Da Mengele a Göring: le nuove leggi americane riaprono la battaglia per la restituzione dell’arte sottratta dai nazisti 

Personaggi e Storie

di Pietro Baragiola
Nel settembre 2024 lo Stato della California ha stabilito che chi rivendica opere o altri beni perduti a causa di persecuzioni politiche può agire per recuperarli e che il passaggio dell’oggetto a successivi proprietari, anche se acquistato in buona fede, non cancella automaticamente i diritti del legittimo. La norma consente inoltre di riaprire, in determinate circostanze, controversie precedentemente respinte per ragioni procedurali o per il trascorrere del tempo.

Due battaglie per la restituzione delle opere legate alla Shoah sono tornate davanti ai tribunali americani grazie ad alcune nuove leggi che hanno rafforzato i diritti dei sopravvissuti e dei loro eredi.

Nel settembre 2024 lo Stato della California ha stabilito che chi rivendica opere o altri beni perduti a causa di persecuzioni politiche può agire per recuperarli e che il passaggio dell’oggetto a successivi proprietari, anche se acquistato in buona fede, non cancella automaticamente i diritti del legittimo. La norma consente inoltre di riaprire, in determinate circostanze, controversie precedentemente respinte per ragioni procedurali o per il trascorrere del tempo.

Questa legislazione è stata sostenuta anche a livello federale nell’aprile 2026, con la nuova versione dell’Holocaust Expropriated Art Recovery Act che ha, a sua volta, rafforzato la possibilità di portare davanti ai giudici le richieste relative ai beni sottratti durante il nazismo, con l’obiettivo di farle decidere nel merito anziché bloccarle per eventuali scadenze temporali.

È su questo nuovo quadro legislativo che si basano due cause depositate il 14 settembre a Los Angeles: la prima chiede al Museo di Auschwitz-Birkenau la restituzione di sette acquerelli che Dina Gottliebova Babbitt è stata costretta a realizzare per Josef Mengele durante la prigionia nel campo; la seconda riguarda Adamo ed Eva, il dittico cinquecentesco di Lucas Cranach il Vecchio appartenuto al collezionista ebreo olandese Jacques Goudstikker e finito nelle mani del gerarca nazista Hermann Göring.

Gli acquerelli di Mengele

Dina Babbitt

La causa per i sette acquerelli è stata presentata in un tribunale federale di Los Angeles dalle figlie di Dina Gottliebova Babbitt. Deportata ad Auschwitz, Babbitt è stata costretta dal medico nazista Josef Mengele a realizzare ritratti ad acquerello di prigionieri rom sottoposti ai suoi esperimenti. Almeno sei delle sette opere sono firmate e datate “Dinah 1944”.

Babbitt è sopravvissuta alla Shoah e si è trasferita successivamente in California, dove ha lavorato per quasi vent’anni nel mondo dell’animazione, anche per colossi come la MGM e la Warner Bros.

Fino alla sua morte, nel 2009, ha cercato di ottenere la restituzione dei dipinti e pochi mesi prima di andarsene ha persino spiegato in un video quanto quelle opere continuassero a significare per lei: “voglio tenerle tra le mie mani. Le voglio qui. Ne ho bisogno.”

Oggi, le figlie Michele Babbitt Kane e Karin Wendy Babbitt chiedono al Museo statale di Auschwitz-Birkenau la restituzione degli acquerelli e un risarcimento in quanto, secondo la denuncia, la madre non ha venduto né ceduto volontariamente le opere, che sono state invece prese con la forza da Mengele.

Il museo polacco sostiene da tempo una posizione differente: “le opere, acquistate negli anni Sessanta legalmente e in buona fede devono rimanere ad Auschwitz come parte del patrimonio del campo e come documentazione dei crimini di Mengele.”

Il portavoce del museo, Pawel Sawicki, ha ribadito che i ritratti rappresentano “alcune delle poche testimonianze rimaste degli esperimenti condotti sui prigionieri rom e per questo devono restare alla struttura”.

Ciononostante, le nuove leggi potranno finalmente permettere alle figlie di Babbitt di riottenere le opere.

Il dittico sottratto al collezionista Goudstikker

La seconda causa riguarda Adamo ed Eva, due dipinti a grandezza quasi naturale realizzati da Lucas Cranach il Vecchio nel 1530 e oggi conservati al Norton Simon Museum di Pasadena. A chiederne la restituzione sono la Jewish Federation of Greater Los Angeles e il suo presidente Daniel Gryczman.

Le opere appartenevano a Jacques Goudstikker, importante mercante e collezionista ebreo olandese. Dopo l’invasione nazista dei Paesi Bassi nel maggio 1940, Goudstikker è dovuto fuggire con la famiglia, lasciando che la collezione finisse nelle mani dei nazisti.

I due Cranach sono così andati a Hermann Goring e, una volta recuperati dagli Alleati alla fine della guerra, sono stati consegnati al governo olandese, passando da proprietario in proprietario fino ad arrivare al Norton Simon Museum.

La battaglia sulla proprietà dei due quadri dura ormai da anni e il museo continua a sostenere che precedenti decisioni giudiziarie abbiano riconosciuto alla Norton Simon Art Foundation un valido titolo di proprietà.

Ora, però, la nuova causa riaprirà la questione alla luce delle norme appena entrate in vigore.

In un recente comunicato, la Jewish Federation ha annunciato che, in caso di recupero delle opere, intende destinare gran parte dei proventi all’assistenza dei sopravvissuti alla Shoah in crisi economica nell’area di Los Angeles.

A rendere possibile il nuovo tentativo è soprattutto l’Assembly Bill 2867, firmato dal governatore Gavin Newsom, che rafforza la possibilità per i residenti californiani di recuperare opere e altri beni perduti a causa di persecuzioni politiche.

“È un imperativo morale e legale” ha dichiarato Newsom firmando il provvedimento.

A questo si è aggiunto l’Holocaust Expropriated Art Recovery Act, approvato dal Congresso e firmato dal presidente Donald Trump il 13 aprile 2026.

Così, a più di ottant’anni dalla fine della Shoah, la battaglia sulle opere trafugate o realizzate sotto coercizione non riguarda soltanto la loro collocazione nei musei, ma la possibilità per sopravvissuti ed eredi di ottenere nuovamente davanti a un tribunale il riconoscimento dei propri diritti su ciò che il nazismo aveva sottratto alle loro famiglie.