Il laboratorio dei rotoli perduti

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Il nuovo progetto analizzerà circa 250 campioni della collezione. L’obiettivo è combinare datazione, analisi chimica, studio paleografico, codicologia e intelligenza artificiale. La provenienza dei materiali potrebbe diventare una mappa invisibile della cultura scribale dell’antica Giudea. Non si tratterà solo di leggere meglio le lettere, ma di comprendere da dove venissero i supporti, quali tecniche fossero utilizzate, quali abitudini accomunassero manoscritti ritrovati in luoghi diversi.

 

Da quasi ottant’anni i Rotoli del Mar Morto continuano a parlare. Lo fanno attraverso le parole antiche che custodiscono, ma anche attraverso ciò che per lungo tempo è rimasto ai margini dello sguardo: la pelle animale trasformata in pergamena, le fibre di papiro, l’inchiostro, le cuciture, le mani degli scribi. Non soltanto testi, dunque, ma oggetti: corpi fragili di una memoria millenaria.

Ora un grande progetto internazionale finanziato dall’European Research Council promette di spostare l’attenzione proprio su questa dimensione materiale. Con un contributo di 2,5 milioni di euro, il programma quinquennale Tracing Scribes and Scrolls sarà guidato da Mladen Popović, dell’Università di Groningen, in collaborazione con l’Israel Antiquities Authority, le università di Pisa e Napoli e l’University of Southern Denmark di Odense.

La domanda è semplice solo in apparenza: dove furono prodotti e copiati i Rotoli del Mar Morto?

Una biblioteca nel deserto

La scoperta dei primi manoscritti iniziò nel 1947 nelle grotte di Qumran, secondo il celebre racconto del pastore beduino alla ricerca di una pecora smarrita. Da allora, quei frammenti sono diventati una delle più importanti acquisizioni archeologiche del Novecento: le più antiche versioni note di testi biblici, insieme a scritti apocrifi, apocalittici e comunitari.

Il corpus è vastissimo e diseguale: quattro rotoli quasi completi e circa 25.000 frammenti, riconducibili forse a 900 manoscritti. La maggior parte è in ebraico, una parte consistente in aramaico, alcuni testi in greco. Le datazioni, un tempo collocate soprattutto nel tardo periodo del Secondo Tempio, si sono progressivamente ampliate: alcuni testi potrebbero risalire già al IV o III secolo a.C., altri arrivare fino al II secolo d.C.

Non una biblioteca nata in un solo luogo e in un solo momento, ma un arcipelago di testi, lingue, mani e materiali.

Qumran, Gerusalemme o altrove?

Qumran

Per decenni gli studiosi si sono interrogati sull’origine dei rotoli. Furono scritti a Qumran? A Gerusalemme? In altri centri della Giudea? Oppure raccolti da luoghi diversi e poi depositati nelle grotte del deserto? La risposta non è secondaria: significa capire come circolavano i testi, chi li copiava, quali reti culturali collegavano comunità, scribi e istituzioni.

Il nuovo progetto analizzerà circa 250 campioni della collezione. L’obiettivo è combinare datazione, analisi chimica, studio paleografico, codicologia e intelligenza artificiale. La provenienza dei materiali potrebbe diventare una mappa invisibile della cultura scribale dell’antica Giudea.

Non si tratterà solo di leggere meglio le lettere, ma di comprendere da dove venissero i supporti, quali tecniche fossero utilizzate, quali abitudini accomunassero manoscritti ritrovati in luoghi diversi.

Il papiro egiziano e la pista del Mediterraneo

La maggior parte dei Rotoli del Mar Morto fu scritta su pergamena, cioè pelle animale trattata. Alcuni, però, furono scritti su papiro; uno, eccezionalmente, su rame. Proprio il papiro apre una pista nuova. Per la prima volta, papiri egiziani antichi saranno confrontati sistematicamente con quelli provenienti da Qumran e da altri siti del deserto di Giuda.

La domanda è cruciale: il papiro usato nei rotoli fu prodotto localmente o arrivò dall’Egitto? Le canne crescevano anche nelle zone vicine al Mar Morto, ma il mondo romano si riforniva largamente dalla grande industria papiracea egiziana. Un confronto fra materiali potrebbe chiarire se alcuni manoscritti appartengano a circuiti commerciali e culturali più ampi.

Questa indagine potrebbe anche illuminare un’altra ipotesi: l’eventuale influenza egiziana non solo nei materiali, ma nelle pratiche di conservazione, nell’avvolgimento dei manoscritti, nella sigillatura in giare e forse persino in alcuni contenuti.

