita di una bambina araba di appena otto mesi. Una storia potente e profondamente umana, che supera slogan, appartenenze e contrapposizioni ideologiche.

La protagonista si chiama Talia Eden, ha 39 anni ed è ricercatrice e docente di informatica presso la Bar-Ilan University. All’inizio di questo mese si è sottoposta a un delicatissimo intervento chirurgico per donare parte del proprio fegato a Bissan, una bambina araba di Gerusalemme nata con una rara malattia epatica degenerativa che nel giro di poco tempo si era trasformata in una grave insufficienza del fegato.

I medici erano stati chiari con la famiglia: senza un trapianto urgente, la piccola non avrebbe avuto scampo. Né i genitori né altri parenti stretti risultavano compatibili per la donazione. Il tempo stava finendo.

Per Talia, però, quella scelta non è stata improvvisa. Dietro quel gesto c’era una ferita aperta da decenni. Quando era ancora una bambina, suo padre morì di epatite C mentre attendeva un trapianto di fegato che non arrivò mai. Da allora, dentro di lei, era rimasto un pensiero costante: riuscire un giorno a salvare qualcun altro dalla stessa tragedia che aveva colpito la sua famiglia.

Secondo quanto riferito dal Clalit-Schneider Children’s Medical Center, Talia aveva già contattato il Centro nazionale israeliano per i trapianti quando aveva poco più di vent’anni, offrendosi come donatrice altruistica. All’epoca, però, i medici le consigliarono di aspettare, considerandola troppo giovane e invitandola prima a costruire una famiglia.

Lei non dimenticò mai quel desiderio. Negli anni ha proseguito la propria carriera accademica, ha cresciuto dei figli, ha svolto attività di ricerca anche negli Stati Uniti, ma quell’idea è rimasta viva dentro di lei. Diverse possibilità di donazione sfumarono nel tempo, fino a quando arrivò finalmente la chiamata decisiva.

Due giorni prima dell’intervento le venne comunicato che la ricevente sarebbe stata una bambina araba di Gerusalemme. In quel momento Talia si stava dirigendo verso l’aeroporto per un viaggio di lavoro. Fu lì che i medici la avvertirono: le condizioni della piccola stavano peggiorando rapidamente. Lei non esitò un istante. Tornò immediatamente indietro e chiese che l’operazione venisse anticipata.

L’intervento, durato circa sei ore, è stato eseguito sotto la supervisione del dottor Michael Gurevich, responsabile del reparto trapianti epatici dell’ospedale pediatrico.

Qualche giorno dopo il trapianto, Talia ha finalmente incontrato Bissan e la sua famiglia. La madre della bambina, Omima, ha raccontato con emozione quei momenti di angoscia: «Quando abbiamo scoperto che né io né mio marito potevamo donare il fegato, sono stata travolta dalla paura. Guardavo mia figlia soffrire senza poter fare nulla per salvarla». Poi la telefonata inattesa.

«Quando mi hanno detto che era stata trovata una donatrice compatibile – ha raccontato – ho sentito tornare la speranza. Dopo settimane di disperazione, improvvisamente ho capito che mia figlia poteva davvero avere una possibilità di vivere».

Anche Talia ha spiegato cosa abbia significato per lei quel gesto: «Vedere la bambina riprendersi dopo l’intervento e sapere di aver contribuito a salvarla è qualcosa che non riesco nemmeno a descrivere. Non esiste sensazione più bella». E ancora: «Per tutta la vita mi sono portata dentro il dolore di non essere riuscita a salvare mio padre. Oggi sento di aver chiuso un cerchio. Credo che lui sarebbe orgoglioso di me».

Curati anche terroristi

Parole che assumono un significato ancora più forte in un momento storico segnato da tensioni e divisioni profonde. Perché questa vicenda racconta qualcosa che spesso rimane sullo sfondo del dibattito pubblico: negli ospedali israeliani vengono curati ogni giorno pazienti arabi, palestinesi e cittadini provenienti da territori in conflitto. Per anni, soprattutto nelle comunità vicine al confine con Gaza, molti israeliani hanno collaborato con organizzazioni umanitarie per garantire cure mediche, trasporti ospedalieri e assistenza sanitaria ai palestinesi, inclusi bambini gravemente malati.

Negli anni, anche diversi familiari di leader di Hamas sono stati curati negli ospedali israeliani. Uno degli episodi più emblematici risale al 2004, quando il medico-dentista israeliano Yuval Bitton salvò la vita di Yahya Sinwar diagnosticandogli tempestivamente un grave ascesso cerebrale, che gli permise di essere operato in tempo. Sinwar sarebbe poi diventato il leader di Hamas a Gaza e uno degli ideatori dell’attacco del 7 ottobre 2023. In un tragico contrappasso, il nipote di Bitton venne ucciso proprio durante il massacro del 7 ottobre.

L’etica medica israeliana impone infatti che i soccorritori trattino i feriti esclusivamente in base alla gravità delle condizioni cliniche, indipendentemente dalla loro identità. Questo può significare, in alcuni casi, prestare soccorso a un attentatore prima ancora che alle sue vittime. È un principio che affonda le sue radici nella tradizione ebraica, secondo cui «chi salva una vita salva il mondo intero».

Ma proprio quando questo principio viene applicato ai terroristi, il dibattito si fa inevitabilmente controverso. Come osservava il Jerusalem Post riprendendo il tema più volte, la domanda è destinata a dividere: fino a che punto uno Stato può mantenere principi umanitari assoluti anche verso chi dichiara di voler continuare a colpire i suoi cittadini?

LEGGI ANCHE:

Il tema attraversa da anni la società israeliana, ma dopo il 7 ottobre 2023 il confronto si è fatto ancora più acceso, soprattutto in un contesto segnato dal trauma collettivo e dalla pressione sulle strutture sanitarie. Da una parte c’è chi ritiene che l’etica medica non possa conoscere eccezioni; dall’altra chi sostiene che la sicurezza dei cittadini israeliani debba avere una priorità assoluta. Un dilemma morale che non ha risposte semplici, ma che racconta tutta la complessità di una società costretta ogni giorno a confrontarsi con il confine sottile tra umanità, giustizia e sopravvivenza.