L'ex ostaggio Avinatan Or

Il racconto di un ex ostaggio a Gaza. Sei mesi a scavare nel buio per tentare la fuga

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Per sei mesi, scavare nella parete di una cella è diventato per lui un modo concreto di opporsi alla condizione di prigioniero e di mantenere aperta una possibilità di sopravvivenza. Ma scoperto dai suoi carcerieri è stato catturato nuovamente.

Avinatan Or, ex ostaggio israeliano detenuto nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023, ha raccontato in un’intervista al programma televisivo israeliano Uvda, trasmessa lunedì sera, di aver progettato e portato avanti per circa sei mesi un tentativo di fuga dalla prigionia.

Or era tenuto in una cella sotterranea, al buio. Esplorando le pareti, si è accorto della presenza di sacchi di sabbia attraverso i quali riusciva a percepire un movimento d’aria. «Questo non succede in un tunnel», ha raccontato, spiegando che quella scoperta gli ha fatto pensare di aver individuato un possibile punto debole.

Un piano costruito lentamente

L’ex ostaggio ha quindi iniziato a scavare, lavorando per mesi nella massima segretezza. Per evitare di essere individuato dalle telecamere di sorveglianza, ha utilizzato un sacco della spazzatura per nascondersi alla vista. Per scavare si è servito anche di una prolunga elettrica lunga circa 60 metri.

Il tentativo è stato preparato nei minimi dettagli. Or aveva raccolto alcuni vestiti e preparato un sacco sul quale aveva scritto la parola «ostaggio», nel caso fosse riuscito a uscire dalla prigionia. Aveva inoltre scritto un testamento e delle lettere per i genitori, nel timore di essere ucciso durante la fuga.

La scoperta e le conseguenze

Dopo circa sei mesi di lavoro, Or è riuscito infine ad aprire un varco nella parete. Ma proprio quando sembrava vicino alla possibilità di fuggire, è stato scoperto dai suoi carcerieri e catturato nuovamente.

Secondo il suo racconto, dopo il fallimento del tentativo le condizioni della sua detenzione sono ulteriormente peggiorate. Or ha riferito di essere stato sottoposto a torture, picchiato e privato del cibo. Il tentativo di fuga, da lui concepito come una possibilità di sopravvivenza, si è quindi trasformato in un ulteriore periodo di violenza e privazioni.

«Ci sarà un altro 7 ottobre»

Nell’intervista Or ha raccontato anche un episodio avvenuto poco prima della sua liberazione. Uno dei terroristi di Hamas che lo tenevano prigioniero gli avrebbe detto di salutare i genitori e gli amici e di lasciare Israele per l’Europa.

Il motivo, secondo quanto riferito da Or, era esplicito: il suo carceriere gli avrebbe detto che Hamas avrebbe realizzato «un altro 7 ottobre» e che, finché anche un solo ebreo fosse rimasto nella Terra d’Israele, gli israeliani sarebbero stati nuovamente massacrati.

Or ha raccontato di aver risposto che non avrebbe lasciato Israele. Nel dialogo, ha ricordato di aver chiesto al terrorista se avrebbe lasciato Gaza per l’Egitto una volta terminata la guerra e riaperti i valichi. Alla risposta negativa dell’uomo, che aveva definito Gaza la propria casa, Or ha replicato: «Eccellente. Questa è anche casa mia.»

La fuga come atto di resistenza

Il racconto di Or restituisce un’immagine della prigionia segnata non soltanto dalla violenza fisica, ma anche dalla ricerca costante di una possibilità di fuga. Per sei mesi, scavare nella parete di una cella è diventato per lui un modo concreto di opporsi alla condizione di prigioniero e di mantenere aperta una possibilità di sopravvivenza.

Or è stato liberato nell’ottobre 2025, dopo circa due anni di prigionia. Il 21 ottobre 2025 ètornato in Israele, accolto da centinaia di persone.