L’inchiostro, il cinabro e il costo del sacro

Anche l’inchiostro diventa una traccia. Le analisi finora condotte indicano l’uso di inchiostro a base di fuliggine. Ma in alcuni manoscritti parole isolate, formule o il nome divino compaiono in rosso, ottenuto soprattutto dal cinabro: un minerale tossico, brillante e costoso.

È un dettaglio apparentemente minuto, ma carico di conseguenze. Perché una comunità isolata nel deserto avrebbe dovuto procurarsi un materiale così prezioso? La presenza del cinabro potrebbe suggerire contatti, committenze o provenienze diverse da quelle immaginate da una lettura troppo chiusa e locale del fenomeno Qumran.

In archeologia, spesso sono proprio i pigmenti, le fibre, le impurità chimiche a incrinare le narrazioni più comode.

L’intelligenza artificiale entra nello scriptorium

Una parte del progetto, guidata da Maruf Dhali a Groningen, userà l’intelligenza artificiale per elaborare dati chimici e riconoscere modelli nella scrittura difficili da cogliere con i metodi tradizionali. Popović aveva già lavorato, in un precedente progetto europeo, all’identificazione delle “mani” che copiarono i testi biblici, sfruttando strumenti digitali per distinguere gli scribi.

Qui l’ambizione è più ampia. Non si cerca solo di attribuire una grafia a una mano, ma di collegare mano, materiale, luogo e tradizione. Lo scriba non è più soltanto colui che scrive: diventa il nodo di una rete di conoscenza, tecnica e circolazione culturale.

L’intelligenza artificiale, in questo contesto, non sostituisce l’interpretazione storica. La costringe, semmai, a misurarsi con quantità e complessità di dati che l’occhio umano non potrebbe governare da solo.

Dai testi agli oggetti

Per molto tempo, osserva lo studioso Yonatan Adler, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul contenuto dei rotoli. Si cercavano varianti bibliche, dottrine, regole comunitarie, attese apocalittiche. Solo più di recente i manoscritti sono stati considerati con piena consapevolezza come reperti archeologici.

È un cambio di prospettiva decisivo. Un testo antico non vive mai separato dal suo supporto. La pelle, il papiro, l’inchiostro, la forma del rotolo, il modo in cui viene avvolto e conservato fanno parte della sua storia quanto le parole che contiene.

Studiare i Rotoli del Mar Morto come oggetti significa avvicinarsi non solo a ciò che gli antichi pensavano, ma anche a come lavoravano, trasmettevano, proteggevano e forse nascondevano il sapere.

Perché furono nascosti nelle grotte?

Resta la domanda più suggestiva: perché i rotoli finirono nelle grotte del deserto? Furono nascosti per sottrarli al pericolo, forse durante le tensioni con Roma? Erano parte di una biblioteca? Vennero depositati per ragioni rituali, pratiche o di conservazione?

Il nuovo progetto potrebbe fornire indizi anche su questo. Se i materiali e le mani rivelassero provenienze diverse, le grotte apparirebbero meno come il deposito di un’unica comunità isolata e più come un luogo di raccolta di tradizioni molteplici. Se invece emergessero forti omogeneità, l’ipotesi di una produzione locale o coordinata ne uscirebbe rafforzata.

La risposta, come spesso accade, potrebbe non essere una sola.

Cinque anni per ascoltare la materia

Nei prossimi cinque anni, laboratori, archivi e algoritmi lavoreranno intorno a frammenti spesso minuscoli, talvolta illeggibili a occhio nudo, sempre fragilissimi. Il risultato non sarà soltanto una storia dei Rotoli del Mar Morto, ma una storia più ampia della cultura scritta nel Mediterraneo antico.

In quei frammenti si intrecciano Giudea, Egitto, Roma, deserto, città, comunità religiose e reti commerciali. Ogni fibra potrà diventare una coordinata; ogni inchiostro, una provenienza; ogni grafia, una biografia parziale.

È questa la promessa più affascinante del progetto: non aggiungere semplicemente nuove note a testi già famosi, ma restituire ai rotoli la loro geografia perduta. Perché prima ancora di essere letti, quei manoscritti furono fabbricati, copiati, trasportati, custoditi. E forse nascosti.

La loro storia non comincia nelle grotte in cui furono ritrovati. Comincia nelle mani di chi preparò la pelle, tagliò il papiro, sciolse il pigmento, tracciò le lettere. Comincia nel lavoro silenzioso degli scribi, là dove la materia diventa parola e la parola, dopo duemila anni, torna a farsi domanda.